Sulla cotonatura della signora Starice Stella stazionava già da parecchi anni un passerottino impagliato frutto di una elaborata acconciatura di un parrucchiere new age in voga al tempo e che, grazie alle abbondanti annaffiature di lacca che la signora Starice usava effettuare anche più volte al giorno, nessuno era più riuscito a togliere. La signora Starice aveva un sorriso particolare che avrebbe potuto anche essere affascinante se gli angoli della bocca non fossero stati tenuti costantemente piegati nella posizione contraria, a dimostrazione perenne di disgusto per l’intera umanità e per il creato in genere. Era nata nel 1888 e si rifiutava di morire perché era convinta che la sua mancanza avrebbe portato un danno irreparabile alla società moderna, venendo a mancare l’ultimo baluardo della coscienza vera. Aveva avuto cinque mariti, tutti deceduti della stessa malattia, incurabile ancora oggi, che fu diagnosticata solo in quei cinque casi e perciò possiede una scarna letteratura; il medico curante firmò a malincuore e con poca convinzione, ma non vi potevano essere dubbi, dopo il quinto caso. La malattia prese il nome di “starallergia letale” e alla signora Starice fu dalle competenti autorità tassativamente proibito di sposarsi ancora. Nonostante ciò, alla bella età di centodiciassette anni, Stella cercava ancora il modo di aggirare il divieto, e aveva per questo assoldato uno stuolo di avvocati che la stavano lentamente dissanguando. Fu solo grazie a loro, d’altronde, che venne assolta dalle accuse di omicidio colposo plurimo e di essere un’arma impropria vagante e incontrollabile, accusa quest’ultima di cui andava estremamente fiera. Il commissario Speraindio Gesualdo, incaricato di seguire il caso, non riusciva dormire la notte per il timore di una epidemia, nonostante che tutti gli illustri luminari consultati in lunghe riunioni che si prolungavano fino a tarda notte lasciando nel suo ufficio un acuto odore di aspirina e prosecco che non si riusciva più a mandar via gli avessero assicurato che non si trattava di malattia contagiosa. Ma il timore di altre morti incomprensibili si era ormai profondamente radicato in lui, insieme ad una scarsa fiducia in quelle persone che si erano fatte profumatamente pagare per dare delle spiegazioni usando parole incomprensibili e ti lasciavano solo la certezza di essere un cretino e decise allora di fare costantemente controllare le mosse di Starice Stella. Diede l’incarico a due uomini scelti tra quelli che non avevano famiglia perché non si sa mai e che accettarono solo grazie alla promessa di un cospicuo premio in danaro. Così per le vie della città la gente vide per lungo tempo aggirarsi uno strano corteo che alcuni osservavano con ilarità e i più con sospetto e che all’inizio era composto di tre persone ma era destinato ad allungarsi con l’evolversi degli eventi. L’unica persona che non si accorse di questo fu proprio la signora Starice Stella che era convinta che i due agenti che la seguivano costantemente fossero due spasimanti timidi che non avevano il coraggio di avvicinarla e perciò camminava ritta per le vie della città ancheggiando nel modo più sensuale che sapeva, con scarsi risultati in vero, ma facendo spalancare gli occhi alle beghine che stazionavano nei pressi della cattedrale ed eccitando in modo spropositato il sagrestano che, assalito dalla gelosia, prese a seguire i due poliziotti per vedere quel che combinavano e fu il quarto del corteo. Seguirono le beghine, a loro volta gelose del sagrestano e il loro numero rimase imprecisato poiché, assomigliandosi un po’ tutte, qualcuna venne contata più volte, altre nemmeno considerate e quest’ultime si offesero parecchio. Fu così che la signora Starice Stella col suo ancheggiare sbilenco portò la città, normalmente sonnolenta e sconosciuta ai più, alla ribalta delle cronache perché al corteo si aggiunsero i mariti delle beghine per controllare le mogli, le amanti dei mariti alle quali era rimasto poco da fare perché la sera tutti erano troppo stanchi per il troppo camminare, curiosi a non finire e anche qualcuno