ARCHIVIO STORICO
TITOLO: Appunto a margine
AUTORE: David Tonarini
GENERE: Racconto

 

Il ruggito silente, che lasciava intendere la potenza del motore senza emettere alcun suono che indicasse sforzo, o forse proprio per quello, era l’impercettibile scia che la macchina di Tullio lasciava dietro di sé. La velocità era sostenuta, ma la sua guida non era sportiva in maniera ossessiva. Piuttosto, invece, era elegante, precisa nel rendere i movimenti morbidi e piacevoli.
Conformi, insomma, ai sofisticati interni che Tullio aveva il piacere di gustare, provando un senso di appagamento sia della vista, per l’armonia del disegno, sia al tatto, per il piacevole contatto con la selleria in pelle. Era perciò affatto sensato omologare la guida a quegli interni, rendendola sofisticata quanto gli stessi.
L’auto sgusciava tra le dolci curve con cui la strada la conduceva sopra il pendio, lasciandogli, sulla sinistra, la vista lontana del bel paesaggio toscano che, più a valle, rifulgeva di uno splendore melanconico, poiché sfocate giungevano le immagini, intorpidite dall’aria acquorea e un po’ cupa, nonostante il cielo fosse lindo, soffusa di una lieve nebbia.
Sarebbe giunto a destinazione in poco tempo. La casa dove viveva il cliente era ai margini del piccolo centro urbano che sorgeva poco oltre quella strada, bel paesino del primo entroterra collinare che, dai punti giusti, offriva a visitatori e abitanti una deliziosa vista sul mare. Doveva raggiungere il cliente per... una consulenza. Una consulenza finanziaria, sì...
Perché?
Doveva; aveva preso quell’impegno, ed era abituato a mantenere gli impegni. L’appuntamento era per le cinque in punto. Mancavano dieci minuti. Troppo tardi per rimandare; ma perché poi avrebbe dovuto farlo? L’impegno era preso. Perché prendeva di quegli impegni? Non gli veniva in mente una ragione precisa, oltre al superficialissimo fatto che fosse il suo lavoro. Risposta che si limitava a rimandare ad altre domande. Cosa l’aveva portato a quel lavoro? Abitudini, che lo avevano guidato nel corso di ogni scelta nella sua vita. Persino la scelta più radicale, in effetti, era strettamente correlata dalle abitudini acquisite, anzi sospinta da esse. Schemi mentali che non poteva infrangere, perché per essere sé stessi bisogna pur pensare alla propria maniera. E solo un matto sacrificherebbe la propria personalità per la libertà. Anche perché, una volta raggiunta, per mantenersi libero dovrebbe eternare sé stesso nelle condizioni di quell’istante e, insomma, divenuto immoto avrebbe perso di nuovo la libertà, tanto duramente acquisita, ché consiste proprio nella mutevolezza.
Era dunque ammanettato a questo vorticare d’abitudini, al quale s’era abituato per necessità sociali; per le consuetudini che ci costringono a relazionarci agli altri mantenendo certe caratteristiche fisse. Non necessariamente le stesse con soggetti diversi, ma una volta conosciuta una persona non si poteva più sfuggire ai legami con essa consolidati.

