TITOLO: FUGA DALL'ISOLA
AUTORE: Maria Carla Lacidogna
GENERE: Racconto per bambini e ragazzi
 

Mi trovo su un’isola bellissima e selvaggia: le palme crescono lungo la spiaggia, fiori profumati colorano una foresta rigogliosa da cui provengono i cinguettii di variopinti uccelli tropicali; i gabbiani dalle ali candide sorvolano il mare limpido ed una brezza delicata mi accarezza il viso.
Potrei godermi il paesaggio, ma so per certo di trovarmi sull’isola Giulia Ferdinandea, un’isola popolata da selvaggi che sprofonda da secoli dopo essere stata in superficie per dieci anni.
Sento un fruscio lieve, vedo un cespuglio di rose selvatiche muoversi leggermente; impugno una lancia che ho costruito con una pietra affilata come un rasoio ed una flessibile e resistente canna di bambù. Sono all’erta, con le orecchie tese a captare ogni minimo rumore, quando dal cespuglio emerge un bambino orribile, con i capelli lunghi e pieni di nodi, le braccia graffiate, piene di spine ed un moncherino sporco di sangue al posto del braccio sinistro.
Nella mano sana impugna una mazza intagliata grossolanamente, si avvicina lentamente zoppicando e all’improvviso mi dà un colpo talmente forte ed improvviso che perdo i sensi.
Mi risveglio in una capanna, su un letto di paglia e stracci, circondata da un branco di piccoli selvaggi. Uno di loro  mi si avvicina e scopre i denti gialli e macchiati, urla delle parole in una lingua sconosciuta, ma io ne capisco comunque il senso: l’indomani sarei stata il loro pranzo. I selvaggi si divertono a torturarmi per qualche ora poi, stanchi del gioco, si ritirano nelle loro tende, così mi ritrovo da sola a riflettere su come sarei potuta scappare, ma non trovando alcuna via di fuga, piango disperatamente.
Ho ormai esaurito le lacrime, vedo un leggero movimento al di fuori della tenda, qualche secondo dopo un’ombra si china su di me e poggia le mani sulla ferita che l’arma del bambino dal moncherino mi ha procurato. Pensando che volesse farmi del male, urlo con forza, ma l’essere mi chiude le labbra con delicatezza e si avvicina ancora un po’. Un raggio di luna filtrato da un da un buco della stoffa logora della tenda, illumina il volto di una ragazza, ma qualcosa sul suo volto, forse l’espressione addolorata dei suoi occhi verdi, mi fa capire che le sue intenzioni sono buone.
Evidentemente è meno selvaggia degli altri bambini e cerca di comunicare nella mia lingua che non ho nulla da temere; mi preme una foglia sulla ferita ed avverto immediatamente una sensazione di freschezza e sollievo.
Grazie alle cure della ragazza riesco finalmente a sedermi e cerco di comunicare meglio che posso; dai suoi discorsi riesco a capire che il suo nome è Amoi ed è disposta ad aiutarmi a scappare, a patto che la porti con me. Decido di accettare le sue condizioni ed insieme elaboriamo un piano.
Il mattino dopo il gruppetto di selvaggi viene a prelevarmi: è ora di pranzo ed io sono la portata principale.
Sono sul punto di essere arrostita, quando Amoi arriva correndo, ed urlando nella lingua dei selvaggi che un gruppo di umani è arrivato sulla spiaggia. Tutta la tribù, allettata dalla prospettiva di poter fare un pranzo ancora più  abbondante, si precipita nella foresta.
Senza nessuno a vigilarmi posso estrarre un coltellino dalla tasca e slegarmi. Una volta libera, raccolgo tutto il legname che riesco a trovare e lo lego insieme, costruendo così una zattera di fortuna e dei remi. La porto sulla spiaggia ed urlo con tutte le mie forze, sperando che Amoi mi senta.
All’improvviso un rombo sordo, proveniente dalle viscere dell’isola, mi fa rabbrividire di paura: Giulia Ferdinandea sta affondando, e non riemergerà per secoli.
Finalmente Amoi arriva correndo e ci issiamo sulla zattera; vaghiamo per giorni, senza avvistare nemmeno un piccolissimo lembo di terra, beviamo l’acqua di mare e mangiamo i pezzi di legno della zattera. Ormai abbiamo anche i miraggi, siamo sfinite e decidiamo di abbondarci e di lasciarci trascinare dalla corrente.
Fortunatamente sembra che la dea bendata sia dalla nostra parte, e rinveniamo su di una nave da crociera, circondate dai flash dei fotografi.
Con i soldi che ricaveremo dalle interviste e dagli articoli di giornale che ci riguardano, di cui saremo circondate nei mesi che seguiranno, Amoi ed io potremo vivere per i prossimi venti anni e penso che scriverò anche un racconto sulla mia emozionante quanto terrificante avventura.

BIOGRAFIA DELL'AUTORE


Maria Carla frequenta la prima classe della Scuola Media Nigra di Torino.
E' una ragazzina di 11 anni, divoratrice di libri e aspirante scrittrice.