ARCHIVIO STORICO
TITOLO: WRITER
AUTORE: Gabriella Strada
GENERE: Racconto per bambini e ragazzi

 

 Mi chiamo Stefano, ho dieci anni e da grande voglio fare il writer come mio fratello Giulio.
 E’ proprio forte mio fratello Giulio, anche se mamma di-ce che è la sua disperazione.
 Giulio ha sedici anni, è grande. Fra me e lui c’è mia sorella Sonia che ne ha tredici di anni, ed è una femmina rompiscatole, come tutte le femmine.
 Giulio, invece, è un “grande” e tutti i suoi amici lo ammirano e lo seguono nelle sue scorribande notturne per la città, in cerca di spazi sempre nuovi da riempire con quei suoi bellissimi graffiti.
 Io e lui dormiamo nella stessa stanza, su un letto a ca-stello. Spesso copro le sue fughe notturne mettendo sotto le sue coperte un po’ di roba, in modo che sembri che lui ci sia.
 A volte succede che la mamma ci viene a svegliare e lui non è ancora tornato, ma poi vado in cucina e lui è lì, sedu-to tranquillo, che fa colazione, come se niente fosse.
 - Ma che bravo Giulio – dice mamma accarezzandogli i ca-pelli ricci e neri che ha in testa – sei già vestito e pron-to!
 Lui mi guarda di traverso e mi fa l’occhiolino.

 Sono convinto che andrà a finire a New York, dove i wri-ters sono riconosciuti come dei veri artisti, perché le cose che disegna con le bombolette spray sono veramente belle.
 Uno dei suoi graffiti lo vedo ogni giorno, andando a scuola con il bus, lungo Corso Europa. E’ enorme e suoi colo-ri rallegrano le giornate più grigie. Mi ha spiegato che lì è rappresentato tutto quello che lui ha imparato, tutto quello che gli è capitato, da quando ha memoria fino a oggi. Ogni tanto ci aggiunge un pezzetto per aggiornare l’ “oggi” che nel frattempo è diventato “ieri”. Ha molto spazio a disposi-zione perché è un muro molto lungo di qualcosa tipo una fab-brica, un deposito, una cosa così.
 
 Giulio non va molto bene a scuola e spesso litiga con nostro padre per questo. Nostro padre dice che, di questi tempi, chi non ha studiato resta un povero Cristo come lui, che lavora in fabbrica da sempre. Ma a Giulio questi discorsi non interessano, lui vuole solo disegnare sui muri e, per non farsi beccare dalla pula, lo può fare solo di notte, con le torce elettriche per vederci.
 Una volta mi ha spiegato che la sua crew – il suo gruppo di amici writers -  si organizza in piccole squadre di tre, massimo quattro ragazzi: due reggono le torce e stanno atten-ti che non arrivi nessuno, gli altri disegnano.
 Quando ha deciso quale doveva essere la sua tag – la sua firma – mi ha chiamato e mi ha fatto scegliere fra sei possi-bilità. Sono molto orgoglioso che lui mi abbia fatto sceglie-re quello che sarà per sempre il simbolo che lo rappresenta.
 Gli ho chiesto un sacco di volte di portarmi con sé al-meno una volta, ma mi ha sempre risposto che no, che è troppo pericoloso, che bisogna avere gambe lunghe e veloci per scap-pare e braccia robuste per scavalcare muri.  Mi ha promesso, però, che appena avrò tredici anni mi ci porterà e io ho già iniziato a fare gli schizzi di quello che sarà il mio graffi-to. Anche il mio parlerà di me e dei miei amici, ma, soprat-tutto, parlerà di lui, di mio fratello Giulio.


 Nemmeno stanotte è rientrato e mamma è già venuta a sve-gliarci per andare a scuola. Facendo finta di nulla vado in cucina, ma… non lo trovo.
 In quel momento squilla il telefono e un brutto presen-timento mi fa venire mal di pancia.
 - Sì, sono io – risponde mamma allarmata – Giulio? Sì, è mio figlio – dice quasi gridando - …ma cosa gli è successo? Oh mio Dio, cosa?
 Tutto quello che succede dopo è un caos. Mamma urla a me e a mia sorella di vestirci in fretta e intanto tenta di chiamare il papà che è già al lavoro.
 E poi la corsa verso… non so verso dove corriamo. Mamma guida come una forsennata, non si ferma ai semafori gialli e taglia per un senso unico. Intorno a noi un grande fragore di clacson e dita medie rivolte verso il cielo. Mi accorgo che non si è nemmeno vestita e che ha ancora il pigiama sotto al cappotto e le ciabatte ai piedi.


 All’ospedale, stavamo correndo verso l’ospedale.
 Quando siamo riusciti a vedere Giulio ricordo che tutto il mondo mi si è messo a girare intorno. Era vivo e ci guar-dava attraverso il vetro di una stanza piena di macchine e di cavi e di tubi. Ci guardava, e i suoi occhi erano pieni di paura.
 I suoi amici ci spiegarono che era caduto mentre cercava di scavalcare un muro e la sua schiena si era spezzata.


 Mi chiamo Stefano e ho quasi undici anni e da grande vo-glio fare il medico e l’ingegnere. Voglio progettare un eso-scheletro – come quello di Iron Man - che aiuti chi ha avuto lesioni alla spina dorsale a muoversi agevolmente, sostituen-do le fibre nervose spezzate con qualcosa d’altro, che ora non so.
 Ora so solo che, comunque, stanotte andrò al muro di Corso Europa e aggiornerò il graffito di mio fratello Giulio con le ultime cose che gli sono successe, e la mia tag si ag-giungerà alla sua.
 Lo faccio perché l’ “oggi” possa continuare, nonostante tutto, a diventare “ieri”.

 

 

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