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Magari non sapete leggere, oppure faticate ancora troppo perché la cosa sia divertente. Beh, per quanto riguarda queste prime righe, chiedete aiuto a qualcuno più grande. Un vicino di casa, un fratello maggiore, anche le maestre possono andar bene. A che servono i grandi, se non ad aiutarvi a capire C’è un problema quello che non capite da soli?
Per il resto non preoccupatevi, fortunatamente questa non è una storia da leggere sdraiati sul sofà o seduti sul gabinetto. E’ un racconto da ascoltare mentre si cammina in montagna. Quindi l’importante è avere qualcuno che ve lo racconti, ed essere disposti a fare una gita. Se non siete allenati fa lo stesso, la storia serve appunto per camminare senza fatica. Con le storie si riescono a fare un sacco di cose, c’è addirittura chi sostiene che il mondo è stato fabbricato con le parole. Mah.
Tornando a noi, è sufficiente che facciate leggere le pagine successive a mamma o a papà, e che chiediate loro di seguire alla lettera le istruzioni che darò.
Un’ultima questione: il titolo. Questa storia parla di un cacciatore di nome Robert (mi raccomando: si dice Robèr, perché è valdostano, e non Ròbert), di un re piccoletto ma con grandi baffi, e di un grande stambecco bianco. Di solito – anche nei titoli – si mette prima il personaggio più importante e potente, poi gli altri. Il principe prima del povero, il leone e poi il topo, il lupo e l’agnello, e così via. Qui no, il re viene per ultimo, anche se re. Non fa proprio una bella figura, con tutta la sua prosopopea.
Quindi: “Robert, lo stambecco bianco e il re”. Anche “Lo stambecco bianco, Robert e il re” può andare bene, anzi meglio.
Ora passate il seguito ai genitori, e aspettate con fiducia.
Agli adulti
C’è un problema. La storia che state per leggere in realtà non sarebbe da leggere. Intendo dire che è una storia da raccontare, una storia da bocca e da orecchie. Se la si legge soltanto, non funziona. In verità anche gli occhi un po’ servono, ma non nel solito modo. E questo è il primo problema. Ma – pensandoci - ce ne sono diversi altri.
Intanto la storia va bene solo per bambini che credono che gli animali possano parlare e farsi capire dagli esseri umani. Poi non devono vergognarsi di camminare ancora per mano al papà o alla mamma. E devono aver voglia di fare una gita in montagna. Ma fin qui le difficoltà non sono insormontabili. Di bambini così ce n’è abbastanza.
Il vero problema sono gli adulti.
Prima di tutto, bisogna che abbiate un figlio. Se non ce l’avete, trovate il modo. C’è una ricca manualistica a disposizione, e la faccenda ha comunque dei risvolti piacevoli. Magari non rivelate subito al compagno/a che state facendo il tutto principalmente per seguire queste istruzioni, molti non la prendono bene. Comunque vada, in capo a sei, sette anni al massimo vi sarete procurati il necessario.
Poi però subentrano altre questioni: c’è figlio e figlio, uno vuole che le storie siano sempre quelle e guai a cambiare una parola, un altro vuol vedere le figure sul libro mentre vi sta in braccio, un terzo disdegna le vostre storie e vuole solo i cartoni della televisione (no, questa varietà non esiste; è che le raccontate in modo noioso, perché avete altro per la testa).
E poi c’è genitore e genitore, nel senso che magari raccontate solo storie inventate da voi personalmente e non sopportate quelle scritte da altri, oppure avete la memoria corta e dovete leggerle (mica è facile camminare su per un sentiero leggendo ad alta voce un racconto), o ancora avete messo su pancia e siete sfiatati come un otre bucherellato. Beh, allenatevi. Ci avete impiegato sei anni per avere un figlio dell’età giusta, e vi fermate alla prima difficoltà? Comunque, ho pensato anche a questo, evitando frasi troppo lunghe e riempiendo i periodi di virgole e di punti. E’ per farvi riprendere fiato. E non venite a dirmi che i bimbi non ce la faranno: l’ho già detto anche a loro, ascoltando questa storia la fatica non si avverte.
