I soldati che erano in prima linea sul Grappa stavano rintanati nelle loro trincee, chiusi nei pastrani e con il cappello abbassato a riparare gli orecchi dal freddo. Erano addossati gli uni sugli altri alla ricerca di un po’ di calore, perché era tutto il giorno che nevicava. Il buio era calato presto, ma nessuno aveva voglia di dormire. Era la notte di Natale e tutti gli alpini pensavano alle loro case. Battistini ricordava i natali in famiglia con la stufa accesa e le castagne sopra i cerchi di ferro. Con il pensiero riassaporava il pranzo con la polenta fumante ed il cotechino, poiché il maiale era stato ammazzato da pochi giorni. Daminato rivedeva l’ultimo presepio costruito per il fratellino sull’asse per lavare appoggiato tra due sedie, con poche statue, sempre le stesse da generazioni, e tante montagne ricoperte di muschio. Per fare la neve aveva sparso la farina bianca con il colino sottile. “Poca mi raccomando – aveva detto la mamma - perché a Betlemme nevica raramente”.
Nessuno sapeva in quale parte del mondo si trovasse Betlemme, sicuramente in montagna, ma la raccomandazione veniva ripetuta per non sprecare farina bianca che serviva per fare le tagliatelle ed il pane. Era preziosa e molto più cara di quella gialla da polenta.
Quella era una notte senza luna, una di quelle notti in cui le pattuglie dovevano andare in perlustrazione sulla “terra di nessuno”, compresa tra i reticolati italiani e quelli tedeschi.
Le due trincee nemiche si fronteggiavano per decine di chilometri, ognuna seguendo il proprio crinale, a volte molto distanziate, a volte così vicine che nelle giornate terse si potevano scorgere i soldati nemici anche senza cannocchiale.
Nardin aveva tirato un sospiro di sollievo quando non aveva udito il proprio nome per la perlustrazione notturna, perché spesso la pattuglia ritornava con qualcuno ferito portato a spalla, se non addirittura morto. Ricordava benissimo la sua prima uscita con i nervi tesi, non aveva udito nulla, nemmeno un fruscìo, quando il capo-pattuglia aveva ordinato “Tutti giù” e subito dopo: “Parola d’ordine!” A quel punto il tempo si era dilatato e mentre tutti si aspettavano la scarica di fucileria accompagnata dalle bombe a mano si era sentita una voce soffocata: “Garibaldi!” che gli aveva consentito di rifiatare.
La neve intanto aveva smesso di scendere e verso mezzanotte le folate di vento che arrivavano dalle linee nemiche avevano portato con sé le note di un canto struggente: qualcuno riconobbe la musica, ma non le parole gutturali.
“E’ Astro del ciel” disse Nardin, ed ognuno lo ripeté al compagno vicino.
Quando il canto ebbe termine, Nardin intonò a voce alta “Tu scendi dalle stelle…” e tutti gli alpini risposero in coro “Oh re del cielo…”
Alla fine chi non era di guardia si addormentò, ma per poco tempo perché furono svegliati da un colpo secco e dall’ urlo del capitano: “All’erta, arrivano i tedeschi, non sparate fino al mio ordine!”
Immediatamente, con gesto automatico, i soldati si tolsero il cappello col mozzicone di penna ed indossarono l’elmetto metallico. Salirono sugli spalti togliendo la sicura al moschetto 91 e lo puntarono verso l’alba, non ancora spuntata. Quando gli occhi si furono un po’ abituati, nel buio sorsero una figura esile, che avanzava lentamente, chiusa entro un cappotto nemico. Non aveva con sé il fucile, ma le braccia alzate da una delle quali pendeva un fagottino. Si arrestò a circa 150 metri, fuori dalla portata dei fucili ed urlò “ Froheliche Weihnachten, Italiener”.
Era un ragazzo biondo, all’apparenza non ancora diciottenne senza barba e con gli occhi incredibilmente chiari. Se avesse avuto i capelli lunghi sarebbe stato identico all’arcangelo Gabriele dipinto in chiesa. Teneva una lepre morta per le orecchie.
“Alt!” gli urlò il capitano Rigoni e poi rivolto ai suoi soldati: “C’è qualcuno che capisce cosa sta dicendo?”
“ Didonè, capitano, era fanghino in un albergo di Abano, so che parla tedesco”.
Sentendo il suo nome, Didonè si fece vicino: “Solo poche parole, credo che voglia dire Buon Natale, Italiani”.
“Digli di venire avanti con le braccia alzate”.
“Komm, hande hoch!”
Il soldatino tedesco avanzò nella neve sempre sotto la mira dei moschetti italiani e fu fatto scendere nella trincea. Continuava a sorridere.
“Perquisitelo” ordinò il capitano.
“Solo pidocchi, come noi” disse Barbiero che l’aveva preso in consegna. E poi Didonè:
“ Froheliche Weihnachten, soldat.”
