ARCHIVIO STORICO
TITOLO: La pizza
AUTORE: Bernardo Risino
GENERE: Racconto
   
L’uomo, ingobbito sul computer, pigiava i tasti con l’indice della mano destra, senza pause. Nevrotico, a ogni pausa si mangiucchiava la pellicina attorno alle unghie.
 L’uomo non aveva crediti col destino, e neppure debiti. La sua esistenza si era srotolata regolare lungo la linea del tempo. E il tempo, entità per sua natura neutrale e asettica, aveva accompagnato i suoi cinquanta anni di esistenza senza sussulti, come un tapis roulant che scorre sempre uguale.   
L’unica novità, ammesso che di novità si potesse parlare, era stata l’irruzione nella sua esistenza di una certa propensione alla commozione e alle lacrime, come se la sua piatta esistenza avesse, comunque, generato un intrico di nodi che adesso reclamavano di essere sciolti.
   Sua moglie, quel sabato di pioggia cattiva, era andata a trovare i genitori. Lui ne stava approfittando per preparare una lezione su Leopardi. 
L’uomo insegnava Storia della letteratura italiana alla Statale. Col suo lavoro intendeva offrire agli studenti un punto di vista originale sul poeta recanatese, senza ignorare la critica storica. L’essenza della sua riflessione teorizzava che Leopardi fosse stato e continuasse a essere, con la sua poesia, una sorta di Cristo laico. Un Cristo che aveva portato croce e corona di spine per annunciare al mondo l’ineluttabilità del dolore per l’uomo. Era il nocciolo del suo pensiero, questo concetto, il chiodo fisso e conclusivo di un ragionamento intrapreso da tempo e a lungo elaborato.   
       Nel silenzio del giorno morente, all’improvviso, sentì un brivido scuoterlo. Si alzò e andò a controllare il termostato. Il display segnava venti gradi. Di nuovo un brivido, come una lieve scarica elettrica, si diramò lungo i suoi nervi.  Indossò un pullover e si diresse verso lo stereo. Dalla pila di cd prese il Concerto per clarinetto di Mozart e lo inserì nel lettore. Si versò un goccio di cognac e, col bicchiere in mano, sprofondò nella poltrona chiudendo gli occhi .   
 All’attacco del secondo movimento, l’Adagio, si abbandonò alla melanconica melodia mozartiana come un gabbiano alle correnti ascensionali.  
    Fu in quel momento che suonarono.
    Sospirò. 
    Il campanello suonò ancora, con insistenza.
Si alzò, si avviò verso la porta e, sbirciando attraverso lo spioncino, scorse il viso di un tipo intabarrato in un’incerata gialla.
“Sì?”, gridò.
“La pizza”, rispose una voce.
La pizza? , si chiese il professore. Quale pizza?
“Ci deve essere un errore. Non ho ordinato pizze, io”.
“Ehi”, gridò la voce, ”qua c’è il suo indirizzo. Su, apra”.
Aprì. 
Il tipo, forse uno studente che lavorava per guadagnare qualche soldo, se ne stava sotto il porticato reggendo un contenitore di cartone per pizze. Sull’incerata  campeggiava a caratteri cubitali la scritta rossa Speed Pizza.
La pioggia cadeva furiosa, i rami degli alberi del giardino ondeggiavano al vento. 
“Signore, ecco la sua pizza”.
“Giovanotto, non è mia.”.
“Ehi, qui c’è il suo indirizzo, guardi”. E gli porse un foglio intriso d’acqua, illeggibile.
“Non è mia. E poi, a quest’ora, chiunque ne sia il legittimo proprietario, sarà fredda. Portatela indietro”.
“Scherza?  Se non la consegno, mi faranno storie. Aspetti”.
Il ragazzo infilò la mano in una tasca ed estrasse un cellulare. Poi compose un numero.
“Capo, ci deve essere un errore. Forse l’indirizzo non è giusto”, disse. “Sì, capo, glielo passo”.
“E’ il mio capo”, aggiunse, porgendo il telefono.
      “Dica al suo uomo di andarsene.  Non è mia, la pizza”. 
      “Calma, amico. Qualcuno ha chiamato quaranta minuti fa’ e l’ ha ordinata, ‘sta Quattro stagioni. Da consegnare in via della Laguna, 19 ”, disse una voce.
“Ci abito io in via della Laguna, 19. La pizza non mi piace, chiaro? NON MI PIACE”, scandì ad alta voce il professore, restituendo il telefono.
