ARCHIVIO STORICO
TITOLO: Felice Natale
AUTORE: Pietro Mauri
GENERE: Racconto
 

Feliz Navidad di Costarica è un minuscolo villaggio sulla carretera 175 che porta da San Jose ad Asuntion. In questo periodo dell’anno i campi di ananassi che circondano l’abitato sono rigogliosi e conferiscono al paesaggio una particolare suggestione. E’ la vigilia di Natale, i bambini del villaggio schiamazzano nell’ampio piazzale situato tra le abitazioni e Felice non può fare a meno di ripensare ai Natali della sua infanzia.

Natale è il nome della famiglia paterna, quello di battesimo, invece, Felice lo ha ereditato dal nonno materno. Con quell’abbinamento, i suoi genitori non potevano fare di meglio per complicare l’infanzia del loro primogenito. I coniugi Natale, proprietari di un avviato commercio di luminarie e addobbi natalizi, non avevano tempo per accudire il piccolo Felice, perciò lo affidarono alle cure dei nonni materni.Quando poi fu il momento di iniziare la scuola, visto che si era rivelato troppo vivace per i due anziani, si pensò ad un suo rientro in famiglia. Correva voce che, quell’anno, la cattedra della prima elementare, nell’unica scuola della cittadina, sarebbe stata occupata da un maestro alquanto sgradito alla comunità, perché notoriamente ateo e comunista.La famiglia Natale, di sani principi morali e di provata fede cattolica, non poteva certo tollerare, per il figlio, un simile educatore, perciò lo internò in un collegio di Salesiani. Fu così che Felice si trovò a trascorrere la sua infanzia in un paesino sulle sponde del Tirreno.

L’edificio del collegio, affacciato su una vasta spiaggia di dune sabbiose, aveva visto tempi migliori e, anche se ormai mostrava con dovizia i segni del tempo, aveva un suo particolare fascino che lo rendeva, in qualche modo, accogliente. Ogni mattina, dalla finestra dell’aula posta al secondo piano, Felice guardava il mare ed si stupiva dell’incredibile gamma di colori che quella liquida distesa poteva assumere. 
Due volte alla settimana, tempo permettendo, era consuetudine uscire sulla spiaggia e camminare fino al vicino promontorio, passando dalla foce del Conca, luogo
incontaminato e di selvaggia bellezza, dal quale i ragazzi erano irresistibilmente attratti.
Certo, al piccolo Felice mancava il calore della famiglia, che per lui era rappresentata dai nonni, e, quando i suoi compagni più fortunati, provenienti da località poco distanti, si accingevano a tornare a casa per trascorrere in famiglia il fine settimana, egli, dalla finestra, li osservava con malcelata invidia salire sulle automobili paterne parcheggiate nel cortile del collegio.
Quelle auto, con le portiere spalancate ad accogliere i piccoli della famiglia, parevano chiocce premurose, con le ali aperte per proteggere i propri pulcini; quanto più erano grandi,
quelle vetture, tanto maggiore era il calore della famiglia di appartenenza. Così pensava Felice.
Lui a casa ci tornava solamente due volte l’anno: per le vacanze estive e per Natale.
L’estate, Felice la trascorreva in parte in una colonia montana ed in parte nel piccolo centro sui colli della Brianza, dove vivevano i nonni.

A Natale, invece, si consumava il rito del “Siamo una famiglia, almeno a Natale” e                          
come una famiglia unita si andava tutti insieme alla messa di mezzanotte; poi, Felice, fingendo di credere ancora a Babbo Natale, lasciava del cibo per lui e per le sue renne.         
E continuava a fingere di non ricordare che l’aeroplano di latta ed il trenino elettrico, che trovava il mattino seguente sotto l’albero, erano gli stessi che quei taccagni dei suoi genitori riciclavano ormai da alcuni anni.
Così le vacanze di Natale del piccolo Felice erano veramente vuote, tanto che gli mancavano persino i compagni di collegio. 
Il padre stava tutto il giorno in negozio e la madre si lamentava in continuazione per la sua
esuberanza  :


