|
|

|
ARCHIVIO STORICO
|
|
| TITOLO: |
Scala sinistra, secondo piano |
| AUTORE: |
Giovanni Musetti di Castellamonte |
| GENERE: |
Racconto |
Lei abitava un appartamento al quarto piano di uno stabile ad angolo, affacciato su un grande viale di Torino. Non era una dimora nobile e gentilizia della Torino umbertina come altre poco distanti,ma lo stile minimale,l’intonaco rinnovato da poco e il color verde trifoglio delle imposte, la rendevano piacevole ed originale. Quando Ettore vide casualmente per la prima volta quel palazzo, non poteva certo immaginare che qualche mese dopo, in quella stessa casa, avrebbe vissuto l’unico suo vero amore. Era la domenica precedente il Natale e insieme a sua madre, stava andando a far visita alla zia Nella, ospite del vicino ospedale. Parcheggiò l’automobile nel controviale di fianco all’edicola chiusa, poi senza rendersene conto, si trovò incantato a guardar quella casa, tanto che sua madre dovette sollecitarlo con garbo: ”Ettore andiamo? Cosa stai guardando?” Ettore non disse nulla. Non aveva una risposta. Si avviò deciso verso il marciapiede e sistemandosi il cappotto, ma senza più fermarsi, si girò ancora un paio di volte per guardare il palazzo da una prospettiva diversa. Poi, però di quella casa, della sua istantanea e inspiegabile attrazione, non rimase alcuna traccia nella sua memoria. Ettore tornò più volte a Torino. Ci veniva abitualmente, in particolare gli piaceva la città d’inverno, la collina innevata, il fiume vetrato, livido per il gelo con gli argini coperti di galaverna. Amava Torino e la sua storia. Più volte, aveva pensato che se avesse potuto decidere dove e quando venire al mondo, avrebbe scelto la Torino vivace ed operosa del dopoguerra, delle fabbriche e degli allievi del liceo D’azeglio. A metà aprile, per una serie di irripetibili combinazioni, tali da rendere ancor più magica la storia, Ettore conobbe la persona che gli avrebbe cambiato la vita. Rimase colpito dalla bellezza e dallo stile di quella donna alta ed elegante. Lei disse di chiamarsi Patrizia e di abitare in città. Era molto discreta e pur mantenendo un atteggiamento schivo, rispondeva al garbato ma efficace assedio di Ettore, con un sorriso tutt’altro che dissuadente. Con scaltrezza, egli era riuscito a carpirle il numero di telefono, niente di più, ma considerata la gentile parsimonia nel dare sue notizie, quel numero, andava considerato un successo. Lo divertivano queste situazioni. Erano per lui un gioco avvincente e sapeva condurlo ad arte. Sempre pronto a fare un nuovo giro di giostra, senza mai pagare il biglietto e tanto meno l’abbonamento. Era così Ettore. Aveva fino ad allora vissuto amori a termine,non per disonestà, ma si era trovato a vivere così e nel tempo aveva ritenuto fosse quello il suo destino. Quell’incontro per Ettore,fu come una frustata, di quelle che arrivano senza preavviso e lasciano il segno. Nei giorni successivi all’incontro, l’immagine di quella donna segreta e affascinante, fu il suo pensiero dominante. Ettore ripensava a quei momenti, in tutti i dettagli. Il ricordo gli rimbalzava nella mente, e lui frugava nella memoria e quando stava per sfumare, non esitava a chiamarla. Voleva sentire la sua voce piena e rotonda e allora gli sembrava di averla davanti. Voleva rivederla. Decisero di incontrarsi e questa volta Ettore ebbe la sensazione che si trattasse di desiderio condiviso. Al primo appuntamento Ettore si presentò in perfetto orario, cosa strana per uno come lui, che in genere aveva un concetto approssimativo del tempo. Scese dalla macchina, si aggiustò il maglione sulle spalle e girando lo sguardo la vide mentre attraversava il corso e camminava