che si illudeva che stesse succedendo qualcosa e non voleva mancare. Un corteo da far invidia alla CGIL che mandò i propri delegati e un deputato in cerca di gloria fece la sua prima ed unica interrogazione parlamentare. A quel punto si fece avanti la stampa , dapprima il giornaletto di provincia e poi uno nazionale e un altro e persino un paio di giornali esteri, Libèration e il News Weekly. Con essa cominciarono i pettegolezzi e cominciò a circolare la voce che Starice aveva un segreto. Uno? Dissero al bar del Commercio. Quanti? risposero dal bar dello Sportivo Errante e la discussione in merito si allargò al punto che si decise ad un certo momento di organizzare una riffa che assunse dimensioni tali che il Commissario Speraindio considerò a lungo se doveva prospettarsi il reato di scommesse clandestine ma, essendo lui uno dei più accaniti giocatori e grazie alle notizie riservate che gli arrivavano uno dei più probabili vincitori, accantonò quell’idea malsana.
In città esistevano due alberghi. Uno aveva nome “La Rosa dei Venti” e si chiamava così perché apparteneva a una società composta da ventuno soci e la quota maggiore di capitale apparteneva ad una signora minuta e assai graziosa che si chiamava Rosa e sembrava avesse rapporti intimi con tutti gli altri soci con un sistema a rotazione che variava a seconda degli incassi. Aveva tredici camere e quando la città assunse notorietà tutti i maggiori economisti si mostrarono molto interessati a capire e sviluppare il metodo di rotazione e fecero grossi dibattiti in merito, specialmente sul canale Net Four che aveva diffusione nazionale ma non era visto da nessuno. Chiamarono questo metodo “Economia Creativa” e pretesero con forza l’uso delle maiuscole. L’altro albergo era più pretenzioso, si chiamava “Mondial” e, forte delle sue diciassette camere, pieno di stucchi e ghirigori, vantava l’onore di essere il miglior albergo della città, anche se i suoi incassi lasciavano parecchio a desiderare e come l’altro albergo riusciva a tirare avanti solo affittando le camere a ore. Questo aveva fatto nascere e sviluppare una florida economia turistica particolare che, fino a prima degli avvenimenti cui ho accennato, era l’unico motivo per cui la città era nota in tutta la provincia e nelle province vicine e financo nelle regioni confinanti. L’arrivo dei giornalisti e delle TV scombussolò non poco il tranquillo andazzo precedente e la vita di molte signorine e di un numero maggiore ancora di mariti e la richiesta enorme ed improvvisa ed impensabile spinse il Mondial a cambiare nome in Planetarium e a costruire in fretta e furia ed in sfregio al piano regolatore altre undici camere che sorsero abbarbicate intorno al corpo centrale come dei funghi parassitari sul tronco di un albero dando alla struttura un aspetto particolare ma anche piuttosto instabile che stimolò la curiosità di architetti ed ingegneri che approfittarono di questo per indire dibattiti e conferenze e per poter finalmente raggiungere il luogo senza dovere approfittare del buio e dell’anonimato che l’hotel garantiva, ma spinse anche molte delle loro mogli ad incaricare gli avvocati di impostare cause di divorzio. Quelli della Rosa dei Venti invece guardarono solo e ridacchiarono, più esperti com’erano, grazie alla signorina Rosa, delle vicende terrene e della loro caducità. La signora Starice Stella, dunque, aveva un segreto. O più di uno, come dicevano nei bar. Ora, tutti sappiamo che quelle dei bar sono solo chiacchiere, ma vox populi vox dei, dicevano le beghine, gratta gratta qualcosa si trova sempre, diceva il commissario Speraindio e il sindaco, che era primo cugino di quello che era stato il terzo marito della signora, cominciava a considerare sotto una diversa luce alcune confidenze ricevute. Il sindaco, che si chiamava Stoppini Benito, era perplesso e confuso, ma ciò non aveva nulla a che vedere con quel che stava accadendo nella sua città, infatti perplesso e confuso lo era sempre stato, fin da bambino, e ed è proprio per questo che fu eletto sindaco. La sua confusione era tale che sulla sua