Oggi ho visto. Oggi c’ero anch’io su quell’autobus. C’ero anch’io ed ero di sale, di legno, di cemento. Non ci si abitua mai ad essere spettatori di una violenza. Non è come vederla in televisione. E’ lì, ti sta davanti agli occhi, e tu sei impotente. Immobile. Agghiacciato. E hai paura. Con gli occhi cerchi qualcuno che interrompa quello scempio. Qualcuno che riporti giustizia, Qualcuno. Non io. Sono in due, gli aggressori. Il primo ha le mani grandi, è abbastanza alto, ma tozzo. Il suo viso è rubicondo e a stento si vedono ciglia e sopracciglia chiare. Indossa un cappello verde, forse per coprire le calvizie, o forse per nascondersi dagli altri. L’altro è uno straniero, forse un magrebino, gli occhi di pece, lo sguardo corvino, di rapace. Sono saliti insieme ad un vecchio cencioso, e lo hanno buttato lì, con la sua sacca da viaggio pesante, in un angolo dell’autobus. L’anziano mormora qualcosa, cerca un fazzoletto lacero, in una tasca sgualcita, come lui. Ma questo semplice gesto scatena in uno dei suoi aguzzini una reazione violenta: l’uomo dalle mani grandi, lo percuote con rabbia, sul volto. Una, due, tre volte. La testa del vecchio oscilla, senza opporre resistenza, e sbatte con un suono sordo, sul corrimano di ferro dell’autobus, mentre lo straniero lo zittisce con voce sprezzante. Tutt’intorno cala il silenzio, in un’immobilità quasi irreale. Solo il vecchio si muove, continuando a dondolarsi piano, quasi a cullarsi, la testa appoggiata alle mani e sulle mani, sangue. Il suo. Che sia l’unica ad aver visto questa scena raccapricciante? Mi volto a guardare intorno, dietro di me due ragazzi con la cartella in spalla hanno smesso di fare schiamazzi, lo sguardo rivolto altrove, imbarazzati. Davanti a me alcune persone, scosse, si spostano lontano, per non vedere. Nessuno interviene. Nessuno. Non io. Perché proprio io? Ho paura. Avrei voluto scendere da quell’autobus maledetto. Lontano dal pericolo avrei chiamato qualcuno, magari la polizia. Ma avrei avuto coraggio? O avrei aspettato che ci pensasse qualcun altro? Qualcuno fra i passeggeri ancora sull’autobus, sì, fra quelli che fino a quel momento non avevano reagito, come me. Forse mi sarei interrogata su cosa fosse stato giusto fare. Per me. Per quel povero vecchio. Mettermi al sicuro, chiamare soccorso. Me. Lui. Molto probabilmente non avrei vestito i panni del buon samaritano, ma quelle del passante che guarda e passa, che ha le sue leggi. Primo comandamento, vivi e lascia vivere. Secondo comandamento non impicciarti di cose che non ti riguardano. Terzo comandamento pensa a te stesso. Seduta sul treno che mi riporta a casa, la testa appoggiata all’indietro, chiudo gli occhi e vedo scorrere davanti a me quelle immagini, come se fossero scene di un film dove il protagonista è il vecchio derelitto e coprotagonisti sono i suoi aguzzini. Tutti gli altri non sono altro che grigie e silenziose comparse. E tra le comparse ci sono anche io, paralizzata da uno sgomento che non riesco a trattenere, che voglio urlare a questo mondo sordo ad ogni richiesta d’aiuto. Ma il mio è un grido disperato che nessun altro riesce a sentire, perché hanno tolto l’audio a questo film dell’orrore.
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