verso di lui. “Puntualità svizzera” disse Ettore. Era stranamente emozionato e quello fu banalmente ciò che riuscì a dire. Lei sorrise: ”Succede solo la prima volta”. Ettore aveva pensato a quel momento e si era anche preparato alcune frasi da pronunciare per rompere il ghiaccio in modo elegante. Ma ora non riuscì a dire altro che: ”Finalmente ci si vede”. Non fu capace di dire nulla di meglio, perchè in quello stesso istante, si rese conto di essere sotto il palazzo con le imposte verde trifoglio, che un giorno aveva guardato a lungo senza motivo. Non pensò ad un segno del destino. Era un razionale. Preferì pensare ad una pura casualità e soprattutto cercò di liberarsi dalla sua impacciata disinvoltura. Salirono in macchina e lei, aggiustandosi i capelli, esordì: ”Devo dirti subito una cosa. Non mi chiamo Patrizia. Il mio vero nome è Cinzia”. Ettore, spense la radio e si voltò verso di lei: ”Ti perdono. E’ una mezza bugia. La desinenza è uguale”. Sorrisero, ma lui dovette concentrarsi un attimo, per sostituire quel nome che da almeno due settimane aveva fisso in mente e intorno al quale aveva ricamato con la fantasia. Attraversarono la città, Ettore moriva dalla voglia di guardarla,di scoprirla finalmente da vicino ma doveva farlo senza che Cinzia si sentisse gli occhi addosso. Guidava piano, cercava volutamente il rosso del semaforo e in quel minuto di sosta, rubava con lo sguardo tutto il possibile. Era una serata mite, il cielo terso, nell’aria il profumo di primavera imminente, che fa sentire vivi e venir voglia di stare fuori fino a notte. Si sedettero nel dehor di un caffé, in una delle più belle piazze della città. Una spianata perfetta, leggermente digradante verso il fiume, con la collina di fronte. Parlavano come si conoscessero da sempre. Cinzia era in vena di conversazione e questo piaceva molto ad Ettore. La ascoltava attentamente, pensieri via, via lo assalivano e tormentavano come mosche. Aveva un viso dolce Cinzia, una bellezza naturale, due occhi luminosi, contornati da un trucco pervinca appena accennato, solo due orecchini rosso corallo ad impreziosirle il viso. Si muoveva in modo elegante e parlava sorridendo. Ettore la osservava, indugiava su di lei e ogni tanto alzava lo sguardo verso i palazzi circostanti dagli abbaini sui tetti, che da sempre gli evocavano amori poveri e passioni proibite. Cinzia raccontò dei suoi viaggi, del suo lavoro creativo che la appassionava molto, sfiorando appena il suo privato e questo generò in lui una maggiore curiosità. Avrebbe voluto sapere tutto di lei, di quando era bambina, dei suoi amori e dei suoi sogni. Si domandava come fossero gli uomini che Cinzia aveva amato e nel pensarlo, pur senza titolo e ragione,provava una gelosia segreta. Parlavano e si annusavano. C’era in loro una gran voglia di raccontarsi e non si accorsero che si era fatto tardi. Ettore guardò l’orologio, fece un cenno al cameriere e pagato il conto si avviarono. Si fermarono in mezzo alla piazza e guardandosi intorno, Ettore le domandò “Ti portavano alle giostre da bambina?” ricordando che un tempo a carnevale quello era un grande luna park. “Sì ci venivo con mia mamma. Era un rito. Prima la giostra e poi il palloncino che invariabilmente perdevo prima di tornare a casa”. Camminavano e lui pensò che Cinzia doveva essere già bella da bambina. La immaginò giocosa tra le giostre e i banchi del tiro a segno, nascosta in un cappottino blu con martingala a doppia virgola, lo sguardo in alto verso il palloncino e il musetto annegato nello zucchero filato. Cinzia propose un ristorante non distante, disse che era aperto da poco e che avrebbero potuto andarci a piedi. “Ci sei già stata