scrivania, al posto della foto della moglie, aveva quella della torre Eiffel e ogni giorno, quando arrivava, le dava un bacio. A questo punto non ho il coraggio di descrivervi come era la moglie. Dirò solo che l’indescrivibile militava tre le beghine, ed era una tra le più accanite. Si chiamava Marilù. Marilù era dunque la moglie del sindaco, militava tra le beghine ed assomigliava alla Torre Eiffel. Ma quello che la fece incazzare, ma incazzare veramente, fu che si trovò ad essere tra le beghine non considerate. Questo portò alla catastrofe finale: Marilù, con il cucuzzolo di capelli ancora, se possibile, più alto del solito, spalancò come una furia la porta del prefetto. Le urla si alzarono stridule ed altissime. Poi uscì e con aria battagliera convocò per l’indomani una conferenza stampa. Di quello che Marilù sbraitò nell’ufficio del prefetto per più di venti minuti si sa poco e nulla perché dalla porta chiusa, anzi, sbattuta, usciva un vociare tanto alto ed acuto che gli impiegati, che dapprima tendevano entrambi gli orecchi furono quasi subito costretti a tapparseli rischio la sordità. Dal collage che i più temerari riuscirono a fare con i mozziconi delle parole sentite, si giunse alla conclusione che Marilù conosceva il segreto della signora Starice ed era decisa a svelarlo al mondo, quello stesso mondo che l’aveva tanto poco considerata. E allora convocò una conferenza stampa, per l’indomani, alle ore tredici e tredici precise, raccomandò, non un minuto prima, non un minuto dopo. Il prefetto, che si chiamava Francesco Giuseppe e nessuno aveva mai saputo quale fosse il nome e quale il cognome e lui, chissà perché, si guardava bene dal dirlo, aveva alle spalle una lunga ed articolata carriera di burocrate che era riuscito a portare a buon fine grazie ad una regola semplice semplice alla quale si era sempre rigidamente attenuto: Nessun Segreto deve essere svelato, tanto meno al Popolo, tanto più se era un segreto da niente. Tanto più se il segreto della signora Starice era quello che lui supponeva anche se non poteva esserne certo altrimenti che segreto era? Allora telefonò a tutti quelli che gli venivano in mente, al Commissario Speraindio prima di tutto che al termine della telefonata si mise le mani nei capelli e poi pianse sino a bagnarsi i pantaloni, al Parroco che a sua volta telefonò al Vescovo, al Ministro dell’interno che stava fuori a prendere il sole e si versò il Cuba libre sulla camicia, al Preside del Liceo che riteneva coinvolto, al Presidente della Repubblica che disse che ci doveva pensare e a giorni avrebbe espresso il suo parere ma era sempre troppo tardi, ad un paio di persone che abitavano in un altro Stato e non sapevano proprio di cosa stesse parlando e per ultimo allo stradino più conosciuto della città, un tipo coi baffetti sottili che ogni mattina alle cinque si recava puntuale al lavoro a bordo di una Porsche Carrera e sapeva tutto di tutti perché era un membro di “Spadio”, una società che anni prima controllava ed organizzava diverse squadre di Ultras negli stadi argentini. Poi, rinfrancato da quanto gli era stato detto, telefonò ancora al Commissario Speraindio e gli disse una sola parola: “Arrestala.” Il Commissario Speraindio non poté andare subito perché aveva messo i pantaloni ad asciugare, poi era notte e la casa del Sindaco era difesa da due dobermann neri come la pece che si attaccavano alle gambe e non c’era verso di toglierli e fu costretto a rimandare alla mattina dopo. Ma la mattina dopo c’era una gran confusione in città e la moglie del sindaco era tanto anonima che fu impossibile trovarla. L’unico momento buono fu perciò all’inizio della conferenza stampa. Anche lì non fu facile: l’Aula Magna del Municipio era assai grande ma lo stesso tanto stipata e con tanta gente che spingeva da fuori che solo un filo d’erba sarebbe passato e solo se fosse stato abbastanza rigido. Il povero Speraindio voleva fare le cose di nascosto ma gli agenti che erano con lui erano troppo grassi e fu costretto a cambiarli con due matricole magre magre da poco arruolate ingaggiate tra gli extracomunitari