Insomma, una bella mattina d’estate, prendete su macchina, figlio, e qualche panino. Arrivati in Val d’Aosta, girate nella valle di Champorcher e salite fino ad un paesino dal nome roboante: Grand Mont Blanc. In realtà sono poche case, e piccole per di più, ma è lì che abitava Robert. A cercare bene, si trova ancora la sua baita, proprio uguale a come viene descritta nel racconto. E poco più su c’è la pietra sulla quale si appoggiava a riposare, e il ruscello che dissetava gli stambecchi, e il colle dietro cui il re si appostava a sparare… Ecco perché questa storia bisogna raccontarla guardando intorno e camminando, né troppo in fretta nè troppo adagio: insomma è un po’ come un fotoromanzo, ma volete mettere …
All’inizio il sentiero è ripido, lì però il vostro bambino sarà ancora pieno di energie e distratto da formicai, farfalle, sassolini e violette. Ma dopo dieci minuti al massimo, al primo inciampo in una radice, si volterà bofonchiando lamentosamente un “quando arriviamo?”. Da ciò capirete che è il momento di iniziare. Allungate una mano verso di lui (l’avrete già notato, funziona come una calamita, dopo un attimo arriva anche la sua, di mano, e si appallottola dentro la vostra), con l’altra indicategli le casette di Grand Mont Blanc, prendete fiato e cominciate: “Tanto tempo fa, nel villaggio che vedi là sotto, viveva…” .
Ah, già, il titolo. Ve lo chiederà, vorrà essere sicuro che la storia sia proprio quella che ho annunciato nella premessa. Sapete com’è, i bambini non si fanno infinocchiare.
“Scusa, quasi dimenticavo. Robert (pronunciate Robèr, se no va a finir male…), lo stambecco bianco e il re”. Nel caso vi venisse fuori prima lo stambecco e poi Robert, bene lo stesso. Anzi meglio. Il re ultimo, però, non sbagliate.
Bene, ora andate avanti a raccontare: le cose sono tutte sistemate al posto e al momento giusto, quando la storia parlerà del lago arriverete al lago, poi si descriverà la radura in cui il re si accampava, ed eccola lì, e poi la roccia di Robert, e così via. Ho controllato, non c’è che da camminare al ritmo della narrazione.
Sarà una bella gita, vedrete.
Perché è evidente che nulla al mondo eguaglia la tenerezza del camminare per un sentiero di montagna, tenendo per mano un figlio e raccontandogli una storia; ogni tanto lo guardi di nascosto e vedi che i suoi occhi sorridono, o che la fronte gli si aggrotta, e capisci che sta davvero vedendo precipizi e stambecchi, cacciatori in agguato, re e fucili d’argento. Così cammini e racconti, e speri che il sentiero non finisca mai, che il figlio non si stanchi, e che la voce non ti venga a mancare.
Speri, ma il fiato non è lungo come il sentiero.
PS:
“Ma… E la storia? Tutte queste chiacchiere, però alla fine è venuto fuori solo il titolo, e anche quello non troppo preciso…”
Insomma, che cosa pretendete? In tre cartelle, una storia da seicento metri di dislivello, e in salita, per di più? Va bene l’allenamento, ma vi assicuro che non ce la si fa proprio! Un po’ di pazienza, tanto da qui all’estate…
In cauda
Parlare di un racconto appena scritto somiglia un po’ a spiegare una barzelletta: se la devi spiegare è perché non l’hai raccontata bene. Ma una differenza c’è: la chiave di una barzelletta è una, solo quella. In un racconto ci sono tante vie, e vicoli, e pensieri nascosti nel dedalo, che nemmeno chi scrive li sa tutti.
Nel mio paradiso ci saranno un sacco di libri e, accanto ad ognuno, l’autore: così potrò – leggendo – alzare gli occhi e domandargli ad ogni passaggio o pensiero o metafora “ma che avevi in testa qui?” oppure “per quale strada ti è venuto in mente questo?”. E avere sempre risposte limpide, in paradiso non si potrà più mentire. Saranno storie di storie, a non finire, tanto ci sarà tempo.
L’altra considerazione che mi toglie vergogna è che si scrive, no, io scrivo, per dialogare: aspetto domande, e considerazioni, e collegamenti, non lode o biasimo. Scrivo a persone, non al mondo. Così vi dico dove stavo mentre scrivevo, e cosa è nascosto dietro le parole del racconto. Lo dico perché spero che – in cambio – che ha letto mi dica dov’era lui, e dove gli andavano i pensieri mentre leggeva.
