ARCHIVIO STORICO
TITOLO: L'intruso
AUTORE: Mariateresa Palermo
GENERE: Racconto


“Polizia, aprite la porta.”
Clara spalancò gli occhi e saltò giù dal letto, come un automa. A piedi nudi corse in ingresso con il cuore che le saltava in gola. Cominciava a fare freddo. Vide i due poliziotti, un uomo e una donna; la donna era giovane, poteva avere la sua stessa età, un viso semplice e intelligente.
“Non abbia paura, signorina, dobbiamo solo farle un paio di domande, possiamo entrare?”
La casa era in disordine, come al solito, e Clara si vergognò un pochino. Come si ricevono due poliziotti? Devo fare un caffè? Magari si offendono….
“Lei è la signorina Clara Lombardi, 26 anni, impiegata?”
“Sono io…”
“Conosce un certo Amir Hassan, cittadino siriano con regolare permesso di soggiorno?”
“Sì…”
Un filo di voce. Clara si abbassò lentamente sul piccolo divano rosso a righe che le aveva regalato la zia Franca per il suo compleanno.
“Scusate se mi siedo, mi gira la testa.”

Non vedeva Amir da più di un mese, dalla fine di agosto, quando se ne erano andati via insieme da una festa ai Navigli, perché c’era troppo rumore. Avevano camminato per le strade calde e deserte di Milano e poi lui l’aveva riaccompagnata a casa. Per la prima volta, per l’ultima volta, avevano fatto l’amore, pieni di meraviglia per il desiderio che li costringeva, quasi disperatamente, ad abbandonare ogni diffidenza e a unire le loro anime lontane in un abbraccio dal quale non riuscivano a sciogliersi.
La mattina dopo, lui se n’era andato.
“Devo tornare a Damasco dai miei per un paio di settimane, lasciami il tuo numero, ti chiamo appena torno.”
“Abbiamo trovato il suo numero di cellulare nell’agenda di Amir Hassan, signorina Lombardi, glielo ha dato lei?”

