Isidoro viveva in un modo senza fragole. O meglio, le fragole c’erano, nei boschi, ma non sulle bancarelle del mercato o nei negozi dei fruttivendoli. Insomma, nessuno ancora aveva inventato le fragole coltivate: quelle grosse, carnose, da tagliare a fette per fare la macedonia o da addentare un po’ come si fa con le mele.
C’erano i mirtilli, le more, i lamponi. Tutti grandi da far invidia agli acini d’uva. Ma non le fragole. Quelle, chi le voleva, doveva andarsele a cercare ai margini dei boschi o ai piedi dei muri a secco meglio assolati. E ci voleva una bella mezz’ora per metterne insieme abbastanza da ricoprire una piccola torta. Molta gente che abitava in città, poi, neppure sapeva che le fragole esistessero, oppure le aveva viste di sfuggita durante le vacanze o in qualche fotografia sui libri di scuola.
Così Isidoro decise che l’avrebbe inventata lui stesso una bella varietà di fragolone domestiche, grandi almeno come una susina!
Per prima cosa disegnò su un pannello di cartone la fragola dei suoi sogni, ci scrisse sotto a lettere cubitali “GRANDE COME UNA SUSINA”, e se lo appese in camera, proprio di fronte al letto. Poi mise mano al progetto che aveva in mente.
In un paio d’ore, pedalando di buona lena, si recò da nonno Goffredo, che abitava sulle colline al di là del fiume, in una zona ricca di castagneti e, in certi posti, di piccole fragole straordinariamente gustose e profumate.
Fin dal primo giorno si alzò di buon’ora e si mise alla ricerca delle fragole più grosse che poteva trovare. Il nonno intanto, su sua indicazione, aveva costruito uno speciale essicatoio: una tavola di legno dolce (facile da incidere) con due file parallele di piccoli ìncavi a forma di scodellina.
Al suo ritorno Isidoro sistemò in ordine di grandezza, una per ìncavo, le venti fragole di maggiori dimensioni che aveva raccolto, ciascuna appoggiata su un batuffolo di cotone assorbente e sormontata da un cartellino che ne indicava il diametro minore, il diametro maggiore e il peso. (Il vecchio Goffredo, molto incuriosito dal progetto del nipote, gli aveva fatto trovar pronti uno strumento che si chiama calibro e una piccola bilancia da farmacista, estremamente precisa).
Terminate queste operazioni, l’essicatoio venne ricoperto da una garza trasparente, per impedire alle mosche e alle vespe di banchettare con i preziosi campioni.
Per 4 giorni Isidoro sostituì regolarmente le fragole più piccole dell’essicatoio con quelle un po’ più grandi che gli riusciva di trovare (il calibro se lo portava sempre in tasca), finché ebbe messo insieme 20 esemplari di dimensioni e di peso decisamente superiori alla media delle fragole che crescevano su quelle colline.
Poi attese. Intanto la nonna, che si chiamava Ilaria, sfornava crostate favolose con la grande quantità di fragole di dimensioni normali che il nipote ogni giorno, per passare il tempo, continuava a raccogliere.
Dopo 3-4 settimane di esposizione al sole, delle fragole-campione rimasero solo venti crosticine polverose piene di quei piccoli granuli che tutti chiamano “semi” e che restano spesso conficcati tra i denti quando si mangiano questi “frutti”.
In realtà sono i granuli che dovrebbero chiamarsi frutti. Se si osservano con una lente di ingrandimento si vede bene che ognuno è fatto più o meno come una nocciola: con una buccia dura fuori e il seme vero racchiuso dentro. La polpa rossa che noi mangiamo è una specie di poltrona collettiva che i frutti si fanno crescere sotto (se si toglie un frutticino con una pinzetta, la polpa che c’è sotto smette di crescere!) e che poi usano per attirare certe bestiole golose, come i merli, le volpi e …gli Isidori.
E siccome questi mangiatori di fragole i frutticini duri non riescono a digerirli, e prima o poi li depositano da qualche parte con … (ci siamo capiti!), ecco che le piante riescono a far arrivare i loro semi lontano, molto lontano, dove qualcuno, se troverà il terreno adatto, riuscirà a germogliare e a svilupparsi in una nuova pianta.