“Sì, capo. Va bene, rientro”.
Poi, dopo un’occhiata non molto amichevole al professore, il ragazzo scomparve lungo il vialetto che conduceva in strada, inghiottito dalla notte e dalla furia del vento e della pioggia.
Il professore chiuse la porta e ritornò al lavoro.
Il mattino seguente si svegliò riposato. Aveva dormito un sonno pesante, senza sogni, come gli capitava da tempo, alla stregua di uno che sbarra le porte dell’inconscio a ogni intrusione. Fuori, ogni tanto, una macchina sgommava sull’asfalto bagnato. Dalle persiane filtrava un tenue chiarore, mentre la pioggia aveva smesso di cadere. Nel momento in cui decise di alzarsi, il campanello della porta suonò. Guardò il quadrante luminoso della sveglia. Appena le sette e trenta.  Si alzò, indossò una vestaglia sul pigiama e si diresse verso l’ingresso. Quando aprì, si trovò davanti due uomini: uno alto e robusto, l’altro piccolo e grassottello. Poco lontano, a metà del vialetto, intravide poliziotti in uniforme e due infermieri inginocchiati davanti a quella che sembrava una massa gialla. A terra c’era una barella.
   “Che succede?”, chiese.
    “Polizia”, disse l’uomo alto, che doveva essere il capo.  “Signore, lungo il vialetto del suo giardino c’è un morto. L’ hanno sistemato stanotte, a sassate, con una ferocia inaudita. E’ un ragazzo. Consegnava pizze a domicilio. Accanto al corpo c’è un cartone con dentro la pizza. L’omicidio ci è stato segnalato pochi minuti fa’, con una telefonata anonima”.
 “E’ terribile”.
“Venga”, disse uno dei poliziotti.
Il professore percorse quasi di corsa i pochi metri che lo separavano dal corpo del ragazzo.
“Stiamo aspettando l’arrivo del P.M e della scientifica” disse il piccoletto.
“Dio mio, è il ragazzo di ieri sera” esclamò il professore, appena lo vide. “Mi voleva lasciare una pizza che non avevo ordinato. Ho parlato col suo datore di lavoro, abbiamo chiarito tutto e se n’è andato”.
     Il volto del ragazzo era ricoperto di sangue. Sulla tempia destra c‘era una profonda ferita. Lesioni più lievi si notavano sulla sommità del capo.  
A quella vista, il professore era impallidito.
“Andiamo dentro” suggerì il poliziotto alto, vedendolo tremare. “Chi ha ucciso il ragazzo ha usato un sasso prelevato da un’aiuola del suo giardino. Ecco, guardi”. E gli mostrò una busta di plastica con dentro l’arma, rossa di sangue.
 “Davvero?”, domandò l’uomo con aria assente, poi si accasciò su una poltrona. Dopo un po’ si alzò, si avvicinò al mobile bar, si versò un’abbondante dose di cognac e lo buttò giù, a stomaco vuoto. L’impatto con l’alcol lo fece tossire, restituendogli un po’ di colore. 
“La scientifica tra un po’ si metterà all’opera. Le metteranno la casa a soqquadro, non hanno riguardo, quelli, quando ci si mettono.”  
Più tardi, al commissariato, il professore, seduto su una scomoda sedia, fissava negli occhi il poliziotto, dominando a stento la tensione che gli faceva contrarre i muscoli del viso. Il poliziotto tamburellava con le dita della mano destra sulla scrivania, con l’aria di chi non ha fretta.
  “Scommetto che sta pensando:’Eccomi qua, alle prese con un guaio davvero grosso. Come ne esco?’ E’ questo che sta pensando?” gli chiese il poliziotto.
“Che vuole da me?”, sbottò il professore.
“Risposte”.
“Non ho risposte. Non so niente di questa storia”.
 Il poliziotto si alzò, aggirò la scrivania e gli si sedette accanto.
 “Bisogna stare ai fatti. I fatti parlano. Ieri sera, il ragazzo ha cercato di consegnare quella dannata pizza. Lei l’ ha rifiutata, e ne è nato un diverbio.  L’ ha dichiarato il padrone della pizzeria. Il ragazzo è morto nel suo giardino…, dunque…tragga lei le conclusioni”.
 “Non sono Sherlock Holmes”.
  Il poliziotto gli appoggiò una mano sulla spalla.
