Ho un ricordo molto preciso di chi ero tanti anni fa.
Sì, perché più i ricordi sono vecchi, più tornano vivi alla mia mente. Riesco a ricordare episodi di quando ero bambina. Invece, ho molte difficoltà a dire chi sono io adesso, a raccontare come vivo e con chi. Ma voglio, devo provarci. Devo allenare la mente, tenere accesa la luce di pensieri , sensazioni, sentimenti che stanno impallidendo contro la mia volontà, a dispetto della mia volontà. E poi, sono stanca di sentirmi ripetere che ho dei problemi. E’ vero, spesso confondo episodi reali con altri di fantasia. Non so collocare con precisione un fatto, oppure i volti delle persone si mescolano nella mia testa, sono come vecchie carte da gioco, manipolate da un prestigiatore maldestro.
Dicono che vivo in un mondo tutto mio e che sono malata. Usano una parola difficile, strana. Io so che non è così, o almeno, non del tutto. Certo, sono invecchiata. Ma la vecchiaia è una malattia?
Forse lo diventa quando si è soli. Non si dice infatti “ soffrire di solitudine “, parola lunga, dolcissima e terribile?
Io ho vissuto sola per molto tempo, ma ora c’è qualcuno accanto a me.
Mi chiama mamma da due settimane o due anni, non so.
La nebbia che avvolge i miei pensieri oggi si è un po’ diradata, eppure non ricordo il suo nome, anche se me lo ha ripetuto tante volte. So che mi chiama mamma.
Posso descriverla con una sola parola: celeste, come lo sguardo trasparente e la camicetta pulita.
Anche ora che mi sorride e sembra interrogarmi è celeste.
“A che pensi?”
Mi tratta con gentilezza e allegria. Profuma d’ambra e girasole. Ogni giorno mi aiuta a lavarmi, a vestirmi, mi pettina e mi fa mangiare.
“ Non puoi più stare sola! - mi ha detto mio figlio - Da un po’ di tempo mi fai preoccupare. Hai tanti acciacchi, sei un pericolo per te e per gli altri.” Un pericolo? Io? Ma non ricordi quante volte ti ho tenuto per mano e la ninna nanna e la buonanotte? Eri così piccolo e mite. Ti affidavi a me. Ora sei un uomo e io sono diventata un pericolo. Forse sono solo un problema.
Ma c’è lei.
“ E’ mia figlia, ha cinque anni ”- mormora, mentre mi mostra una fotografia. L’accarezza, le brillano gli occhi. La bambina sorride, ha due codini lisci, lisci.
Una bambina piccola, come me.
“ Arrivo, nonna! “ dico.
Tu mi stai aspettando seduta su una seggiola impagliata. Vengo a ricevere la mia dose quotidiana di tenerezza, coccole e giochi. Le tue mani rugose pizzicottano le mie dita attente:
“… e pi e pizzinnàngula, alla fera re sannàngula
e sannàngula catarina alla porta e l’abbissina
e s’incurre e s’incurre aza ‘ u pere e sempre curre…”
La filastrocca termina con un solletichio sulle mie palme tese e ridiamo insieme, inondate di gioia e di sole.
“ Chi impazzirà per te? “ mi domandi.
Ti guardo senza capire e poso la testolina sulle tue ginocchia ossute. Mi accarezzi i capelli fini.
“ Ti faccio i codini? Che caldo! Senti le cicale?” e leghi un elastico rosso intorno ai due ciuffi, divisi con le mani tremanti.
Poi cerchi qualcosa nella tasca del grembiule immacolato.
“ Figlicè, pìgliate sta ficuzza” e mi offri un fico seccato al sole. Lo gusto. E’ dolce.
Ho la bocca ancora impastata di dolcezza. Il sapore di un bacio.
“ Mamma bella, tu oggi non mi ascolti !” Lei mi rimprovera gentile, mentre mi pettina i capelli radi. Ancora mi chiama mamma e io non capisco.
Prima teneva accanto a sé un libretto e quando parlava s’interrompeva per cercare nella mente o sulle pagine aperte la parola giusta.
“ E’ ora della me-di-ci-na” scandiva.
“ Vuoi una tazza di ca-mo-mil-la? “ chiedeva.
Quanto tempo è passato?
Mamma dove sei?
Mentre ti parlavo del mio unico, grande amore tu avevi gli occhi umidi e annuivi con il capo chino. Avrei voluto condividere con te progetti e sogni, ma te ne sei andata troppo presto. E’ stato un attimo. Una fitta al petto, solo un sussulto. Poi non hai sentito più nulla.
“ Mamma bella, mangia qualcosa, non hai fame?”
La sua voce è sempre più vicina.
“ Mamma mi senti?”
Sì, figlia, eccomi. Sono tornata.