ARCHIVIO STORICO
TITOLO: Alla trattoria dell'amica
AUTORE: Giancarlo Montalbini
GENERE: Racconto

 

Lei faceva la vita passeggiando su e giù per i marciapiedi di Via Sarpi. E’ lì che l’ ho conosciuta quando aveva poco più di vent’anni ed era all’inizio della carriera.
   Non era bella ma i prezzi erano popolari. I fianchi larghi, le carni sode, ha cresciuto tutta una generazione e certamente in molti ricordano la sua risata sommessa, di gola, che accompagnava gli imbarazzi degli uni e le frenesie di altri.

Renato un mio cliente? No, per carità.
   Lui era diverso. Non come tanti suoi colleghi: c’era sempre qualcuno pronto ad allungare le mani o alla battuta pesante, l’allusione volgare che suscitava le risate di tutti.
   Renato no, lui non rideva, si mordicchiava il labbro inferiore in segno di nervosismo come se da un momento all’altro dovesse esplodere, come se avessero offeso sua sorella.

   Ero approdato alla buoncostume per caso, dopo un lungo apprendistato negli uffici della questura, seguendo un percorso assolutamente speculare rispetto a quello più comune che vuole si faccia la gavetta nei servizi di pattuglia per finire poi dietro una scrivania.
   E’ in quella veste che ho conosciuto Giulietta e ho intuito subito che, nonostante la differenza di età, vivevamo le stesse solitudini e le identiche tristezze.

   Oggi come allora mi danno ai nervi gli imbecilli pronti subito a giudicarti, così come mi infastidiscono tutti quelli che devono ad ogni costo salvarti dalla perdizione e farti passare a forza dalla porta troppo stretta del loro paradiso. Mi fanno ridere invece i merletti e gli svolazzi di quelli che devono infiocchettare tutto di 
poesia e letteratura. Nella vita delle donne di strada non c’è nulla di poetico, molta prosa invece e anche di bassa lega.
   Ma è così per tutti, sulla strada come negli uffici o in famiglia: se sei una persona fortunata ne vieni fuori, altrimenti muori lentamente, un po’ per giorno, nella ripetitività ossessiva di gesti consumati e vuoti.
   Io sono stata fortunata.

   Avevo provato a convincerla a cambiare, a trovare un lavoro più normale. Le avevo anche trovato un posto come commessa in un emporio, ma non avevo alcun diritto di interferire con la sua vita e le sue scelte. E infatti lei ha continuato per la sua strada.
   Tutto quello che potevo fare era metterla in guardia, aiutarla, proteggerla, e l’ ho fatto fino in fondo pagando in prima persona, e se potessi ritornare indietro mi comporterei nello stesso modo.

   Che la vita sul marciapiede non fosse tutta rose e fiori non c’è voluto molto per capirlo. La notte non ti è sempre amica, ti insegna ad avere paura, a diffidare di tutti, e non è un bel vivere.
   Anche Renato all’inizio aveva cercato di convincermi a cambiare mestiere, e non per scrupoli moralistici ma solo per i pericoli cui quotidianamente andavo incontro.
   Quando si era reso conto che la mia vita ormai era quella aveva cercato a suo modo di proteggermi dandomi qualche dritta:
1. Se non è un cliente abituale cercare di capire dal minimo segnale che persona hai di fronte. Quanti anni ha? Come è vestito? Il modello dell’auto?
2. Memorizzare sempre il numero di targa.
3. Se c’è una collega che lavora sul marciapiede di fronte mettersi d’accordo e non perdersi di vista.
Poche regole che però mi hanno evitato tanti guai.

   Giù al paese avevo lasciato una sorella più piccola che aveva giusto l’età di Giulietta. Forse per questo mi ero sentito subito in dovere di starle vicino, di aiutarla per quel poco che potevo fare.
   Quando si programmava una retata nella sua zona non dovevo fare altro che avvertirla. Se non altro le risparmiavo l’umiliazione di una lunga attesa nei corridoi della Centrale e il fastidio di dover cambiare quartiere, almeno per qualche tempo.
   E poi che nel giro si sapesse che Giulietta aveva un amico nella buoncostume poteva tornare utile, qualche malintenzionato che avesse avuto strane idee, magari ci pensava un momento e dirottava su obiettivi meno pericolosi.

   Ci sentivamo e ci vedevamo quasi tutti i giorni, fosse anche solo il tempo di un caffè.
   Quando Renato era di riposo anch’io mi prendevo una giornata di libertà e ce ne andavamo in giro giocando a fare i fidanzati ma senza le complicazioni di un legame sentimentale, la sincerità e la complicità di un’amicizia che sembrava dovesse durare per sempre. E invece era finita all’improvviso, senza una spiegazione.
   Da un giorno all’altro non l’avevo più visto. Solo dopo un po’ di tempo, per vie traverse,  avevo saputo che l’avevano trasferito.
   Qualche lettera e poi il silenzio di anni.

   Trovarci con Giulietta era un rito a cui mai avrei rinunciato, e non aveva importanza che fosse la passeggiata in centro, il cinema di periferia, la gita fuori porta e la cena settimanale in pizzeria o al ristorante. Era tutto quello che avevo e non chiedevo altro.
   Quando all’improvviso è scoppiato lo scandalo ho capito subito che una stagione importante della mia vita era finita.
   Con la polizia avevo chiuso, e non solo con la polizia; per il bene di tutti e per mettere la cosa a tacere era opportuno che cambiassi aria e provassi a rifarmi una vita altrove, come se a cinquant’anni fosse una cosa facile.
   Per fortuna Giulietta aveva imparato a cavarsela da sola e poteva fare a meno di me.

   Il tempo non è stato clemente con me e si vedono tutti i segni di un mestiere che ti consuma in fretta. E però sono stata fortunata, fortunata e brava, capace di capire quando era il momento di smettere, un attimo prima che diventassi una figura patetica che non suscitava più voglie, tutt’al più compassione.
   Sono stata anche brava nel mettere da parte quello che avevo guadagnato, non tanto ma quanto bastava per comperare un’osteria e la licenza di esercizio. L’ambiente è modesto ma la clientela rigorosamente selezionata tra bevitori incalliti, pensionati, antichi clienti di una volta.
   Al primo tavolo vicino al bancone c’è sempre un posto per un vecchio amico sbucato dalle nebbie del passato.
   Renato si è presentato una sera di novembre come se niente fosse, senza dire niente, come se non fosse passato un secolo dall’ultima volta  e ci fossimo visti appena il giorno prima. Da allora è qui tutte le sere, sempre la stessa ora, sempre lo stesso tavolo, una bottiglia di rosso sfuso e un piatto di stufato con le cipolle.
   Nei momenti di pausa  mi siedo con lui, due bicchieri per brindare ad una amicizia capace di sopravvivere a qualsiasi tempesta.


 

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