 “Come ha passato la serata ieri?”
 Il professore accennò al lavoro sul Leopardi senza scendere nei dettagli. Poi
aggiunse: “Non sono uno psicopatico. E poi, se l’avessi ucciso io, mica avrei lasciato il corpo nel mio vialetto.”
 “Brutta storia” dichiarò il poliziotto. “Aspettiamo che la scientifica concluda i rilievi, poi vedremo”.
I due tacquero per alcuni secondi.
 “E’ ancora di moda il Leopardi nella nostra scuola?”, chiese il poliziotto per allentare la tensione.
         “E’ il poeta preferito dai giovani”.
     “Buon per lui. Ha sofferto da vivo, mi fa’ piacere che da morto se la passi meglio. Ad ogni modo, le do un consiglio: si cerchi un avvocato”.    
 
Tre settimane dopo il professore si trovava all’università, davanti a un distributore automatico di bevande, a pochi minuti dall’inizio di una lezione. Sentì squillare il cellulare.
 “Buongiorno, sono il suo poliziotto preferito. Ho bisogno di vederla”.
“Adesso non posso, ho lezione. Sarò da lei tra un paio d’ore”.
 Dopo quella domenica, il poliziotto si era fatto vivo un paio di volte, per telefono. Durante la prima telefonata, due giorni dopo il delitto, aveva ammesso che le indagini languivano. L’unica novità, positiva per il professore, era che il magistrato non intendeva procedere contro di lui, ritenendo che il Gip non avrebbe nemmeno letto fino in fondo quelle carte. Il movente era insignificante, inesistenti le prove, labili gli indizi. 
“Ha trovato un P.M. dal cuore tenero” aveva concluso il poliziotto.
La seconda telefonata era stata un po’ strana. Il poliziotto gli aveva chiesto, infatti, se non avesse notato la mancanza di qualche capo di abbigliamento tra le sue cose.
“Non ne ho idea. Devo controllare?”
“No, no, lasci stare. Le farò sapere”.
“Ancora una cosa. Abbiamo bisogno del suo DNA. Una squadra verrà da lei per il prelievo”.
Poi non l’aveva più sentito. Fino a oggi.
Il professore giunse al commissariato col cuore che galoppava in groppa a bordate di extrasistole. 
Il poliziotto, seduto alla scrivania, stava firmando delle carte.
     Appena lo vide, si alzò e gli andò incontro stringendogli la mano.
“Si sieda. E’ pallido come un morto”.
“Che c’è ancora?”, chiese il professore, nervoso.
“Il caso è risolto”.  
“Meno male. Sono di nuovo un uomo rispettabile.”
Il poliziotto si avvicinò alla finestra dandogli le spalle.
“Ogni uomo ha istinti aggressivi e passioni primitive che lo portano alla violenza, istinti che sono tenuti a freno, in maniera imperfetta, dalle norme sociali e dai sensi di colpa. Non lo dico io, l’ ha detto Freud. Io tento di tenere questo concetto sempre ben presente, quando c’è un delitto. E quindi devo sospettare di chiunque. Tutti, in certe situazioni, potremmo essere incapaci di controllarci, e uccidere”.
 Il professore se ne stava sulla sedia, inquieto.
“Ogni volta che scopriamo un omicidio, partiamo sempre dalla vittima, cercando il movente. Poi indaghiamo sulla dinamica dell’azione criminosa. L’insieme di questi elementi confluisce nella formulazione della prima ipotesi che, quindi, va sottoposta alla verifica della realtà. Nel caso del ragazzo delle pizze, però, in un primo tempo non abbiamo trovato ipotesi plausibili, né movente. Guardavamo la scena del crimine, ci pareva di osservare una foto sfocata.”
 “Insomma, che cosa è successo?”
 “Le dispiace se fumo?”chiese il poliziotto. 
  Il professore fece di no con la testa.
       “Si ricorda la perquisizione a casa sua, il giorno della scoperta del delitto? I nostri uomini sono dei veri segugi, quando scandagliano la scena del crimine. Se c’è qualcosa da trovare, la trovano. Se a uccidere fosse stato lei, avremmo dovuto rinvenire scarpe e vestiti bagnati, come minimo. La sera dell’omicidio pioveva a dirotto, ricorda?”  
 “Certo”.