Per me raccontare significa obbligatoriamente inventare: ho un figlio che vuole storie sempre nuove, se no non s’addormenta. E nemmeno cammina. Quindi niente Cappuccetto Rosso, nemmeno Tre Moschettieri, o quant’altro. L’idea del racconto è che sia più facile inventar storie mentre si cammina in montagna, perché ad ogni passo ti salta fuori qualcosa di nuovo, un formicaio un ramo appuntito un masso in bilico una tana, e come niente diventa parte del racconto, lo accresce, lo indirizza. O magari rimane un inciso, una divagazione. Però – come ho cercato di dire – la storia si fa con le cose che si incontrano, così non è mai la stessa. Insomma, sì, c’è un filo conduttore, ma il racconto salta fuori dal sentiero, dal ruscello, dalla neve o dall’erba rugiadosa. Gli aborigeni australiani tramandano canti che consentono loro di orientarsi nel territorio e di raggiungere con sicurezza luoghi sconosciuti e lontanissimi, solo seguendone il racconto. Le vie dei canti. Qui funziona al contrario: il sentiero, gli alberi, la montagna, diventano racconto mentre si cammina.
Un’ altra idea che mi girava in testa riguarda il raccontare (cioè inventare) una storia ad un bambino: quando lo acchiappi, e vedi che entra nel tuo racconto, beh, ti sembra di aver fabbricato un mondo, e di plasmarlo a tuo piacere con la sola forza delle parole. Per il tempo della storia, e per il tuo bimbo che non distingue più realtà e fantasia, sei un creatore. Sei Dio.
La terza cosa, più triste, è che questo tempo non dura: manca poco e non ci sarà più bisogno di storie per camminare, intendo dire che presto anche l’ultimo dei miei figli camminerà per le montagne senza più bisogno di racconti, oppure sceglierà di fare altro. O non avrò più fiato abbastanza per camminare e parlare.
Ah, la storia di Robert e dello stambecco c’è davvero: è già stata raccontata un paio di volte, salendo da Grand Mont Blanc verso il Rifugio Barbustèl. Se c’eravate anche voi, magari l’avete sentita.
Scritta invece non è stata, e neanche lo sarà.
Non sta nelle pagine, è – appunto – una storia in montagna.

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CUCINARE E DINTORNI di Enrico Losi
Spensi la luce, cacciai le mani in tasca e guardai fuori dalla finestra. Al chiarore elettrico del lampione, dove la nostra stradina d’ingresso incrocia la statale, vedevo grossi fiocchi di neve scendere numerosi e rapidi. Nevicava dalle cinque del pomeriggio, la strada era completamente ricoperta ed il monte sulla destra irradiava una insolita luminescenza. Il silenzio assoluto era interrotto soltanto, di quando in quando, da suoni elettronici ovattati. Pensai che mio figlio Lorenzo, nella sua stanza, avesse smesso di studiare e stesse giocando col computer. Degli spazzaneve nemmeno l’ombra, nessuno aveva previsto una nevicata così copiosa ad inizio Novembre. Ero seccato, avevo un impegno in città ed avevo programmato di cenare fuori, ma avrei rischiato di non rincasare. Oltretutto non mi andava di mettermi a pulire dalla neve il nostro ripido pezzetto di strada. Mia moglie Roberta si era recata da nostra figlia per accudire la nipotina e sarebbe rimasta là due o tre giorni. Ero contrariato e tutto quanto, alla fine però presi il cellulare ed informai che non sarei uscito.
Andai in cucina e cominciai a cercare nei cassettoni qualcosa da preparare per cena, non c’era molto: pasta, pane da toast, farina, olio e poco altro. Anche il frigo, a parte insalata, uova e mozzarella era quasi vuoto. Intento a riflettere come avrei potuto arrangiare la cena quasi inciampai in Bobo, bovaro del bernese, che seguiva attentamente i miei movimenti accovacciato fra il tavolo ed il lavello. Scodinzolò , sembrava capire perfettamente l’obiettivo di ogni mio gesto.
Vidi Lorenzo sulla soglia della cucina col cellulare all’orecchio: stava dicendo ai suoi amici che non sarebbe uscito. Dal tono della voce capii che anche a lui seccava moltissimo restare in casa il sabato sera. Gli chiesi se dovevo apparecchiare per due, annuì distrattamente contraendo le labbra, provò a fare un po’ di zapping con la televisione poi la spense brontolando e tornò nella sua stanza: di nuovo suoni elettronici ovattati.