Isidoro raccolse tutti i suoi semini in un vasetto, sistemò sul portapacchi della bicicletta le dodici crostate-extra che la nonna gli aveva preparato - un po’ da distribuire ai parenti e un po’ da conservare nel frizer per l’inverno - e se ne tornò a casa.
*
Da un seme di fragola ci vogliono almeno due anni perché si sviluppi una nuova pianticella capace di fruttificare, ma Isidoro non aveva fretta. Aveva costruito una solida serra a forma di tunnel nel giardino dietro casa, aveva zappato la terra con cura, e ci aveva aggiunto anche un po’ di sabbia e di ghiaia per farla assomigliare di più a quella dei boschi della collina. Insomma aveva fatto le cose per bene.
E infatti dopo due anni tutte le piantine produssero fiori, che poi diventarono frutti: prima verdolini, poi giallini, poi sempre più rossi. Era arrivato di nuovo il momento di usare il calibro e del bilancino.
Dopo aver ripetuto le stesse operazioni di selezione (cioè di scelta) che aveva compiuto due anni prima a casa del nonno, al termine del periodo di massima fruttificazione Isidoro si ritrovò con venti nuove fragole tutte grandi press’a poco come le fragole-madri raccolte in collina, con l’eccezione di tre esemplari decisamente più grossi.
I figli, anche quelli delle fragole come avrete capito, non nascono quasi mai tutti uguali, ad eccezione di alcuni gemelli. Qualcuno anche solo un briciolo più grande degli altri si trova sempre. E se a questo qualcuno, più grande per nascita, mentre cresce non si lascia mancare il cibo (che per le piante significa luce: già, le piante mangiano luce! aggiungendoci un po’ di sali minerali che prendono dalla terra), lo si rifornisce regolarmente d’acqua, e lo si protegge dalle intemperie, è probabile che da adulto supererà di molto le dimensioni dei genitori, soprattutto se questi non hanno avuto la fortuna di crescere in condizioni altrettanto vantaggiose.
Isidoro fece quindi essiccare queste tre fragole di grandezza eccezionale, ne raccolse i semi, e la primavera successiva li seminò come aveva fatto con quelli delle fragole-madri.
Due anni dopo, alla maturazione dei nuovi frutti, ripeté le misurazioni di selezione e constatò con soddisfazione che quasi tutte queste fragole coltivate “di seconda generazione” erano più grandi delle fragole-nonne selvatiche. Nove esemplari, poi, erano di grandezza sorprendente. Solo che …
Solo che, a differenza della volta prima, molte delle fragole sviluppatesi nella serra, prima di arrivare a maturazione completa si erano ricoperte di una strana muffa bianca, ed erano marcite. Alcune pianticelle poi erano diventate tutte rossicce, e non avevano neppure fatto fiori. Le nove fragole di grandezza eccezionale inoltre provenivano tutte dalla stessa zona del tunnel. Ohibò!
Isidoro decise di chiedere aiuto a un tecnico agrario che si occupava di quel tipo di coltivazioni e gli espose la questione. Quello fece un sacco di analisi del terreno, dell’aria, dell’acqua, delle piante malate, e dopo una settimana consegnò a Isidoro una specie di ricetta su cui erano elencati in dettaglio tutti i provvedimenti da prendere per evitare in futuro quel tipo di inconvenienti: concimi speciali, polverine da spruzzare in autunno, in primavera, appena spuntati i fiori e appena arrossiti i frutti.
Questo tecnico agrario, che si chiamava Agilulfo, spiegò anche che tutte le piante coltivate tendono a indebolirsi.
“Come a indebolirsi?” insorse Isidoro, “ma se ho fatto di tutto perché crescessero sane e robuste! Ho concimato il terreno, strappato meticolosamente le erbe infestanti, innaffiato tutti i santi giorni, ombreggiato e dato aria alla serra quando il sole era troppo forte, tappato ogni più piccola fessura nei giorni freddi e ventosi …”
“Appunto,” rispose Agilulfo, “facendo tutte queste cose hai permesso a tutte le pianticelle di svilupparsi: anche a quelle che per caso erano nate un po’ delicate, o con la tendenza a produrre frutti più grandi del normale. Queste piante probabilmente non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere nell’ambiente selvatico della collina, dove di acqua non ce n’è sempre e di erbe infestanti invece ne crescono dappertutto, dove di notte può fare troppo freddo e di giorno troppo caldo, dove possono non esserci luce e sali minerali sufficienti per far sviluppare frutti troppo grossi, che oltre tutto rischiano di far rompere o piegare a terra le pianticelle al primo acquazzone o colpo di vento.”
