Le persiane avevano sbattuto tutta la notte. L’uomo non si era alzato a chiuderle. Gli piaceva dormire con la luce del lampione che, dalla strada, proiettava un riverbero giallastro e violento sulle pareti della stanza. Non si era abituato, non voleva abituarsi a quella camera. La sentiva estranea, come estraneo era il vecchio che russava nel letto di fronte al suo. Ricordava la sua vita. Riviverla, di notte, rispondeva a una necessità interiore che gli faceva riassaporare la dolcezza dell’esistenza passata. Prima di addormentarsi l’uomo ritrovava i gesti consueti del suo lavoro. Le sue mani, come ali di gabbiano, solcavano l’aria, scalfivano le ombre notturne e rincorrevano le note e le melodie da lui dirette, con maestria e passione, in un tempo lontano. Il professore di musica aveva ripreso a sognare. Aveva sognato Adelina. La moglie appariva giovane come quando l’aveva conosciuta, la massa di capelli neri ora raccolti sulla nuca, ora liberi e fluenti. Nel sogno lei gli sorrideva e lui poteva ancora toccarla, odorarne l’alito tiepido. Ma si svegliava di soprassalto, ogni volta, di fronte al corpo accogliente e rasserenante della sua donna. Un dono che l’alba livida e rapace gli toglieva. Privato di quelle immagini, l’uomo ripiombava nel fiele di giornate uguali e senza scopo. Si era alzato di malumore, per il frastuono della notte e per lo svanire del sogno. Mentre si radeva, le mani gli tremavano. L’uomo notava sul corpo tutti i segni della vecchiaia. Seguiva i solchi, le striature violacee della pelle trasparente. Si vergognava delle rughe, non accettava i cedimenti, la debolezza del suo corpo, la sua protesi dentale. Non si riconosceva più. Anche i pensieri e i sogni sembravano appartenere a un altro, uno che non esisteva. C’era solo un vecchio. O un vecchio solo. L’amaro della disillusione gli riempiva la bocca. In anticipo per la colazione, era uscito in giardino. Si era riparato il capo ingrigito con un cappello floscio e aveva alzato il bavero della giacca di lana per proteggersi dalle incessanti folate di vento. “Il giardino è bello anche così” – aveva pensato. Spoglio come la sua anima. Foglie accartocciate danzavano in mulinelli convulsi, si ammucchiavano sul terreno per riprendere il vortice con più forza. Faceva freddo. Nessun trillo nel cielo di novembre. Una panchina solitaria addossata a una rientranza del muro di cinta. Un riparo deserto. L’uomo si sedette per contrastare il turbinio. E i pensieri. “Oggi verranno”- pronunciò sottovoce. Un po’ di calore, qualcosa di bello inseguito nei sogni. Musica, amore. La voglia di sentirsi vivo. Una specie di sorriso sollevò la piega amara della bocca del vecchio professore. “Il giardino si animerà” pensò. Avrebbe ritrovato colori vivi per i visitatori della domenica. Figli, nuore, nipoti. Qualche raro amico. Non per tutti, però. Il suo compagno di camera non scendeva mai la domenica mattina. Diceva che avrebbe potuto leggere il giornale in santa pace o recuperare un po’ di sonno. “Per colpa tua non ho chiuso occhio!” gli aveva gridato quella mattina. “Le persiane hanno sbattuto tutta la notte!” Lui non aveva replicato, non voleva rovinarsi la giornata. Ormai aveva imparato a conoscerlo. “Che brutto carattere! Sa solo protestare.” Poi si era arreso. L’aveva lasciato in camera ed era sceso per la colazione. Sapeva che prima di sera avrebbero fatto pace. Nella sala tutta spifferi, male riscaldata, gli ospiti avevano preso posto al tavolo della prima colazione. Gli occhi miopi del professore si posavano su volti stanchi, inespressivi, su sguardi liquidi. Un’assistente in divisa bianca imboccava un vecchio spastico in carrozzina. Davanti alla tazza fumante di caffé d’orzo il professore immaginava lo svolgersi della giornata e ripensava al compagno di camera che, per ripicca, aveva rinunciato alla colazione della domenica. Non le solite fette, ma biscotti e marmellate e miele, tanto miele. Gli ritornavano in mente le battute sarcastiche, le cattiverie, le bugie pietose scambiate la sera precedente, mentre loro due aspettavano di scendere per la cena. Ricordava parola per parola, ma ora non sapeva distinguere tra le parole pronunciate e quelle solo pensate. “ E così domani arriveranno i cari parenti!” Cambia argomento, se non ti dispiace, tanto so già dove vuoi arrivare. “Qualcuno si degnerà di venire a trovarti, magari tuo figlio?” Lascia stare mio figlio! E’ l’invidia che ti fa parlare. Da te non viene più nessuno da mesi. Ti rendi conto che ormai sei un vecchio solo? “Se è per questo sei solo anche tu! Non mi dirai che le rare visite di tuo figlio ti riempiono la vita!” Mio figlio viene quando può, anzi la domenica farebbe meglio a stare in famiglia o a divertirsi con gli amici. Potrebbe andare alla partita, invece viene a trovarmi. Vedi che bene mi vuole? “Che ne sai tu del bene!” Ma perché lo stava ad ascoltare? “Perché ti dico la verità. Solo io parlo per il tuo bene! Non farti illusioni, nessuno ti conosce come me, dividiamo la camera da quattro anni! Non so come faccio a sopportare tutte le tue manie!” Già quattro anni? Davvero? “Eh sì, sei vecchio, caro mio!” Era vero, doveva ammetterlo. Erano tutti vecchi, lì. Tra loro era sceso uno sconforto profondo e, per liberarsene, lui si era rifugiato di nuovo nel passato. I toni si erano fatti più pacati e a lui era venuta voglia di raccontare. Ti ho mai detto perché mi hanno portato all’ospizio? “Almeno mille volte, ma se ti fa bene, parlane ancora!” Dopo la morte di Adelina, mio figlio non ha voluto lasciarmi a casa da solo. “Invece saresti stato meglio a casa tua, da solo!” Ma mio figlio diceva che stavo perdendo la memoria…..forse era una scusa, perché io ricordo tutto della mia vita… anche di quando ero un ragazzo. “Quando eravamo giovani non pensavamo di finire qui a farci mangiare la pensione! E poi, tuo figlio non poteva ospitarti almeno per un po’ di tempo?” Sentitelo! Parla uno che è riuscito a farsi cacciare perfino da casa di sua figlia! “Non è stata mia figlia! Le cose non andavano con mio genero, c’erano discussioni a non finire!” Con il tuo brutto carattere, che pretendevi? “Brutto carattere, il mio? Ho solo un carattere un po’ forte”. Forte è dir poco! Ma non si vedeva? Era un vecchio scorbutico e cocciuto e…voleva sempre avere ragione e… anche a carte, voleva sempre vincere lui! Poi li avevano chiamati per la cena. Loro si erano finalmente quietati. Si era alzato il vento. Il professore rigirò la tazza tra le mani, il caffè d’orzo ormai freddato. Lo bevve a sorsate, come per smorzare un’arsura improvvisa e s’addolcì la bocca con un cucchiaino di miele. Appoggiò i gomiti sui braccioli per farsi forza e si alzò, adagio. Si avvicinò alla finestra che guardava il giardino. I rami spogli di un vecchio pruno proiettavano sulla panchina solitaria ombre familiari. In attesa dei visitatori della domenica anche il vento si era calmato.
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