Di tre ore ad Ulisse erano rimasti solo quindici minuti per poter dire cosa pensava di Joyce.
Se l’era preparato questa volta il compito del concorso su un autore del novecento.
Quattordici mesi a cambiare idea, leggendo, su tutti e su tutto.
Quattordici mesi ad ascoltare cosa ne pensavano gli altri.
Quelli che dicono sempre di sapere tutto , quelle sanguisughe della lettura presunta, gli antropobibliocefali in colletto inamidato, per cui il pensiero, leggendo, è come un segnalibro.
Giacomino no, suo caro antico e minuto compagno di banco.
Con lui si parlava di donne, di seghe e delle maschere di Pirandello.
La mamma, da piccolo, l’aveva scoperto a masturbarsi e fumare nel bagno.
“Che stai facendo?”
“Mi esercito alla vita”– aveva detto, buttando la sigaretta nel bidè e ritraendo la mano e gettando all’aria il giornale dove Magdalena ciancicata si offriva, non proprio di nascosto, ma complice.
Se fosse stata vera e non di giornale, Magdalena si sarebbe incazzata e glie ne avrebbe dette quattro alla mamma di Giacomino.
Ma Giacomino era rimasto seduto ed immobile. Se fosse durata ancora la scena, il cesso l’avrebbe inghiottito, per togliergli il disturbo della vergogna.
E, tirato lo scarico, nulla più di lui.
Eppure resistette.
E ci aveva provato ad estenderlo tutto quel suo senso di colpa. Ma due schiaffoni in faccia dati dalla mamma glielo avrebbero azzittito per sempre quel suo senso di tutto.
Che dici Giacomì, sto cazzo di Joyce come lo interpreto?
“E’ nu strunze pure isse” – dice, leccando la bocca della settima Birra Peroni – “è nu strunz’ pure isse.”
Erano rimasti dodici minuti. Doveva scrivere qualcosa su Joyce, Ulisse
E lo doveva fare in quei dodiciminutirimasti , che andavano di fretta.
“Tic tac., tic tac”
Pare una fesseria questo “tic tac” ma un certo tempo limitato fa così.
Se facesse “tic toc” o “toc tic” si potrebbe pure discutere, si potrebbe ricorrere pure al TAR: “ perché gli orologi da polso non fanno tutti lo stesso identico rumore?” E’ la disuguaglianza o la relatività del tempo che ci condanna?”
Il tempo è proprio una stronzata. Quello per questo scritto di letteratura, di più!
Dieci minuti .
Per scrivere qualcosa di Joyce.
Ulisse s’immedesima e comincia a stracciare tutti gli appunti arrotolati
che riguardano Svevo e la sua coscienza del piffero, la sua voglia di smettere di fumare, come se fosse un modo per cambiare la sua condizione di perturbato, incappato in un matrimonio di necessità.
Avevano detto che per il tema sarebbe uscito questo.
“Sta sicuro che esce Svevo”.
“ Sì, Svevo” … venti sigarette al giorno per trent’anni. E ogni giorno provi
a pensare che sia l’ultima, l’ultimo. Ti vedi, t’immagini certi inguacchi nei polmoni; eppure, dopo, solo la mattina dopo, dopo il caffè, quella tua bocca ti cerca qualcosa - tu dici, tu lo dici - come il ciuccetto da bambino; una ricerca d’affetto, una mancanza d’affetto.
E’ la vita adesso che ti manca d’affetto.
Pure se, lo devi riconoscere, qualcosa la vita a te l’ha dato. Cavolo se te l’ha dato.
E Ulisse si mette a pensare a Maria che l’aspetta di fuori, ancora più minuta di sempre, anche più minuta di Giacomino, quasi una miniatura di persona, contrita e come pregante in quella sua assurda devozione abnegata per il suo professore decano dei precari.
E quello sproposito di Luigino, nato solo nove mesi e tre giorni dopo il matrimonio, – mo’ fanno sei anni – . Anche lui ad aspettare fuori, ed è stufo e vuole andare a casa, ma lei dice no, scotendo tutto il suo cespuglio di riccioli castani.
Otto minuti.
Otto minuti, quel che rimane per contendere al foglio rigorosamente protocollo gli spazi dell’ultima facciata, quelli essenziali e decisivi, rimasti ancora vuoti e da conquistare penna in pugno, con un assalto finale, alla ricerca d’un senso che possa compiacere la Commissione ed allungare le speranze che questa sia la volta buona.
Caro il mio buon signor Bloom, che giornata memorabile quelle diciotto ore
del 16 giugno del millenovecentoquattro, eh?!
Ti sei impicciato in più cose tu in quella giornata che io in tutta la mia vita.
Che degustazione magistrale ne hai fatto della vita, della sua sorprendente , irrinunciabile monotonia. Ecco, il godimento della monotonia, le cose già vissute uguali per tutti ma mai ripensate, mai finite di collaudare del tutto.
La monotonia che può spingere a riprovare le ali di Icaro. Come se non ci fosse un tempo per salpare ed un tempo per approdare.
Ulisse, senza quasi accorgersene, s’era scaraventato sul foglio con la foga dei quattro minuti restanti, dimenticandosi però via via del tempo e dello spazio. Soggetto solo all’estro del suo quotidiano, misurato , finalmente, con la misura del quotidiano del signor Bloom.
E scrisse, scrisse.
Non si può dire quanto scrisse in quei due minuti restanti.
Come se solo in quei due minuti si fosse accorto di colpo che sarebbe potuto restare per una vita a scrivere della sua vita e di quella del signor Bloom.
Tanto che un’ ora dopo, forzuti bidelli dovettero trascinarlo fuori dal banco mentre lui col foglio in mano e con la penna che ancora provava a scrivere di Giacomino, di Maria e di Luigino. E, forse, anche qualcosa di Joyce.