“E poi manca il movente. Si può uccidere uno solo perché ci voleva consegnare una pizza che non avevamo ordinato? Forse, come aveva già suggerito lei, un pazzo avrebbe potuto farlo. Ma lei non lo è.”
Il poliziotto aspirò due profonde boccate, poi riprese.
“Eravamo naufraghi nel piatto mare del nulla, quando c‘è stato un colpo di scena. Tre giorni dopo la scoperta del delitto, è arrivata una lettera anonima indirizzata al sottoscritto, la solita lettera costruita con consonanti e vocali ritagliate da un giornale. Diceva di correre al parco e di cercare sotto una panchina, vicino alle giostre. Abbiamo ubbidito, ovviamente. Sotto la panchina, vicino alle giostre, c‘era una busta di plastica con dentro una camicia gialla e un pullover verde, sporchi di sangue e umidicci. Ovviamente, il sangue era quello del ragazzo. E sulla camicia c’erano residui organici che hanno portato al suo DNA”.
Gli occhi del professore erano due fessure, il volto terreo.  
“A questo punto un investigatore intellettualmente pigro sarebbe corso da lei per arrestarla. Io ho molti difetti, ma non sono intellettualmente pigro, e non lo è nemmeno il magistrato che segue le indagini”.
Una pausa, poi il poliziotto riprese.
   “Chi ha ucciso la voleva incastrare. Voleva far credere che l’assassino fosse lei”.
Il poliziotto tossì, poi riprese:
   “Nella mia professione, ho sempre considerato le indagini per scoprire gli autori di un delitto come la capacità di intuire il legame che unisce vittima e colpevole. Questo legame è una particolare forma di energia e, molto spesso, si capta con l’istinto. Diciamo che è una forma di percezione extrasensoriale, una qualità che ogni buon poliziotto dovrebbe possedere, utile soprattutto quando l’indagine non procede. Forse l’ ho fatto per disperazione, fatto sta che ho chiesto al magistrato di mettere sotto controllo il suo telefono di casa. Quando c’è un terremoto, c’è sempre un epicentro. E la sua casa era l’epicentro del delitto, no? Il magistrato in un primo tempo non ne voleva sapere, poi, consapevole che ogni altra strada era sbarrata, ha ceduto”.
“Non capisco… ”
 Il poliziotto spense la sigaretta nel posacenere, schiacciandola lentamente, con meticolosità, prolungando l’operazione il più a lungo possibile.
 “Dalle intercettazioni è emerso che sua moglie aveva una relazione. E che il delitto è stato organizzato dai due amanti, nel tentativo di far cadere la colpa su di lei. Hanno ordinato la pizza, sapendo che a lei non piace. Poi hanno atteso che il ragazzo effettuasse la consegna. Infine lo hanno aggredito lungo il vialetto e lo hanno ucciso. L’esecutore materiale è stato l’amico di sua moglie. Volevano toglierla di mezzo in modo pulito. Se lei fosse stato accusato dell’omicidio, beh, la conclusione la può trarre da solo. Il tentativo è stato dilettantesco. Ma non saremmo mai arrivati a loro, se non avessero voluto strafare con la storia degli indumenti”.
 Il professore tossì, come a volere espellere il dolore che, improvviso, gli stava stringendo il cuore.    
  “Il magistrato ha già spiccato i mandati di cattura. Due volanti sono andati a prenderli, quei due. Saranno qui tra non molto”.
 “E’ sicuro?”riuscì a sussurrare appena.
“Sì, al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Malfermo sulle gambe, le spalle curve e la testa in fiamme, il professore si alzò e guadagnò l’uscita.
Fuori aveva ripreso a piovere.
 Il poeta, il suo poeta, l’aveva scritto a caratteri indelebili: il dolore è annesso alla vita e, prima o poi, passa all’incasso senza concedere sconti, e il pagamento deve avvenire per contanti. 
 Il professore imboccò un viale deserto. Dopo qualche passo si fermò e, alzando i pugni al cielo, urlò un No disperato.
 La pioggia gli scivolava sul volto, come una gelida carezza.  
 
 
BIOGRAFIA DELL'AUTORE


Sono nato a Noto (SR). Attualmente vivo in provincia di Milano. Qui lavoro in una media azienda del privato, in qualità di funzionario commerciale.
Ho sempre nutrito un forte interesse per la musica e la letteratura. La scrittura è una passione che coltivo con determinazione (pur nel tempo limitato che posso dedicarle) e che
sostiene il mio bisogno di introspezione.