- Sono malata e tu non fai che  peggiorare le mie condizioni di salute. – rimproverava il figlio,  -  Mi  farai morire! -   
Che bel Natale ! Sarebbe stato certamente meglio restare in collegio.
Quel nome, poi, che gli era toccato in sorte, nel periodo natalizio era un peso gravoso, che lo sottoponeva ad un vero e proprio supplizio. Ogni giorno in classe si ritrovava il banco ricolmo di lettere da inoltrare al suo presunto padre, oppure, sulla lavagna, comparivano scritte del tipo: “Tutti fanno regali, a Natale, ma lui sarà Felice” ?
Per Felice la situazione familiare peggiorò sensibilmente con l’arrivo dei due fratelli: il piccolo Santo, prima e Cristiano, due anni dopo.  
I fratellini mal tolleravano quello che per loro era un intruso, la cui presenza in casa si limitava a un paio di volte l’anno.
Da parte sua, Felice,  investito dai genitori del ruolo di fratello maggiore, doveva fare buon viso a cattiva sorte, sopportando i due pestiferi ragazzini anziché riempirli di botte come avrebbe preferito.

Il tempo passò, terminata la scuola media, egli era passato dal collegio al seminario dei Salesiani, dove aveva frequentato il liceo.
Le festività natalizie le trascorreva sempre con la famiglia, ma non gli andava più di fingere, e, il giorno di Natale, in compagnia di un suo degno compare, l’amico Alfredo, metteva in atto scherzi micidiali precedentemente studiati da loro nei minimi dettagli, come quella volta che  fasciarono i batacchi delle campane della chiesa, per smorzarne il suono, e sostituirono il disco di canti natalizi con uno di canzoni goliardiche.
Quel che successe il mattino rimase nella storia cittadina.
Il vecchio sacrestano non era riuscito a spiegarsi lo strano rumore smorzato e pur dandosi un gran daffare a tirare le corde non ne aveva tratto un suono decente. Nel frattempo, tra lo  sbigottimento di quanti si apprestavano a recarsi in chiesa, gli altoparlanti posti sulla cima del campanile diffondevano a tutto volume delle sguaiate canzoni da osteria.
Il parroco era accorso, trafelato, con la schiuma da barba sul viso ed il rasoio in una mano, ma la sacrestia, dove era situato l’impianto di amplificazione, era ermeticamente chiusa, ed il sacrestano, l’unico che avesse una copia delle chiavi, era rimasto, a sua volta, rinchiuso nel campanile.

Al termine del liceo, Felice se ne era andato dal seminario, quel luogo gli era diventato stretto ed il Dio dei Salesiani non era più il suo Dio. Tornò a casa ma vi stette giusto il tempo per litigare con i genitori che lo volevano dietro il banco del negozio di famiglia.
Lui, che aveva altri progetti, tornò istintivamente al mare.
Lo aveva guardato dalla finestra negli interminabili pomeriggi della sua infanzia, aveva ascoltato la sua voce nelle notti di burrasca, gli era diventato amico e compagno e ora gli
mancava. Frequentò un corso di navigazione, poi si imbarcò con su un cargo che salpava per l’Australia.
Passò alcuni anni in mare, i migliori della sua giovinezza. In mare conobbe gli attivisti di “Green Peace”, e fece parte dell’equipaggio della “Rainbow Warrior”. Con loro condivise gli ideali ecologisti e le incursioni contro le baleniere giapponesi.
Fu proprio durante una di quelle operazioni, a bordo di un tender, sotto il tiro degli idranti della baleniera, che venne immortalato da un fotoreporter. Le foto furono
pubblicate su alcune riviste italiane, foto che fecero vergognare i suoi familiari 
Le sue avventure in mare si conclusero con un drammatico naufragio: l’imbarcazione su cui viaggiava si capovolse per un uragano al largo delle coste indonesiane. Si salvarono soltanto lui ed il cuoco di bordo, andando alla deriva per diversi giorni. Terminati i viveri e l’acqua, il cuoco morì di fame e sete, ma Felice fu ritrovato anche se più morto che vivo.
Soccorso da una nave militare, fu rimpatriato in pessime condizioni di salute e impiegò alcuni mesi per ristabilirsi.