Già conosceva l’uomo che l’attendeva. Lo riconobbe, perciò, quando lo vide che scrutava il paesaggio dall’alto del balconcino di due metri connesso al suo appartamento. Viveva in un piccolo condominio, all’ultimo dei suoi 3 piani. Guardava verso il basso con un cipiglio baldanzoso, quasi arrogante.
Sembrava si sentisse il signore del castello, o quantomeno del condominio, come se il caso che l’aveva voluto residente al piano più alto l’avesse altrettanto desiderato sovrano dell’edificio tutto, adibito al suo controllo. Tutto ciò, complice pure il paesaggio rustico, gli dava un’aria da signorotto medievale. Il feudatario di [...], pensò Tullio scendendo dall’auto. Immaginò il dott. [xxx], questo il nome del cliente, abbinare un vistoso mantello di seta scarlatta al suo volto da burgravio.
E che diavolo era un burgravio? Termine che Tullio non aveva mai sentito prima e che, sì, ben descriveva (così almeno gli pareva, a orecchio) il cliente, ma pure dava alla descrizione un che di letterario, per non dire affettato, e sicuramente artificioso. Insomma, si diceva, che diamine andava pensando?
Non era una persona volgarotta avvezza ad agitarsi di moto irriflesso, senza mai soffermarsi a riflettere su quello che faceva. Indulgeva, anzi, fin troppo spesso al sottile piacere dell’indarno riflettere, del filosoficare sul niente. Tuttavia, che durante quel tragitto di dieci minuti che separava l’ufficio dalla casa del dott. [xxx], a malapena fosse attento alla strada pur di riflettere sul come, dove e perché stesse andando lì, su ogni dettaglio degli interni di quella macchina che, a rigor di logica, aveva da ormai quattro anni, sull’aria da burgravio del suo cliente...
Ma chi userebbe mai un termine del genere? E neppure gli era venuto in mente così, di getto... tutta una serie di parole gli erano balenate in testa, prima di trovare quella più adatta; se così poteva definirsi...
Gli pareva d’essere in un romanzo; o d’essere uno scrittore psicolabile che, nello scriverlo, non distingueva l’immaginazione dal vero e viveva realmente le sue fantasie.
Quel che era certo, è che gli sembrava un pessimo romanzo, vuoto di tutto tranne che di descrizioni forbite; o presunte tali. L’Autore lo sballottava qua e là, e Tullio si trovava in mezzo, a delibare i sofisticati interni della sua macchine piuttosto che a guidarla, o a offrire una consulenza filosofica a un burgravio.
Chissà come gli veniva in mente, all’autore... Probabilmente trovava ispirazione su un dizionario. Apriva le pagine a caso. Leggeva: sofisticato, consulenza, burgravio, e ci ricamava sopra. E Tullio gli andava dietro, ineluttabilmente. Quel che è peggio, è che sentiva di dover esserne pure contento. Era una vita così bella. Era una storia così avvincente. Se lo diceva Lui. Cosa c’è di interessante in una consulenza filosofica a un burgravio? Mah... E poi, non era una consulenza finanziaria fino a qualche minuto prima? Probabilmente “finanziario” non l’aveva visto sul dizionario. Non era nelle linee guida tassative, a quanto pare; e, insomma, s’era perso per strada.
Chissà, magari la prossima parola è omicidio. Si scoprirà che il dott. [xxx] aveva ucciso qualcuno. Tullio sarebbe entrato in casa e lo avrebbe trovato mentre nascondeva un cadavere in frigo. Ecco, un bell’assassino seriale è quello che ci vuole per fare un bel libro. Però... se scopriamo subito l’identità dell’assassino che gusto c’è? E poi Tullio è un consulente finanziario (o filosofico... tra l’altro, ma che farà mai un consulente filosofico?), mica un poliziotto. Che avrebbe dovuto fare? Ah no, ora tutto è chiaro. E’ un espediente letterario. Tullio non è il protagonista. E’ una comparsa, che seguiamo in prima persona per il prologo; ha il solo fine di farsi uccidere dall’assassino, di modo da rivelare al lettore la sua efferatezza. Il capitolo successivo inizia seguendo altri personaggi, il lettore s’appassiona alla cerca del criminale e di Tullio, vissuto per morire, tutti si scordano. Poco male, non era un esibizionista. Finalmente un po’ di pace e tranquillità. Era una persona sofisticata, dopotutto, troppa confusione non faceva per lui.

Entrò in casa del burgravio. Niente cadaveri. Che delusione. Era un soggetto per nulla atipico, o meglio lo sarebbe stato se non si fosse sforzato in tutti i modi di mascherarlo. C’erano oggetti tra i più stravaganti ad ornare la casa, messi insieme senza alcun gusto. I vestiti erano sfarzosi; mentre egli era un normalissimo villico tipico di quei posti, con i suoi modi grossolani. Un portuale con smanie da nobile. Anzi, come dimenticarlo, da burgravio.
Eccessivo definirlo portuale, suvvia. Era ordinario.
Era un pittore, almeno a sua detta. Ecco svelato l’arcano. Non era un assassino, ma il cadavere ci poteva scappare lo stesso. A vedere quei quadri, ci voleva un gran fegato per sopravvivere. In realtà non erano orribili. Erano il tentativo di dipingere di chi non aveva alcuna qualità per farlo. Come vedere un’esibizione di pattinaggio artistico di uno che non era mai stato sui pattini. Chissà perché insisteva a volersi esibire, rendendo così appariscente la sua mediocrità, e trasformandola da innocua ordinarietà a visibilissimo orrore. Tullio l’avrebbe volentieri mandato a quel paese, ma non lo fece. Neppure gli venne in mente di farlo, invero...
Parlarono di quello che dovevano parlare, dopodiché il dott. [xxx] lo intrattenne ancora a lungo, raccontando dei fatti suoi, ciarlando col suo bolso stilo.
Tullio avrebbe desiderato insultarlo in qualche modo, tanto gli era antipatico.
« Lei è proprio normodotato. » Disse Tullio d’un tratto, a mezza voce. Il volume era troppo basso affinché il suo interlocutore distinguesse le parole; perciò, come tutti i fanatici di sé stessi, si limitò a immaginare che fosse una conferma a quanto sosteneva, e continuò a ricamarci su per un tempo difficilmente quantificabile.