“Tira bene il tedesco, se l’ha colpita lui. Le ha sparato in corsa.” disse Barbiero palpeggiando con una mano la lepre. Era ancora calda, il colpo le aveva trapassato il corpo da parte a parte..
I soldati gli stavano intorno e non sapevano che pensare. Fu Battistini a trarli d’impaccio:
“Oggi festeggiamo il Natale con lepre alla cacciatora e polenta.”
“E con vino!” Risposero in coro gli alpini, rivolti al capitano per l’approvazione.
Fecero accomodare il soldatino tedesco e qualcuno gli offrì delle sigarette.
Intanto la lepre fu scuoiata e pulita in un minuto. Poi fu ridotta in pezzi e posta in un elmetto italiano in cui friggeva del grasso di maiale. In un elmetto tedesco, in cui bolliva della neve sciolta, fu versata lentamente della farina gialla e mescolata con la baionetta.
Il biondino continuava a sorridere ed indicando se stesso ripeteva: “Ich heisse Peter”.
“Si chiama Pietro”, disse Didonè.
“Come me, diglielo, Pinton Piero, classe 1899”
“Ed io – so-sono Baù Si-si-mone.” Disse Baù Simone balbettando come sempre.
“No, no, lui è baucco e mona”. E tutti a ridere della battuta, anche il soldatino nemico che non poteva averla capita.
All’ora del rancio, la lepre era cotta. Fu distribuita un po’ a tutti, anche al tedesco, con una aggiunta di mezza gavetta di vino. Il biondino beveva con evidente piacere, forse era un lusso il vino per i soldati dell’esercito austro-ungarico.
Il capitano disse: “Ottimo pasto, Battistini. Ma dove hai trovato il sale, visto che non ne abbiamo?”
“ E’ un segreto, ma a lei posso dirlo.” Poi sottovoce: “Ho aggiunto della polvere da sparo”.
“ Capitano - disse Barbiero - con la pelle le farò un paio di manopole. Potrà tenere le mani al caldo”.
“No Barbiero, la pelle è del tedesco, gli spetta di diritto”
“Ma quello sarà in prigione, non saprà che farsene.”
“E’ venuto qui solo per festeggiare il Natale, ritornerà in trincea con le sue gambe, me ne assumo la responsabilità”.
I soldati italiani posero i resti della lepre nella gavetta del tedesco, dopodiché aggiunsero della polenta. Infine gli riempirono la borraccia di vino.
Il capitano disse a voce alta: “Didonè e Barbiero, accompagnatelo per un tratto, non voglio che qualcuno dei nostri gli spari alle spalle.”
Quando le tre figure giunsero fuori tiro si salutarono con grandi pacche sulle spalle. “Buon Natale, Peter”.
Il soldatino biondo era felice, aveva festeggiato il Natale con i vicini, come gli avevano insegnato i genitori. Gli Italiani erano suoi nemici tutti gli altri giorni, non oggi.
Si incamminò verso il cespuglio dove aveva nascosto il fucile, lo trovò nella stessa posizione e si chinò a raccoglierlo. In quel momento Didonè e Barbiero udirono l’esplosione di una bomba. Si buttarono a terra istintivamente, puntando i fucili dove avevano udito lo scoppio.
Peter era stato gettato a terra dallo spostamento d’aria, giaceva sulla neve macchiata di vino a faccia in su, incredulo e si comprimeva il ventre da cui fuoriusciva sangue. “Mutti, mutti - gemeva “Meine mutterchen”.
I due alpini capirono che qualcuno della pattuglia notturna tedesca, accortosi della mancanza del compagno erano tornati sui loro passi ed avevano trovato il fucile. I Tedeschi evidentemente avevano pensato che Peter fosse stato catturato dagli Italiani e avevano preparato una trappola nel caso fossero tornati per raccogliere l’arma. Avevano perciò sistemato una bomba a mano, priva di sicura, sotto il calcio del fucile, che sarebbe scoppiata al minimo movimento.
I due soldati italiani rimasero al loro posto finché la sera cominciò ad allungare le sue ombre.
“ Che cosa dice?”
“Invoca la mamma”.
“Proprio come i nostri feriti”.
Poi cominciarono ad avvicinarsi carponi al ferito. Didonè lo prese sotto le ascelle e Barbiero per le gambe e si incamminarono curvi, a passo veloce, verso la trincea di dove erano partiti. Il corpo arrivò esanime. L’infermiere constatò la morte del soldato tedesco e porse la targhetta che portava al collo al capitano . Era inciso PETER PAN. Un nome che non diceva niente a nessuno.
“Si chiamava Pan, ecco perché era così buono, proprio come il pane.” disse il capitano ai suoi soldati, passandosi la manica del pastrano sugli occhi arrossati.
* * *
La tomba di Peter Pan esiste veramente nell’ossario sul Grappa. Le scolaresche vanno a depositare dei fiori confondendo il soldato con il ragazzo che non voleva crescere, creato dalla fantasia di James Barrie nel 1904.