In un momento così difficile della sua vita, il giovane si rivolse ai suoi familiari ma il padre, mentre lui era ancora in ospedale, era morto dopo una lunga malattia. 
I fratelli lo accolsero con freddezza: - Se sei venuto a riscuotere la tua parte di eredità,  accomodati pure. – Gli disse, beffardo, Santo, il più avido e scaltro dei due. – L’azienda di
nostro padre non esiste più da tempo - continuò Cristiano – Fallita. Noi, lavorando sodo, abbiamo salvato il salvabile: ora si chiama “Natale Santo & Cristiano”e appartiene a noi – proseguì indicando Santo. - Tutto è accaduto mentre tu te ne andavi in giro  per i sette mari, ma se, ora che sei tornato, vuoi assumerti le tue responsabilità quale erede, questa è la somma che ci devi.  - Così dicendo gli allungò un documento con una cifra di parecchi zeri.
Incredibile, pensò Felice, non solo i suoi fratelli lo avevano derubato, ma pretendevano pure, da lui, un sacco di soldi. Era furioso, ma non lo diede a vedere.
Si sfogò invece col suo avvocato, il quale, esaminata la situazione ricostruì l’accaduto: i due, allo scopo di escludere il fratello dai beni di famiglia, avevano creato una società parallela, spostando, con fatture fittizie, i capitali dall’azienda paterna alla loro. Facendola poi fallire, ne erano risultati i maggiori creditori, in questo modo si erano impossessati legalmente dei possedimenti dei genitori e potevano anche vantare un credito nei confronti dello sgradito fratello.
Era una truffa delle più subdole, ma difficile da provare in tribunale, a Felice conveniva rinunciare all’eredità e mettersi il cuore in pace.
Questa la conclusione dell’avvocato che, aggiungendo altro danno, gli recapitò una pingue parcella, insieme agli auguri natalizi.

Ancora una volta era in arrivo il Natale. Il mattino della vigilia, le vetrine della “Natale Santo & Cristiano” erano uno sfavillio di luci intermittenti ed una grande scritta luminosa augurava “FELICE NATALE”. Un uomo vestito da Babbo Natale varcò l’ingresso e si recò difilato nell’ufficio della direzione. All’interno vi trovò i due proprietari che non ebbero neppure il tempo di protestare per l’intrusione.
A Santo, che si trovava vicino alla cassaforte, Babbo Natale intimò di aprirla senza fare storie, e, per essere più convincente,  gli mostrò un valido motivo perché si sbrigasse: una lucente pistola automatica. La richiesta era di quelle che non ammettono obiezioni, perciò Santo si voltò per aprire la cassaforte, ma quando tornò a girarsi, aveva in pugno una Beretta 9 mm. Parabellum, col colpo in canna, e prese a far fuoco all’impazzata.
Al primo colpo Babbo Natale stramazzò a terra colpito al petto. Mentre cadeva, l’indice contratto fece scattare il grilletto e dalla canna della sua arma uscì, con un rumore secco, una bandierina gialla con la scritta “Bang”.
Quell’imbecille di Santo, che non sapeva affatto usare una pistola, in preda al panico, continuò a sparare finché non ebbe esaurito l’intero caricatore. Alcuni proiettili devastarono l’ufficio, e un paio di essi andarono a colpire mortalmente Cristiano. Quando infine la sua follia si placò   scoprì che dentro il costume di Babbo Natale c’era il fratello maggiore.