Normodotato? Era l’insulto che gli sorgeva più spontaneo... forse perché non era un insulto, o almeno, non era da tale agghindato? O forse perché corrispondeva al pensiero dell’Autore, che aveva reso il burgravio affatto privo di qualità per un qualche suo fine recondito?
Probabilmente l’Autore avrebbe censurato un insulto. Così invece, sottile, laborioso, ingiurioso solo dietro debita e complessa spiegazione, il commento passava. Il pensiero era l’unica cosa che gli dava libertà. Era suo, solo suo. Nessuno poteva togliergli la libertà di pensiero. Già Kierkegaard aveva capito qualcosa del genere, quando affermava che la gente fa difficilmente uso delle libertà che ha, per esempio la libertà di pensiero. In compenso, insiste a richiedere la libertà di parola. E la libertà di parola difatti non l’aveva. Poteva dirgli: - normodotato -, ma non poteva dirgli: « str. pezz. di mer. dott. ing. cav. figl. di gran  putt. lup. manar.» e così via, fantozzianamente discorrendo.
Poteva pensarlo, ma dirlo, non che non potesse, ma proprio non gli veniva. D’istinto semplicemente l’ascoltava e stava zitto.
Era autocensurato dai suoi istinti. Le abitudini vengono dal nulla, non hanno una ragione. Sono il frutto del caso. Le metabolizziamo a seconda delle scelte dell’Autore.
Fa tutto lui... Ci fa comportare da scemi, e quando abbiamo un pensiero abbastanza evoluto da renderci conto che dovremmo fare altro, quando l’Istinto che sviluppiamo contraddice gli istinti, allora è tardi. Ormai sono metabolizzati. Stupido Autore.


Erano quasi le sette quando Tullio, il cui basso ventre era ormai molto dolente a cagion del lungo vorticare, poté lasciare l’appartamento del loquace dott. [xxx].
Il cielo sarebbe dovuto esser terso e luminoso, com’era prima, essendo quasi estate. Grosse nubi plumbee avevano invece portato il buio. Minacciavano di pioggia. Sarà sempre colpa dell’Autore?
Ecco, pensò Tullio, lui mi legge anche il pensiero. Non può vincolarlo in nessun modo, ma lo legge. Neanche mi posso sfogare, insultandolo. Gli do dello stupido e lui cosa fa? Mi manda addosso la pioggia. Stando a quando suddetto, nessun tiranno poteva rubargli la libertà di pensare, e persino il più miserando schiavo poteva pensare in santa pace. Lui no.
Il suo autore era meno comprensivo di quello di Kierkegaard. Nessuna reazione? Ecco, così non si arrabbia. Basta usare un paio di eufemismi, e lui se ne sta a bearsi senza capire un cavolo di quello che il suo personaggio va pensando. In realtà, era un modo carino per dargli dello str***; diamine, non ci voleva un genio a capirlo.
Normodotato che non è altro, pure lui. Forse ogni autore lo è; se no non istarebbe a scrivere.
Perché, se ne avesse la stoffa, non preferirebbe forse fare il protagonista?
Non si scrive forse per quello? Per un recondito senso di invidia e disprezzo per le proprie incapacità?
Il miglior scrittore sarà colui che ha vergogna di essere un letterato. Chi lo aveva scritto? Nietzsche? Arguto. E anche: per porre rimedio contro il dilagare dei libri, bisognerebbe considerare gli scrittori come dei malfattori, che solo in rarissimi casi meritano l’assoluzione o la grazia. In conclusione, il grande autore è colui che non sapendo viver per bene, fa gioire altri di vite altrui; dannando i primi e i secondi. Del resto, pure i lettori, in fondo, non sono che personaggi immaginari creati dalla fantasia degli scrittori.
«Suona un po’ triste...» pensò Tullio, stanco delle citazioni. « Pure il mio Autore dev’essere un poveraccio frustrato. E io, stolto, lo penso pure con la maiuscola... »

Ma chissà, forse non era tutta questa gran goduria neppure essere un personaggio, men che meno il protagonista. Si poteva pur sempre capitare nella storia di un Autore scadente, come appunto quello che in questo momento agita le giornate del povero Tullio.
« Oddio,» pensò Tullio, e se l’Autore avesso messo lui a fare l’autore, costringendolo a scrivere roba ancor peggiore? « Dio me ne scampi, non voglio creare personaggi e dannar loro l’esistenza...» Ma forse avrebbe scritto roba migliore, chissà...
Comunque fosse, arguì Tullio, il pensiero almeno gli era concesso; aveva, se non altro, quell’istante di pace. Il pensiero era libero, poteva pensare tutto ciò che voleva.
L’Autore non lo poteva vincolare in nessun modo anche se, sì, l’ascoltava.
E, appunto, cominciò a piovere. Il normodotato non seguiva molto i suoi ragionamenti perversi, ma intendeva almeno che il succo gli era ostile. Non era poi così scemo, in fondo. O s’era semplicemente adirato per essersi sentito dare del frustrato? Del resto, excusatio non petita... Vabbé, ma si sta delirando; un po’ tutti.