altre volte?” “No mai stata. Ma mi hanno detto che è un buon posto” Ettore non disse nulla, ma provò uno strano senso di diffidenza. L’ idea che Cinzia fosse stata lì con un altro uomo lo disturbava. Era un bel locale. A giudicare dal marmo alle pareti e dai ganci di metallo al soffitto, doveva essere stata una vecchia macelleria, recuperata con gusto e rispetto. Scelsero un tavolo decentrato, in fondo alla sala. Si avvicinò il cameriere per consegnare la carta e Cinzia si infilò con calma un paio di bellissimi occhiali colorati “Stai bene, hai l’aria di una studentessa” disse Ettore “Vuoi dire…studentessa fuori corso?” Cinzia era sempre pronta alla battuta, lo faceva sorridendo, come se le parole le facessero il solletico. Venne il cibo e con il cibo una bottiglia di vino. Ottimo. “Ti piace il vino ?” domandò lui mescendo.”Certo che mi piace. Preferisco il rosso” disse Cinzia alzando il bicchiere e cercando quello di Ettore. Cinzia aveva un età difficile da definire. Non era più ragazza, ma il tempo era stato delicato con lei, regalandole una bellezza vera e ancora intatta. Vestiva con gusto, senza obbedire alla moda che rende tutti uguali. Ettore era attento ai dettagli. Gli piaceva quel suo stile elegante, non ostentato e il portamento aristocratico. Le raccontò della sua passione per la moto e per le automobili d’epoca. Cinzia sembrava divertirsi e dimostrava di conoscere l’argomento. Disse che le macchine inglesi le ricordavano la sua giovinezza.”Hai avuto un fidanzato che ne possedeva una?” “Grullo! Non era il mio fidanzato, era un caro amico” rispose lei ridendo forte. Cinzia scherzosamente diceva spesso grullo. Ettore trovava quell’espressione importata stridente con il suo essere torinese. Quando Ettore le versò del vino, lei trattenne il bicchiere: ”Basta, non vorrai mica ubriacarmi?” Lo diceva in modo malizioso, a metà tra il divieto e il consenso, tanto che lui lo versò comunque, pensando che Cinzia, sarebbe stata bella anche un po’ brilla. Uscirono per ultimi con evidente sollievo dei camerieri. Fuori si era fatto fresco. Ettore avrebbe voluto abbracciarla o anche solo accarezzarle il viso ma si trattenne. Per farlo, gli serviva il palese consenso di Cinzia, un gesto, una parola come autorizzazione. Camminavano adagio, quasi volessero ritardare il rientro. Sulla piazza, i caffé ancora affollati, le luci dei lampioni e il vociare della gente rendevano quel posto vivo ed invitante. Ettore pensò che sarebbe stato bello fermarsi ancora a parlare. Voleva prender tempo e studiava come manifestare il suo desiderio, e forse, sarebbe arrivato il consenso di Cinzia. “Sai che da bambina abitavo in collina?” “Davvero? “ “Sì, ho un ricordo bellissimo di quel posto, appena sopra Villa della Regina, vicinissimo alla città, ma era come vivere in campagna.” Ettore pensò che Torino vista dall’alto della collina, aveva la forma di una tavoletta di cioccolato, con i suoi grandi viali paralleli e perpendicolari tra loro. Guardavano la collina e Cinzia,con velata malinconia, disse che da allora aveva cambiato più volte casa. Momenti diversi di una vita affrontata con coraggio e tenacia. Ogni casa era una fetta di storia, rifletté Davide. Giorni belli, amori vissuti, spezzati, ricordi sfumati dal tempo. Nel racconto di Cinzia, mai un rimpianto. Ettore ascoltava. Rifletteva su quanto fossero state diverse le loro vite e si sentì invadere dall’emozione nel pensare a Cinzia, come al completamento di se stesso. “Da quanto tempo abiti lì?”chiese Ettore “Da due anni. Ho fatto una casa su misura per me. La mia tana”. “E tu, Ettore? Com’è casa tua?” “E’ in un bel posto in collina. Ha un grande terrazzo,con vista sui castelli