“Per questo le fragole selvatiche sono piccole?” chiese Isidoro.
“No, non piccole” spiegò ancora Agilulfo, “ma di una misura proporzionata alle esigenze delle piante e al tipo di ambiente che le circonda. E neppure tutte uguali, come ben sai. A ogni generazione ne nascono di un po’ più grosse e di un po’ più piccole della media, e ogni volta l’ambiente (il sole, il vento, la pioggia, ecc.) sceglie quelle che se la cavano meglio permettendo loro di riprodursi”
“Le seleziona un po’ come ho fatto io…”
“ Sì, ma con criteri diversi dai tuoi, e ogni anno un po’ diversi da quelli dell’anno prima: perché anche le stagioni sono sempre un po’ diverse. Quattro anni fa, ad esempio, sulle colline al di là del fiume è passato un certo Isidoro, che in quindici giorni ha raccolto più fragole di quelle che gli altri animali raccolgono in tutta l’estate!”
“Come come? Cosa c’entro io?”
“Tu c’entri esattamente come un merlo (o come un centinaio di merli!) che è andato a mangiar fragole in collina e poi è tornato a far la cacca in pianura. Anche tu sei una parte dell’ambiente: anche se una parte un po’ speciale, che ha preteso di riuscire a far meglio dell’ambiente stesso …”
“Beh, un po’ ci sono riuscito: di fragole grosse così l’ambiente della collina non era mai riuscito a farne crescere!”
“Indubbiamente. Però la collina non mi ha mai chiesto di intervenire per tenere a bada le muffe bianche e il mal rossiccio: se la cava benissimo da sola, e senza usare polverine velenose!”
“Insomma ho sbagliato io” mugugnò Isidoro contrariato.
“No, non hai sbagliato. Hai voluto di più, e ora devi metterci anche di più”
“Quanto di più?”
“Più o meno quanto pretendi di ottenere. Se invece di scegliere solo le fragole più grosse, scegli un po’ anche quelle con l’aspetto più sodo, forse già le indebolisci di meno. Se poi, invece che al riparo di una serra, le coltivi all’aperto, probabilmente non permetti alle muffe bianche di svilupparsi. Insomma, se oltre che a selezionare tu, permetti che anche l’ambiente continui a selezionare un po’ a modo suo, riduci i rischi di malattie, e quindi la necessità di intervenire con dei prodotti chimici, oltre che con il tuo lavoro.”
“Però così non arriverò mai a ottener fragole grosse come prugne!”
“Chi lo sa? Mettendoci tanto tempo e tanto lavoro forse sì.”
“Ma quanto tempo, quanto lavoro? Non è meglio che mi faccia aiutare un po’ anche da te?”
“Perché, il mio non è lavoro? E non è lavoro anche quello di chi fabbrica le polverine chimiche, e di chi le trasporta, e di chi cura la gente che si ammala perché le maneggia, o perché le mangia insieme con le tue fragole? E non è lavoro quello che devi fare in più tu stesso per pagare me, le polverine, le tasse che servono a …”
“Ma sai che sei ben complicato?!”
“No, no, io faccio solo un po’ di conti, e neppure tutti. Anzi, se proprio lo vuoi sapere, la gente mi paga metà per i conti che faccio e metà per quelli che evito di fare!”
“Nella tua testa però li fai tutti.”
“Per carità! A parte che non ne sarei capace, già solo quando ne faccio un po’ più del normale mi viene il capogiro”
“ E allora che rimedio usi?”
“Scrivo una favola come questa.”
“Questa la farai finir bene?
“Ci posso provare. Sai quel bel prato in pendìo che nonno Goffredo ha dietro casa, verso il limitare del bosco? Io direi che là si potrebbe …”
“Telefono subito a nonna Ilaria! Se poi lei ci insegnasse a fare le crostate potremmo …”
“Far quadrare un po’ meglio tutti i conti.”