Presi tre fette di pane da toast, eliminai i bordi scuri con un coltello poi le tagliai in due diagonalmente. Gettai un ritaglio di pane a Bobo che lo prese al volo e masticò rumorosamente senza spostarsi, lo scavalcai per prendere due piatti ed una tazza. In un piatto misi un poco di farina, nell’altro pane grattugiato.
Volevo un gran bene ai miei figli e spesso li osservavo, cercando di non essere scoperto, per capire il loro umore oppure mi chiedevo quale tipo di vita avrebbero dovuto affrontare, come se la sarebbero cavata. Ultimamente avevo l’impressione che Lorenzo fosse un poco svagato e non studiasse molto. Troppo spesso udivo la televisione accesa o i suoni dei giochi del computer. Pensai a quando avevo la sua età cercando di ricordare i miei sentimenti di allora e quali erano i rapporti con i miei genitori. D’altra parte, continuai a rimuginare, la televisione ed i computer nelle case non c’erano ed il cellulare nemmeno. I mezzi elettronici possono essere una opportunità, ma anche un invito al vuoto avendo l’impressione contraria. Quando vedevo i miei figli continuamente al cellulare provavo un sentimento sgradevole di cui avvertivo la stranezza, sembrava quasi che vivessero altrove. La stessa sensazione mi assaliva la sera lungo la strada di rientro dal lavoro quando, subito dopo il ponte sul fiume, a valle della strada, appariva la luce gialla incorniciata dalle inferriate dell’abitazione dei Bulgarelli. Man mano che mi avvicinavo si scorgevano le tipiche variazioni luminose di una televisione accesa e , dall’alto della via si scorgevano la moglie, che trafficava sul tavolo, ed il marito con la nuca rivolta alla finestra. Qualunque fosse l’ora in cui transitavo quella era la scena. Ricordo che una volta, non avendo scorto uno dei due coniugi, avevo rallentato fin quasi a fermarmi cercandolo in quel quadro vivente, ma sempre uguale. Ed anche davanti alla casa dei Barbolini era lo stesso , solo che l’abitazione era a monte della strada anziché a valle.
Mentre mescolavo le uova nella scodella avvertii un brivido di freddo, guardai il termometro, non era una mia impressione la temperatura si era abbassata.
“Quanti gradi ci sono?” chiese mio figlio.
“Diciotto, sarà meglio alzare il riscaldamento”
“ Accendo il camino e ceniamo in sala?”
Aprii le braccia alzando le spalle e Lorenzo scese le scale per andare a prendere la legna.
Tagliai alcune fette di mozzarella e farcii il pane, poi cercai l’olio per friggere mentre udivo in sala il crepitìo della fiamma nel camino ed il rumore di piatti che Lorenzo produceva apparecchiando. Sistemai sul fornello acceso la padella con l’olio di semi di arachidi , “per friggere è meglio dell’olio di oliva” diceva mia moglie, passai nell’uovo i triangoli di pane farciti, poi nella farina, di nuovo nell’uovo, poi nel pan grattato e infine li immersi nell’olio bollente .Aspettai che fossero ben dorati , li tolsi dalla padella, li misi in un piatto che sistemai al centro del tavolo . Ero sul punto di servirmi quando udii…. suoni elettronici ovattati.
Rimasi fortemente sorpreso come quando la porta a vetri automatica del supermercato, che si è aperta davanti a te innumerevoli volte, resta bloccata e quasi vi sbatti il naso . Il mio stupore doveva essere assai evidente se Lorenzo rispose alla mia muta domanda dicendomi: ”Sono le campanelle a vento appese sotto al portico”. Mentre parlava mi sembrò che mi osservasse di sottecchi, o forse era solo la mia immaginazione. “Certo” risposi cercando di mostrare naturalezza, ma avvertivo una strana sensazione ed una voce ironica mi sussurrava dall’interno:” Caro amico tu osservi, ascolti e supponi, un po’ troppo semplice non ti pare?”.
Sentii le mie labbra distendersi in un leggero sorriso che trattenni, improvvisamente ero felice e percepii l’umore farsi allegro. Come quando, dopo essere riusciti ad acquisire un conteso biglietto per una prima teatrale che desideravi ardentemente vedere, ti siedi davanti al palcoscenico e comincia ad aprirsi il sipario e capisci di essere nella migliore predisposizione per goderti lo spettacolo.
Mi servii ed iniziammo la cena, fuori sotto il lampione la neve continuava a vorticare, ma in casa si stava magnificamente.

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