Le ferite di Felice non si rivelarono gravi, ed il giudice con lui fu clemente, riconoscendogli le circostanze attenuanti: egli infatti sperava di trovare, dentro la cassaforte, le prove della
truffa a suo danno.
Si beccò 3 anni di carcere, in seguito ridotti a 2 per buona condotta e per via di un fatto di sangue al quale assistette per caso. Era stato testimone di un regolamento di conti compiuto in
carcere: un killer della malavita organizzata aveva accoltellato un altro detenuto nelle docce, e non fece nemmeno quelli.
Il direttore della casa circondariale era stato esplicito: - Lei ha dimostrato del coraggio a testimoniare in tribunale. Fin’ora ha potuto usufruire della protezione dello stato, ma ora che esce dal carcere diventa un facile bersaglio. Quella è gente che non perdona. Lasci la città, e se possibile anche il paese. Buona fortuna. - Detto ciò gli strinse la mano e lo abbandonò al suo destino.


Felice si ritrovò così per strada di primo mattino, era ancora buio e egli si incamminò verso il centro della città. Aveva una paura del diavolo e si guardava continuamente intorno, temendo di essere seguito. Pensò che in mezzo alla folla si sarebbe potuto nascondere meglio, perciò si diresse ai grandi magazzini “Sodoma & Gomorra”, il tempio dello shopping griffato, una cattedrale di sette piani in pieno centro, dove era possibile acquistare tutto ciò che esiste al mondo di più costoso ed inutile.Al “Sodoma & Gomorra” si poteva entrare nudi ed uscirne abbigliati come   nababbi, a bordo di una Ferrari ed in compagnia di una bionda vertiginosa. L’ultimo piano ospitava, per l'appunto, una agenzia matrimoniale che forniva, al bisogno, anche accompagnatrici occasionali.
L’enorme abete ricoperto di luci colorate, davanti all’ingresso, ricordò a Felice che era la vigilia di Natale, le porte  stavano giusto per essere aperte al pubblico e già una folla di signore
impellicciate, con bambini impazienti al seguito, premeva per entrare. 
Quando, a sua volta, riuscì a varcare la soglia, si diresse verso gli uffici, dove lavorava un vecchio amico. Lo trovò al bar intento a sorseggiare un caffè; i due si salutarono
calorosamente, poi Felice confidò all’amico i suoi timori.
Questi lo condusse in uno spogliatoio dove gli fece indossare un costume da Babbo Natale, con tanto di pancia, barba e baffi finti. - Così nessuno ti può riconoscere, - gli disse – Questa sera, dopo la chiusura, ti porto in un posto sicuro. - A Felice, essere l’obeso testimonial a Natale della la Coca Cola, non faceva certo piacere; quel travestimento, poi, già una volta gli era stato funesto.
In quel momento, però, non c’erano alternative e si avviò al suo lavoro, nel reparto che gli era stato indicato.

Nell’intervallo di pranzo si concesse un panino ed una birra al bar del primo piano, poi andò in bagno e poco ci mancò che gli prendesse un colpo: un Babbo Natale, che a occhio e croce
aveva la sua stessa taglia, se ne stava seduto sul water, i pantaloni calati ed un coltello piantato nel petto.
Non c’è alcun dubbio, - pensò - quest’uomo, chiunque esso sia, è stato scambiato per me. – Evidentemente lo avevano seguito. Ma, se lo credevano morto,  per un po’ era al sicuro, giusto il tempo di sparire dalla circolazione.
Un uomo gli si avvicinò facendolo trasalire, era una guardia armata, addetta alla sicurezza. Questi si guardò intorno con fare circospetto, poi gli disse, a voce bassa ma con tono perentorio: Ok Mario, noi siamo pronti. Tutto procede come stabilito: scendiamo nel caveau, preleviamo il denaro, mettiamole banconote di grosso taglio nel sacco rosso e all’uscita lo passiamo a te. Tu sai cosa devi fare. Ci vediamo al solito posto. E’ tutto chiaro ? - Felice accennò di si col capo. Caspita se era chiaro ! Se aveva capito bene stava per mettere le mani sull’incasso settimanale dei grandi magazzini: una cifra da capogiro.
Si alzò e seguì in silenzio l’uomo armato. Al piano terra, si appostò dove gli era stato indicato.
Non dovette attendere molto, due addetti al trasporto valori, armati di tutto punto, sbucarono dal montacarichi di servizio spingendo un carrello sul quale c’erano dei sacchi sigillati, un
terzo uomo, lo stesso che lo aveva condotto lì, li seguiva impugnando un micidiale fucile a pompa.
I tre procedevano verso di lui ostentando indifferenza, quando gli furono vicini, uno di loro, estrasse dalla parte inferiore del carrello un grosso sacco di panno rosso e glielo consegnò, poi,
puntandogli contro il fucile, gli intimò con un sorriso beffardo: - E non farti venire strane idee! –