delle Langhe e in lontananza puoi vedere il bagliore riflesso delle luci di Torino”. Pensavano rispettivamente alle proprie case, come ad una esperienza da barattare. Lo facevano in silenzio, senza confessarlo,traditi solo dagli sguardi. “Con il mestiere che fai, la tua sarà una bella tana” disse lui “A me piace. Ci sono i miei ricordi, le cose che mi piacciono. Per la prima volta non devo condividere nulla con nessuno e anche il letto è tornato piccolo,come quello che avevo da bambina.” Ripresero a camminare verso la macchina. Ettore vide le rotaie del tram e pensò a quando i tram erano verdi. Al loro rumore di ferraglia e alla scintilla sul filo, che da piccolo gli metteva paura. Si era fatto tardi, continuavano a parlare e senza accorgersene si ritrovarono sotto il palazzo dalle imposte verdi. Ettore fermò la macchina. Spense il motore, che voleva dire: non c’e’ fretta. ”Sai che la prossima settimana parto per un viaggio?” “Destinazione?” “Medio oriente.Ti scriverò”disse Cinzia Lui provò un primo acconto di nostalgia e pensò che quei giorni, sarebbero serviti a far decantare le sensazioni che lo attraversavano in quel momento. A Ettore venne naturale accarezzarla. La accarezzava e con l’indice percorreva il tratto del suo viso,come volesse prenderle l’impronta. Poi,senza interrompere la carezza, alzò lo sguardo verso il palazzo e chiese:”A che piano abiti ?” “Quarto piano, scala a sinistra”. Cinzia indicò le finestre e il balcone. Si lasciarono con un bacio. Ettore la seguiva con lo sguardo e nel vederla andar via gli sembrò più bella di come l’aveva vista arrivare. Allora, credeva si chiamasse Patrizia. Ad Ettore piaceva quel nome. Lo trovava perfetto come un abito cucito addosso su misura. Avrebbe preferito che lei si chiamasse davvero Patrizia. Accese la pipa e aspettò in silenzio che si accendessero le luci alle finestre del quarto piano. Intanto, ricordando le parole di Cinzia, giocava ad indovinare come fosse casa sua. Gli venne in mente il letto piccolo come quando era bambina, lo immaginò disposto con la parte più lunga contro il muro, coperto da tanti cuscini colorati e a fianco una comoda poltrona di velluto rosso .Si domandava se avesse molti libri e tanti quadri alle pareti. Avrebbe voluto rimanere li, fino a quando si fossero spente le luci, ma preferì avviarsi. Non voleva essere sorpreso, caso mai lei si fosse affacciata alla finestra. Era passata la mezzanotte, all’incrocio prima del ponte sulla ferrovia, si fermò a comprare il giornale. A Ettore piaceva comprare il giornale per strada di notte, con quel profumo di inchiostro fresco di stampa. Era una cosa bella della grande città. Nonostante non facesse freddo,il ragazzo che vendeva i giornali, vestiva pesante, come fosse in inverno. Aveva l’espressione assonnata di chi si è levato da poco e Ettore pensò, che forse anche lui, aveva una sua Cinzia che dormiva a casa da sola. Gli venne in mente suo padre, che in occasione di avvenimenti importanti conservava sempre una copia di giornale. Sono date da ricordare, egli diceva, e archiviava il giornale come un documento. Anche Ettore decise di tenere quel giornale. Non per le notizie,non erano importanti,ma per la data. Sapeva bene, che da quella sera con Cinzia, per lui che aveva sempre vissuto amori di contrabbando, nulla sarebbe più stato come prima.
|
|
| BIOGRAFIA DELL'AUTORE |
|
Giovanni Musetti di Castellamonte nasce ad Alba il 18 agosto 1950. Fortemente innamorato delle sue Langhe, terra di sapori e di scrittori, è indissolubilmente legato a Torino per più di una ragione. Imprenditore, scrive per passione e per fissare nel tempo sensazioni, stati d'animo e momenti di vita
|
|
|
|