Amir non le aveva mai più telefonato, naturalmente, e Clara, rassegnata e delusa, stava cercando di dimenticarlo, di archiviarlo come un bastardo che si era approfittato di lei. Magari aveva una fidanzata a Damasco e i suoi lo avevano costretto a sposarla, si sa come sono questi arabi. Ma ignorarlo le riusciva molto più difficile del previsto: aveva continuamente davanti agli occhi lo sguardo scuro e senza fondo di Amir, la sua pelle ambrata, liscia, profumata di zenzero. Il ricordo della loro unica notte d’amore le dava ancora i brividi.
Si erano conosciuti a giugno, durante un concerto jazz all’aperto, al Parco Lambro. Amir era di origine palestinese, ma da molti anni, la sua famiglia, un’antica famiglia ricca e potente, se ne era andata da Gaza, dove era diventato impossibile sopravvivere con dignità, e si era trasferita a Damasco. Amir aveva frequentato le migliori scuole del Paese e poi si era iscritto al Conservatorio di Milano per diplomarsi in contrabbasso. Suonava bene e la sua passione era il jazz, insieme ad altri amici cominciava a entrare nel giro dei circoli più sofisticati di Milano. Mentre bevevano una birra dopo il concerto, Clara si era meravigliata del fatto che lui fosse davvero arabo. “Bevi alcol e suoni la musica del nemico, non mi sembri molto osservante…” E lui le aveva parlato a lungo della sua cultura internazionale, del suo amore per l’Europa, dei suoi genitori che venivano da una famiglia di intellettuali e lo avevano fatto crescere libero e lontano da ogni integralismo. “Comunque prego Allah cinque volte al giorno, anche se ti sembrerà strano: sono molto religioso, a modo mio.”
L’ispettrice di polizia fece un respiro profondo. “Il signor Amir Hassan è rimasto ucciso in un attentato davanti all’Ambasciata degli Stati Uniti a Damasco, la scorsa settimana. Faceva parte di un commando di terroristi islamici. Lei era a conoscenza delle sue attività eversive? Sapeva chi frequentava, qui a Milano?”
La testa le girava sempre più forte e dovette correre in bagno a vomitare. Quando si riprese, cercò di spiegare ai poliziotti che la sua con Amir era una relazione superficiale, avevano qualche amico comune e si erano visti un paio di volte. Tutto qua.
“Comunque, signorina Lombardi, deve rimanere a disposizione delle autorità, in ogni modo. Potrebbe essere avvicinata da altri conoscenti di Amir, e in questo caso non esiti a mettersi in contatto con noi. Buona giornata.”
Telefonò in ufficio per avvertire che sarebbe rimasta a casa un paio di giorni e passò la mattinata a vomitare. Dal bagno al divano. Ebbe soltanto la forza di telefonare alla sua amica Lucrezia, l’unica che sapeva della storia con Amir. “Per favore, passa da me, sto malissimo.” Le raccontò tutto. Lucrezia la mise a letto e le preparò una camomilla. “Dormirò qui, stanotte, hai una faccia….” Sei un’amica, davvero.
Il sonno di Clara fu agitato e inquieto, sognò un’auto che esplodeva mentre Amir le consegnava un piccolo coniglio bianco prima di andarsene per sempre, attraversando le fiamme dell’ambasciata che bruciava. Si svegliò e corse in bagno a vomitare di nuovo.
L’amarezza di essere stata ingannata e abbandonata lasciava il posto, ogni giorno di più, all’angoscia di non aver capito niente, di non aver intuito chi era davvero Amir, di aver fatto l’amore con un pazzo assassino. E, intrecciati indissolubilmente al terrore e alla paura, si facevano strada i ricordi di quell’unica notte folle, piena di passione, che l’aveva legata per sempre a lui. La sua pelle profumata, i capelli ricci, l’alito caldo e le parole misteriose che uscivano dalla sua bocca morbida. Tutto le ripiombava addosso inesorabile, come se fosse stampato a fuoco nella sua carne di donna.
Quando si accorse di essere incinta, capì finalmente perché non era mai riuscita a togliersi Amir dalla testa, e fu una specie di sollievo. Però quello strano oggetto che cresceva dentro di lei non le dava pace. Si dice sempre che i bambini sono innocenti, povere creature messe al mondo contro la loro volontà, che colpa ne hanno. Ma Clara non voleva mettere al mondo nessuno, di sicuro nemmeno Amir, allora cosa ci faceva quell’ammasso di cellule nella sua pancia? Era tutta colpa sua, del bambino. Si era installato dentro di lei senza essere chiamato e senza nessuna intenzione di andarsene, nonostante i continui conati di vomito durante i quali, ogni volta, Clara temeva di buttare fuori tutto il contenuto del suo intestino. Non riusciva a mettere in relazione il bambino con il corpo appassionato di Amir dentro di lei, le sembravano due cose opposte e inconciliabili, e poi il corpo di Amir non esisteva più, saltato in aria con una carica di esplosivo. Si accorse che non aveva versato una sola lacrima per lui.
Telefonò alla sua ginecologa e prese un appuntamento. Da qualche giorno stava pensando ad un’interruzione di gravidanza come unica soluzione, anche se così le sembrava di dargliela vinta, a quell’intruso. Mi costringi a usare la forza, io che non farei del male a una mosca, mi costringi a un calvario umiliante, ad affrontare medici obiettori che mi guardano come una puttana, ad analisi impietose, a sensi di colpa per il resto dei miei giorni, a dolori e malesseri. Chi ti ha mandato da me? Sei solo il figlio di un terrorista fanatico che ha ammazzato due soldati americani prima di andarsene al diavolo anche lui. Io non c’entro niente con la vostra cultura di morte. Non voglio mettere al mondo un altro mediorientale invasato.
