ARCHIVIO STORICO
TITOLO: AL BAR DELLA STAZIONE
AUTORE: Oscar Tison
GENERE: Racconto

 

Dalle mie parti occasioni di peccare non ce ne sono molte, c’è però il bar della stazione, dove si consuma più alcol che in tutta la provincia. Ci vanno e lo fanno tutti e così ci ho provato anch‘io a farmi di grappa, l’ho ascoltata scendere nella gola e bruciare come il fuoco di sant’Antonio, andare giù con tenacia a corrodere le pareti dello stomaco mentre in alto la lingua gonfia si scollega dalla mente e alla terza va per i fatti suoi. Quando entri al bar della stazione devi star attento a non inciampare, gambe scomposte e mani callose bucano l’aria da sotto i tavoli, qua non c’è nessuno che aspetta il treno, anche perché son molti anni ormai che non arriva, ma è bello far finta. Pur essendo minuscolo, il nostro paese fa pure parrocchia. E sarà perché c’è poco da fare, ma il parroco organizza più processioni di quante siano le feste comandate e siccome ha la vocazione del missionario o forse per via della faccenda della montagna di Maometto, prima di cominciare si fa anche lui un giro alla stazione. Arriva sempre che il bar è vuoto, hanno sgamato tutti e se proprio vuoi li puoi trovare nel deposito delle traversine, con un occhio a non farsi morsicare dai sorci e l’altro a guardare se il parroco va via, sono questi gli unici momenti in cui il bar è vuoto, il gestore spalanca tutto, porte e finestre, e nuvole di fumo e vapori d’alcol ammorbano l’aria fino al campanile, che sembra tentennare un po’. E’ stato in uno di quei momenti che il prete mi ha beccato. Ero nuovo, e sono rimasto al bancone con la terza davanti fissando il liquido denso e chiaro e cercando il coraggio quando la sua mano si è appoggiata alla mia spalla e la corrente d’aria provocata dal gestore mi ha schiaffeggiato la nuca. E’ stato come resuscitare. Ma poi il parroco mi fa: “Se ti vieni a confessare, ti lascio portare la croce.” Vi giuro, per quel che vale, che la grappa in quel momento mi è sembrata dolce come il miele e come ogni volta quando ingoio il miele mi è venuto da vomitare. Confessare cosa, avrei voluto dirgli, che qua non si pecca neanche a bestemmiare? Ce la puoi mettere tutta, non ci riuscirai mai. Ma non ce ne è stato bisogno, lui ha guardato per due lunghi secondi nel lucido dei miei occhi e se ne è andato via scuotendo la testa. Mi è dispiaciuto un poco, ma io la mia croce la porto gratis.

Il giorno che ho conosciuto la Gina dovevo fare il quarto a briscola, c’era in palio una bottiglia di prugna fatta in casa, sì, lo sappiamo tutti che non si può ma proprio per questo è la migliore. Gina invece non era la migliore, mischiava grappa e birra, dicendo che fan così in Germania, c’era andata a “far gelati” e invece i gelati le era toccato di mangiarli, la notte, dopo aver sgobbato dodici ore in laboratorio di giorno. Che ci vuoi fare, son cascata male, diceva. I gelati eran dolci, la paga un po’ meno, aveva imparato a bere grappa con birra per togliersi dalla bocca il sapore dolciastro che le rimaneva. Il parroco diceva che era una peccatrice e sarebbe scivolata all’inferno senza neppure un processo, ma nessuno di noi ci credeva. Non era la migliore perché c’era a quei tempi ancora in vita la Romualda, cirrosi epatica avanzata, lei buttava tre grappe dentro mezzo litro di vino, bianco mi raccomando, di quello delle Grave, e poi il tutto dentro un brodo di dadi e quella era la cena, o la colazione, secondo l’ora. La pensione le bastava per quello e nient’altro, il funerale glielo abbiamo pagato noi, una cassa di assi semplici, un mazzo di gigli dall’odore così dolce che abbiamo avuto mal di testa per tre giorni, noi e anche tutto il paese, compresi i notabili. Ed anche i gelatai.

Quella sera dovevo fare il quarto a briscola, c’era attesa, la Romualda stava cenando, il gestore del bar calcolava mentalmente gli incassi. Io ero solo alla prima. Dovevo ancora scaldare i muscoli, me ne servivano altre due per ricordare i segni, poter sbattere le carte sul tavolo e portare a casa l’ambito trofeo. Ma come in un sogno, dove il fumo stagnante può diventare la nebbia del porto, l’unto del pavimento la scivolosa dolcezza delle alghe marine e la fioca luce della lampada a basso consumo una luna appena offuscata dalla grandiosità del momento, la Gina scivola su un bicchiere rotolante sul pavimento e plana con fracasso ai miei piedi. L’ho scavalcata ed ho ordinato la seconda, dovete capire, a tutt’oggi non m‘intendo ancora di donne, figuratevi allora… Beh, la Gina si è alzata sommersa da applausi fischi e risate, ci si diverte, al bar della stazione, stasera. Poi si appoggia al bancone vicino a me, tanto vicino che mi entra nelle narici la lucida tristezza del suo fondotinta, la sua birra è finita tra i mozziconi sul pavimento, mi è sembrato di vedere lacrime pressare senza successo le ciglia. Così le ho dato la mia seconda che lei ha bevuto d’un fiato e poi ha riso, mi ha preso la mano e mi ha tirato fuori dal fumo. Ho capito in un attimo che non avrei vinto il torneo, quella sera, e che il mio compagno di briscola mi avrebbe tolto il saluto, ma almeno l’indomani avrei avuto qualcosa da raccontare al parroco e avrei finalmente potuto portare la croce. Perché non gira molto miele, dalle mie parti, ma quel poco che gira ha un sapore molto forte.

BIOGRAFIA DELL'AUTORE

 

Nato nel 1950 in uno sperduto paesino del Bellunese, da quasi sempre vivo e lavoro tra il Cadore e Cortina d'Ampezzo per lo più nel settore turistico ed ho fatto, a volte    per necessità ma anche per pagarmi qualche corso di studio, i più svariati lavori: dal manovale all'assicuratore, il benzinaio il commesso il lattaio l'idraulico, e poi alberghi su alberghi, portineria ricevimento, gestione e ancora portineria ricevimento e potrei continuare. Questo mi ha permesso di conoscere le più diverse categorie di persone. Tra tutti primo Ugo Fasolo, che ha presentato il mio primo libro di poesia e curato la pubblicazione del secondo, Milena Milani con la quale ho collaborato alla fondazione del primo caffè letterario nel Veneto ("Arnika caffé") e la prima manifestazione in Italia di poesie in cornice. E poi Angelico Benvenuto che da Editore mecenate e squattrinato ha poi giustamente preferito dedicarsi ai calendari delle casalinghe. Oggi, persa l'euforia e le illusioni dei vent'anni, lavoro per mangiare e scrivo per sopravvivere.