Felice attese che il furgone blindato, con il suo carico di spiccioli e giornali vecchi, se ne fosse andato e uscì sulla strada.
Le gambe gli tremavano, ma non era per il peso del grosso sacco che portava sulle spalle, era piuttosto la somma delle emozioni di quel giorno, era il pensiero della fortuna che quel sacco conteneva. Poi, la soddisfazione di aver fregato quei bastardi della “Apocalypse Trading Company”, la multinazionale proprietaria della catena “Sodoma & Gomorra”, gli provocò una euforica sensazione di ebbrezza.


Camminava lentamente, come si conviene ad un rispettabile Babbo Natale che sta per consegnare i doni ai bambini buoni. Lungo la strada nessuno badava a lui, dopotutto era la vigilia di Natale, e, una volta tanto, era assolutamente adeguato al luogo ed al momento.
Una bimba bionda, sorridendo, lo salutò con la mano e lui ricambiò il sorriso.Il rombo di un jet in transito nel cielo gli fece alzare lo sguardo; anche lui sarebbe partito, ma non in quel modo, non su di un aereo di linea. 

Il “Canard Enchainé” mollò gli ormeggi, di buonora, al molo ovest, e prese lentamente il mare aperto.
Da terra alcuni pescatori lo stavano osservando con interesse; due alberi come quello non se ne vedevano spesso in quel piccolo porto del Tirreno. Lo videro issare le vele e prendere sempre più velocità, puntando a sud ovest, fino a scomparire dietro al promontorio.
A bordo, Felice stappò una bottiglia  di champagne e ne versò per sè e per i due compagni di navigazione: Jiulien, il proprietario della barca, e Rudy. I tre si erano conosciuti anni prima sulla “Rainbow Warrior”.
Felice aveva pensato che quello fosse il modo migliore per tagliare la corda senza dare nell’occhio. Trasferire tutto quel denaro attraverso una banca, sarebbe stato rischioso, perciò
aveva preso la decisione di portarlo di persona alle isole Kayman.
A dire il vero quell’improvvisa ricchezza lo aveva messo in agitazione. Non aveva ancora stabilito cosa fare del denaro, che stava ben nascosto nella stiva dell’imbarcazione, ed ogni volta che ci pensava provava una sensazione di disagio.
Per ora aveva come meta il mar dei Caraibi, e più precisamente la repubblica di Costarica, dove viveva da alcuni anni Ernesto, un compagno di collegio, divenuto sacerdote e partito missionario in America Latina.

