Chissà dove sono quelle giornate di marzo, quelle che ancor prima di schiudere le
persiane entrano in camera con frammenti di luce e avvisano che ancora una volta,
ancora un giorno, risplenderà di sole, di contorno o in primo piano rispetto alle ore
a seguire. Chissà dov’è quel primo vento fresco, che arriva con raffiche decise a
far sobbalzare il laminato che fa da tettoia, a muovere l’erba del pendio, e a tratti
soffia forte, poi si placa, poi riprende e soffia fino alle cime, fino alle fronde degli
ultimi pini, fino alle cime dove regnano silenzi e sibili, fino ad unirsi al ricorrersi
delle nuvole. E il sole luminoso di mezzogiorno, che batte sulle piastrelle scure del
terrazzo, che staglia ombre nette nella veranda e splende nel silenzio della valle,
ancora un giorno, ancora una volta, animata di vita, adagiata nella sua perpetua
esistenza. Dove sei, primavera che arrivi senza preavviso? In quella luce, in quei
bagliori che risplendono sulle rotaie, in quel silenzio che accompagna il canto dei
grilli nei vasti campi, può forse il treno ancora aspettare di viaggiare nella nebbia e
gettarsi in un abbraccio azzurro, verde, rapido, immenso?
Il vagone sobbalza, mi sveglio d’improvviso, il mio capo ciondola, sinistra, destra, e
ancora nel tepore, finché mi faccio più indietro sul sedile, aderisco con tutta la
schiena e ripiego il collo verso il finestrino. Una traversata di pianura per lasciare
indietro quegli ultimi giorni d’inverno, stanchi, per correre in un soggiorno senza
più ricordi svigoriti, verso un paesaggio da ammirare ancora.
Un'altra corsa, un altro giro, come un nuovo inizio, un’altra possibilità, qualcosa che
potrebbe dare un significato. O forse no, soltanto un altro tentativo, soltanto
un’atra prova distante dalla meta, ancora lontano dall’avere un senso ad una vista
più ampia. Un altro salto, un altro lancio verso il vuoto, un’ altra evoluzione, come
il salto di un acrobata sul suo filo, un unico appoggio di riferimento, in cerca di
equilibrio, in volo nell’aria, guidato soltanto da ciò ha imparato arrivando fino a lì,
fino a quel nuovo piroettare, accompagnato dal turbinio del movimento, dell’aria
che scompiglia in fretta quei capelli tenuti corti, che avvolge quei muscoli tesi, quel
corpo fasciato, e sale su, con le gambe ritte, uno slancio, un secondo per
mantenere la posizione, eccolo l’equilibrio perfetto, e poi giù come un pendolo, un
dondolo, e la magia è finita. Un equilibrio che forse a terra non si compirà. Eppure
non si può rischiare senza volare, non si può seguire la propria scia senza
rinunciare a lasciare a terra quanto ci trattiene e si chiama gravità. Forse non si
può cercare un’altra occasione per se stessi senza il bisogno di cambiare, senza un
po’soffrire per rinunciare, senza non sentire una stretta sotto al cuore e un pugno
che non sa chiudersi nell’andarsene. Ma si può provare, magari considerare di
tornare. Alla fine, può esser bello partire, ma anche avere un motivo per restare.
Il treno attraversa questo tratto di pianura, che pian piano sembra risollevarsi alla
prima luce frizzante e all’aria fresca e limpida come il cielo, erbe alte, dorate dalla
ultima siccità che ha seguito la neve del Natale, e sul limitare dell’orizzonte, i pini,
verde scuro, verde intenso, verde natura.
Quando non si è abituati a vivere in prossimità del mare, lo si aspetta, ad un certo
punto del viaggio, lo si attende, si sa che prima o poi arriverà, ancora una volta,
eccolo, non più visto dalla scorsa estate o forse solo da prima dell’autunno.
Ed ecco che quando le rotaie portano il viaggio ad avvicinarsi alla costa, si fanno
alte le pietre entro cui passa il treno, come se per un attimo si passasse nei suoi
scogli... Toton toton, toton toton... Ancora un attimo, e si vedrà... Dovrebbe esserci
da lì a poco... E poi dove finisce il cielo appare quel pezzettino di scuro grigio, di
blu slavato, di azzurro chiaro, senza quel riflesso splendente che ci si aspetterebbe
da un’immagine perfetta, ma d’altronde non sarebbe comune, famigliare, lo stesso
di sempre. E sono scomparsi dietro il treno i pini, il tratto di sterpaglia, ed ecco gli
arbusti, verde pietra come le rocce, bassi, con le foglie già inaridite dalla stagione
in arrivo. E il treno continua, toton toton, avanti, avvicinati al mare, ti preghiamo,
vai verso quel grande cielo, quel confine di terra, quel porto che si allunga nella
quiete insieme a un’altra speranza, un’altra culla di desideri, un’altra manciata di
sogni.
Si continua a dondolare, con alternanza, finché i vagoni entrano lentamente in
stazione, si affiancano alle pensiline, l’acrobata divengo io cercando di far scendere
i bagagli senza esserne colpita dal peso, e di nuovo quel battito, quel piccolo
accelerare che ritmava la partenza, ora arrivo al momento del ritorno.
Sarà già arrivata qui la primavera, l’avrai già vista, tu? Ti sei già svegliato la
mattina a tarda ora e hai scoperto che fuori la giornata era iniziata da un pezzo, che
il sole già era alto, che anch’io guardavo la sua luce sulla valle e mi chiedevo se
anche da te fosse così luminoso, e ci fosse quel vento, o ve ne fosse di più? E se
invece eri già sceso al lungomare, a buttare in acqua la canna lunga e flessibile,
leggera, avevi visto il sorgere quel mattino? Avevi camminato sul frangionde
freddo e umido, come quando ne scalavamo gli scogli le mattine in cui riuscivo a
starti dietro, e ti sei fermato a strizzare gli occhi e cercarne la fine, di
quell’orizzonte?
Se soltanto non ci fosse bisogno di decidere, se solo potesse esser più semplice
capire cosa ha valore. Se solo potessi sapere di non inseguire ogni volta un incanto
senza la paura di non raggiungerlo, senza il dubbio di non essere abbastanza, di
non esser forte quanto serve, se solo non fosse così forte il bisogno di averti
vicino ancora, un’altra volta.
Se solo sapessi di poter arrivare, una di queste volte, e poter restare, poter non
aver paura di sognare, allora sì che saprei che volerti bene porterebbe anche un
po’ di serenità. Ma anche tu non hai una risposta, anche tu stai ancora decidendo
quanta forza metterci, questa volta, e renderla migliore di tutte le altre.
Chissà tutto questo un giorno potesse esser tenuto insieme, come in una grande
fotografia, con noi, il nostro inverno mite e lontano, e la stagione viva a riunirci
ancora? Forse sarebbe un grande collage, un bel tenere vicino pezzi di natura e fini
diversi, ma in un certo senso accomunati dal fatto che fanno parte di noi, del salto
compiuto in ogni nuovo anno, in ogni primavera, in ogni rincorsa per prendere il
volo, per cercare quella posizione d’equilibrio, come fa quell’acrobata che si
esercita da anni per un secondo di perfezione. Nient’altro che l’ unica occasione di
essere felice.