Cos’è che doveva fare? Ah già, doveva...
Era in ritardo, doveva essere già lì. Un’altra consulenza finanziario/filosofica, probabilmente. E invece era s’una collinetta, a fianco della strada che aveva prima percorso in macchina per raggiungere il burgravio. La macchina dai sofisticati interni, a proposito, l’aveva lasciata davanti alla casa del cliente.
Perché si era fermato? Non abitudine, né dovere. S’era fermato per Istinto, per pensare. Mentre pensava era libero. Osservato ma libero. E che importa? Era osservato sempre. Non solo dall’Autore. Poiché, se il pessimo avesse trovato un editore tanto sciocco da pubblicarlo, sarebbe poi stato osservato pure dai lettori. E lo avrebbero pubblicato di certo, poiché, come diceva Wilde, per acquistare popolarità bisogna essere una mediocrità? Forse perché il mediocre, in quanto tale, è un buon rappresentante di ampia fetta della popolazione, che si trova specchiata in esso.
Perciò, anche se così si sentiva osservato, chiacchierato, giudicato, questo non gli cambiava nulla, visto che in realtà non l’era più di quanto non lo fosse stato sempre. E guadagnava la libertà, in compenso.
E poi se non faceva nulla, i lettori pure si sarebbero annoiati. Che gli fregava di seguire i suoi pensieri?
Fin troppi si affannano a perlustrare a fondo il pensiero di grandi filosofi o letterati del passato. Che sciocchi! L'unico pensiero che vale la pena conoscere è il proprio o, se esiste, quello di Dio. D'altronde questo atteggiamento è comprensibile. In fin dei conti il pensiero di Dio è ignoto. E il proprio sono pochi ad averlo. Di chi era quest’altra citazione? Dev’essere qualche altro saggio, forse anche più di Nietzsche.
Inoltre, se non faceva nulla, magari si stancava pure l’Autore. Si sarebbe reso conto che il libro non andava avanti, e ne avrebbe cominciato un altro. Con un altro protagonista, auspicabilmente. E finalmente Tullio sarebbe stato libero e solo.

Tutto questo grazie al potere del suo pensiero. Non serviva altro che pensare, ininterrottamente. Non importava che fosse un pensiero intelligente, o bello. Quello, del resto, veniva da sé. Dalla quantità per forza prima o poi spunterà fuori una qualità interessante. Bastava che fosse fantasioso, continuo. Che non si arrestasse. Ci sarebbe dovuta essere una bella vista sul mare. L’impediva la nebbia. Ma, voltandosi dall’altra parte, verso l’entroterra, il paesaggio offriva la vista di qualche altura che sovrastava il banco nebbioso, stagliandosi timidamente sopra di esso. Non solo, il buio era stato obnubilato da una luce tenue ma viva e netta, che coraggiosamente oltrepassava le nubi non più grigie ma dolcemente bianche o cilestre, per armonia col cielo vagamente occiduo.
Strane nubi, erano. Le loro forme cangiavano, si trasformavano sospinte dall’uzza serale. A volerne cercare, si trovano mille significati in una nube. Concetti che si mescolano, storie che si incastrano, senza una regola, in modo improvviso, aleatorio. Un inarrestabile gioco del caso.
In fondo, anche Dio gioca a dadi, con buona pace di Einstein.
Inoltre, per quanto di pregnante e profondo vi possa essere in una parola, è più bello fare quel gioco del caso guatando un bel cielo terso che sfogliando un dizionario e mettendo insieme termini a casaccio. In quel momento l’Autore probabilmente era chino su quello, tentando disperatamente di trovare un modo per far andare avanti quella storia che per lui s’era arenata. In cerca della Parola capace di sbrogliare la matassa.
Così, mentre l’Autore si distraeva, e la sua irosa pioggia cessava, Tullio, intanto, inventava un nuovo personaggio che vagava tra i pensieri che lui leggeva nelle nubi.
Erano così belli. Li avrebbe di certo graditi. Era una storia così avvincente. Era una vita così bella.


 

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