Al porticciolo turistico di Puerto Limon, il “Canard Enchainé” ci approdò in una splendida giornata di Gennaio. Felice lasciò ai compagni il compito di sistemare la barca e rifornire la cambusa, salì su un taxi sgangherato e si fece portare al vicino villaggio di Feliz Navidad, dove viveva Ernesto. Certo che chiamarlo villaggio era un eufemismo: quelle quattro baracche di legno auto costruite erano la quintessenza della miseria, dignitose, si intende, ma comunicavano una sensazione di precarietà estrema.
L’auto si fermò nel largo spiazzo centrale, sollevando un gran polverone. Uno stuolo di ragazzini scalzi e malvestiti si fece intorno al nuovo arrivato. Poi qualcuno andò a chiamare don Ernesto e Felice vide un uomo alto e magro, capelli lunghi e barba incolta, uscire da una delle baracche e venirgli incontro. I due compagni di collegio, dapprima stentarono a riconoscersi, poi si abbracciarono ed Ernesto condusse l’amico a visitare il villaggio.
Per la verità la visita fu breve, perché c’era ben poco da mostrare.
Ernesto parlò a lungo, raccontando all’amicodella sua esperienza in Colombia, dove si era occupato di un progetto di recupero dei ragazzi di strada. Ma il suo lavoro non era gradito ai
narcotrafficanti del posto, con i quali era subito entrato in rotta di collisione, tanto che
alcuni sicari del cartello di Medellin gli avevano teso un agguato e per poco non ci aveva lasciato le penne.
Fu a causa di ciò che il suo vescovo gli aveva consigliato di trasferirsi in un luogo più sicuro: - Un eroe morto non serve a molto, preferisco saperti vivo ed attivo in un altro luogo. - Le sue parole lo avevano convinto, ed aveva accettato di trasferirsi in Costarica, in un vasto appezzamento di terra incolta avuto in concessione dal governo. Con lui vivevano alcuni adulti, che in quel momento erano al lavoro nei campi intorno al villaggio, e numerosi
ragazzini che aveva raccolto dalla strada, nelle città vicine, o nei laboratori artigianali per la confezione di prodotti griffati, dalle multinazionali del lusso, la più nota delle quali era la famigerata “Apocalipse Trading Company”, dove venivano ignobilmente sfruttati.
I due amici si erano ora seduti all’ombra di un patio antistante una delle baracche. Da una porta uscì una giovane creola portando delle bevande fresche e Ernesto presentò Magdalena come la più attiva delle sue collaboratrici. Felice non riusciva a toglierle gli occhi di dosso, era di una bellezza abbacinante, ma nel profondo degli occhi le si leggeva un immenso dolore.
Quando la giovane si allontanò, il sacerdote raccontò che Magdalena, un tempo, si prostituiva con i turisti negli alberghi di San Jose. Lo faceva per mantenere i fratelli più piccoli.
Ma, un giorno, aveva visto morire una sua compagna di sventura, uccisa dalle botte del protettore, e si era ribellata ai suoi sfruttatori, denunciandoli e facendoli incarcerare. 
Da allora, con l’aiuto di Ernesto, era attivamente impegnata per strappare alla malavita le giovani ridotte in schiavitù.
Il prete illustrò poi all’amico il suo progetto di impiantare una coltivazione di ananassi e piante medicinali, insieme ad un laboratorio per la preparazione dei prodotti di erboristeria, tipici della tradizione locale. Aveva già stabilito dei contatti con la rete del commercio equo solidale, mancava solo un minimo di capitale per far partire l’iniziativa, ma, nel suo innato ottimismo, era certo che in qualche modo sarebbe riuscito a rimediarlo.

E’ di nuovo Natale, la vigilia per essere precisi, Felice è seduto all’ombra di un patio, ma non è più lo stesso: qui, ora, nulla è più come prima. Ad un anno di distanza, Feliz Navidad è un bel villaggio di case nuove.
Il “Canard Enchainé” è ripartito senza di lui, Magdalena gli siede accanto e gli versa da bere.
I due giovani si guardano negli occhi, in quelli della ragazza ora si può scorgere una luce
nuova.
Ernesto ha realizzato il suo progetto, ma, al villaggio, nessuno lo chiama col suo nome.
Sarà per il suo aspetto fisico che lo fa assomigliare al ritratto di San Ernesto de La Higuera, presente nella piccola chiesa, o, forse, per lo stesso nome di battesimo, che tutti lo chiamano
“El Che”.
Lo si può trovare nei campi, sul trattore, oppure a scuola, in infermeria o in uno dei laboratori.
Solo la domenica l’aula scolastica ridiventa chiesa e don “Che”, coi paramenti sacri, celebra la messa. Ovviamente è superfluo precisare la provenienza del capitale impiegato nel progetto,
anche se qui lo ignorano. Felice è stato molto vago, parlando di un finanziatore italiano
desideroso di mantenere l’anonimato, e nessuno ha avuto niente da obiettare.


 

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