A mano a mano che si avvicinava il giorno dell’intervento, Clara faceva sogni sempre più inquietanti. Amir la visitava tutte le notti e sorrideva. La chiamava per nome, la accarezzava e aveva sempre nelle mani il coniglietto bianco. Poi spariva nel fuoco dell’auto che esplodeva. E Clara, immancabilmente, quando si svegliava, doveva correre in bagno per vomitare. Il piccolo intruso si faceva sentire così, non aveva altri mezzi. Una mattina, andando in ufficio, passò per caso davanti a un negozio di vestiti per bambini. Guardò a lungo un paio di calzini microscopici a righe colorate, poi la vista le si annebbiò e cominciò a piangere tutte le lacrime che aveva ricacciato in gola nelle settimane precedenti. Le prese una nostalgia disperata di Amir e avrebbe voluto più di ogni cosa al mondo averlo lì, a fianco a lei, a camminare per Milano ridendo e scherzando come nella loro ultima notte insieme. Appena chiudeva gli occhi per asciugare le lacrime vedeva il viso affascinante del suo Amir trasformarsi nell’espressione incantata di un bambino che gli assomigliava tantissimo.
L’intruso aveva le ore contate. Clara, in ufficio, continuava a lavorare come se niente fosse e intanto, con uno sforzo sovrumano, cercava di cancellare l’immagine che la assillava, un bambino con i calzini colorati e il sorriso dolce di Amir. Seleziona tutto. Elimina. Salvare le modifiche? No. La vita dovrebbe funzionare come un computer.
Arrivò l’usciere con un bigliettino per lei, scritto in inglese.
“Gentile signorina Lombardi, sono Fatima Hassan, la madre di Amir. Possiamo vederci al bar qui di fronte alle 17?” Come ha fatto a trovarmi, e cosa vuole da me? Pensò Clara, agitata e inquieta. La sua vita era sempre stata tranquilla, fino a quel momento e ora … aveva la polizia alle costole, era incinta e una sconosciuta signora araba le chiedeva un appuntamento in un caffé. Quando la vide, provò uno strano sentimento di familiarità, Fatima aveva gli stessi occhi scuri di Amir, vestiva all’occidentale e, a dire la verità, era bella ed elegante.
“Posso chiamarti Clara? Amir mi ha parlato molto di te, credo che si fosse davvero innamorato, non vedeva l’ora di tornare a Milano. Non ha niente a che fare con l’attentato, ne sono sicura, era troppo felice per decidere di morire. Scusami se ti ho cercata, ma volevo vedere in faccia la donna che mio figlio amava, non mi rimane molto altro di lui, a parte i ricordi.”
Fatima si asciugò una lacrima con discrezione.
“Mi farebbe piacere rivederti, Clara, rimarrò a Milano ancora qualche giorno, all’Hotel Baglioni; ti prego, chiamami.” E se ne andò, lasciando Clara sconvolta e impietrita di fronte alla sua tazza di tè.
Come se non bastasse, arrivando a casa, trovò l’ispettrice di polizia che l’aveva svegliata all’alba qualche settimana prima. Un terrorista sopravvissuto all’attentato aveva fatto i nomi dei componenti del commando e Amir Hassan non c’era, non c’entrava nulla.
“Si trovava per caso nella zona delle ambasciate, gli era scaduto il passaporto e stava andando a rinnovarlo. Era nel posto sbagliato al momento sbagliato, povero ragazzo… La prego di accettare le nostre scuse, signorina Lombardi, ma noi dobbiamo fare il possibile per tenere sotto controllo le attività e i contatti dei cittadini arabi nel nostro Paese. Viviamo in un periodo difficile.”
A chi lo dice, pensò Clara e richiuse il portone.
Non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte, vagava come un’anima in pena per il suo piccolo appartamento, sentiva la presenza di Amir, dentro e fuori di lei, una compagnia tenera e disperata al tempo stesso. Le sembrava di sentire la sua voce dalla camera accanto o di vedere la sua ombra uscire dal bagno. Sto diventando pazza, pensò. Rideva e piangeva contemporaneamente. Alle due e mezza si preparò un piatto di spaghetti e bevve un bicchiere di vino rosso, poi mise un disco jazz e passò il resto della notte a guardare fuori dalla finestra.

All’alba si fece una doccia, si truccò, si vestì elegante e uscì di casa. La giornata era splendida, il cielo insolitamente azzurro. Andò a fare colazione in centro, il suo stomaco non protestava, anzi. Un cappuccino e due brioches, per favore, una per me e una per l’intruso, stamattina ha molta fame.
Telefonò alla clinica per disdire l’interruzione di gravidanza, programmata per le nove.
“Vuole prendere un altro appuntamento, signora?”
“No, grazie.”
Non aveva intenzione di sprecare una giornata di ferie, una giornata di sole, per di più. Arrivò all’Hotel Baglioni alle dieci meno un quarto, un orario ragionevole per chiamare in camera.
“Fatima, ti posso invitare a pranzo? Passo a prenderti fra un’ora, se va bene; andiamo al Lago, conosco un ristorante speciale… Ho un regalo per te.”
In una serata tiepida di giugno, Clara e Lucrezia andarono a sentire un concerto jazz al Parco Lambro. Suonavano gli amici di Amir.
Clara, piena di orgoglio, si presentò con un marsupio blu e dentro c’era il suo piccolo intruso che dormiva beato. Era vestito con una tutina leggera di cotone e un paio di calzini a righe colorate.

 

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