cingalesi che ancora non parlavano la lingua e avevano mani tanto piccole da non riuscire a stringere il manganello. Ad ogni modo, riuscirono tra urla e spintoni a raggiungere Marilù alle ore tredici e undici, proprio mentre quest’ultima stava accendendo il microfono. Le arrivarono alle spalle, coperti dalla confusione. Se ne accorsero per primi i giornalisti, raddoppiati in prima fila sghignazzanti e presuntuosi e cominciarono ad urlare per la violazione alla libertà di stampa. Della libertà di Marilù gliene fregava niente. Se ne accorsero poi le beghine, stipate subito dietro, e cominciarono ad urlare la loro curiosità inappagata. Della libertà di Marilù gliene fregava niente, una rivale in meno. Poi se ne accorsero anche gli altri, quelli che non vedevano niente, quelli che non sapevano perché erano lì, quelli che venivano dalle città vicine e si stavano ancora allacciando i pantaloni, quelli che era giusto così perché pane al pane e vino al vino, quelli che stavano lì dall’alba per prendere un posto decente e si erano addormentati sulla spalla del vicino che, infastidito, li lasciò cadere a terra e nel parapiglia che seguì li calpestò con noncuranza, e poi anche quelli che dormivano sotto i ponti e quelli che erano senza lavoro al mercato, compresi i borseggiatori. Urlarono tutti. Tutti insieme. Li sentirono anche nella città vicina e lì, pensando ad un cataclisma, chiamarono la protezione civile. Era veramente un gran casino. I due poliziotti magri magri che non parlavano la lingua e perciò non capirono gli insulti fecero il loro dovere e misero le manette ai polsi di Marilù che però non era meno magra di loro e non se ne accorse neppure. I giornalisti scrivevano forsennatamente su tutto quello che capitava loro a tiro sulle sedie sulle scarpe sui vestiti e poi rincorrevano le persone perché gli portavano via gli appunti. Il prefetto telefonò al Ministro e lo beccò al quinto Cuba libre. Il ministro mobilitò la Guardia Nazionale e se ne preparò un altro. Poi accese la televisione. Marilù ormai era per tutti la signora Tour Eiffel e questo provocò una nota di protesta dal governo di Parigi perché veniva svilito il monumento simbolo della Capitale e la sua Grandeur. Venutolo a sapere, il Sindaco mandò a sua volta una nota di protesta perché sua moglie, disse, non era poi così brutta anche se, aggiunse, lui non se la ricordava bene. L’incidente diplomatico finì lì. In paese invece ci fu una sorta di piccola guerriglia che durò quattro giorni tra la popolazione della città e la guardia Nazionale che non sapeva come difendersi dal lancio di pomodori la cui produzione quell’anno era stata eccezionalmente abbondante e questo, oltre che a divertirsi servì a smaltire le scorte ed a tenere i prezzi alti. L’hotel Planetarium, colpito senza pietà si colorò di un bel rosso rubino e poi crollò con fragore. Quelli della Rosa dei Venti risero fino a morirne e così l’albergo dovette cambiare nome e divenne la Rosa dei Sedici. Quando i pomodori finirono, finì anche la battaglia e i carri armati se ne andarono rossi di sugo ma pieni di gloria e sparirono anche gli elicotteri. Tutti tornarono alle loro case e il sagrestano smise di suonare le campane, Marilù e il poliziotto cingalese più magro si innamorarono follemente e fuggirono insieme. Ma quella che meno di tutti capì quello che era successo fu la signora Starice Stella che, tenendo tra le mani il passerottino impagliato che le era stato divelto da un sampietrino lanciato da un signore coi capelli bianchi che pensava di essere tornato al sessantotto, continuava a ripetere come in una breve e monotona cantilena: “Perché? Perché? Perché proprio a lui?” Alla fine anche lei tacque, mise il passerottino dentro una scatola da scarpe e lo seppellì sotto il platano della piazza centrale della città senza che nessuno osasse farle le condoglianze. Poi tutto tacque, i furgoni delle TV se ne andarono, lo spazzino posteggiò la porsche e prese la ramazza, il sagrestano uscì dalla torre campanaria dove s’era nascosto e il segreto della signora Starice Stella rimase tale, anche per me.