Prima
E' la prima che fa differenza. Lo sanno le vergini, e gli adulteri. Solo un attimo addietro ero vivo, intero; ora ho imboccato la china senza ritorno. Altro è immaginare, prefigurarsi la fine, il pensiero si allontana scrollando il capo; altro è sentire che viene, accoglierla nel corpo, nella carne trafitta. Non è il dolore, quello è un attimo: dura il tempo del passaggio, poi rimane solo un fastidio. E' il dubbio, che inquieta, su quanto lungo sarà il cammino...
Da bambino mi trapassai il dito indice, giocando maldestramente con le spille che mia madre usava per acconciarsi: accorse atterrita alle mie grida disperate, “ora morirò!”, strillavo, ero certo che l'essermi trapassato da parte a parte non lasciasse scampo. Invece l'abbraccio e le carezze mi risanarono in un minuto, le lacrime asciugarono sulla sua tunica.
Voglia il cielo che lei non sappia di me, oggi, i suoi baci non basterebbero, e non ho più tunica per le sue lacrime.
Seconda
Non sbagliano, i miei pretoriani, li ho addestrati a dovere. Non è per imperizia, o per pietà, che rimango vivo. Il gioco lo conosco, è la pena per i traditori. Le frecce sono il divertimento iniziale, poi verrà la sete. Con il far della sera giungeranno eserciti di formiche e tafani ghiotti di sangue, poi – adagio - la cancrena. Ultimi i corvi.
Dovevamo legare il condannato ben lontano dall'accampamento, i lamenti duravano giorni. Solo una volta – ero il soldato più giovane – fui mandato a raccoglierne i resti, quello che vidi divenne l' incubo della mia giovinezza.
Terza
Avanza Clodio, l' ispanico, ribelle ad ogni autorità. Quante volte avrà sognato quest'attimo, mentre la mia frusta di tribuno tentava di convincerlo all'obbedienza, sempre invano. Ricordo i suoi occhi allucinati, quando – sudato e sanguinante in mezzo alla pugna - spaccava crani con la sua mazza ferrata. Ma erano altri i dèmoni che cercava di annientare, e non riuscì mai.
Il suo pungente saluto m' inchioda un braccio, il sinistro. Con questo maneggiavo lo scudiscio...
Quarta
C'è un ritmo, in questa agonia.
Ora insultano, indicano, scommettono. Come ad un gioco di biglie, dichiarano la parte del mio corpo che colpiranno.
Poi silenzio: un attimo, e il sibilo.
Di nuovo le grida, festeggiano il colpo andato a segno.
Il vocìo si fa più forte: è il turno di Dimaco, sorcio bavoso, stupratore di fanciulle. Combatteva per conquistare vittime da profanare, la sua lussuria era senza limiti.
Tirerà all'inguine.
Quinta
Riconosco il ghigno di Marco, belva assassina. Noi soldati uccidiamo il nemico in battaglia, o il nemico ucciderà noi. Riusciamo a crederlo un lavoro, quasi un obbligo. Marco no, lui guazzava nel sangue, sorrideva al gorgoglìo delle gole scannate, e alla fine del combattimento, ancora affamato, si aggirava per il campo, a spegnere gli ultimi respiri degli agonizzanti. Li scovava tra i cumuli di cadaveri, rideva e pugnalava. Il suo supplizio sarà – oggi – dover scoccare un dardo senza uccidere.
Sesta
Ancora urla, insulti, scommesse. I carnefici giocano, non devono pensare. Non li guardo più, aspetto il silenzio. E il sibilo. E il dolore.
Settima.
Ottava.
Poi più nulla.
Poi
Vanno, senza più guardarmi, il divertimento è finito. Torneranno con i soldati più giovani, per educarli alla fedeltà a Diocleziano e ai loro dei. Il mio disfacimento servirà da monito, meglio di quanto sia valso l'altrui a me?
Ora posso alzare lo sguardo, al Dio che mi attende, dopo questa prova. Attraversa il cielo un airone bianco, solenne e fiero, freccia tra le nuvole. Un segno? Lo seguo con gli occhi, fino a quando scompare dietro la chioma di un faggio.
Accanto al tronco c'è Flavio, l'amico. Lui sa tutto. Da sempre. Era con me quando mi punsi con la spilla di mia madre: insieme ridemmo più volte della mia paura. Era con me, recluta anch'egli, a seppellire il traditore putrefatto. Ancora al mio fianco, nel segreto delle catacombe, sottoterra ma vicini al cielo.
La sua freccia – oggi – mi ha solo scalfito: l'hanno deriso, ma non ha destato sospetti.
Non ridono, i suoi occhi: mentre mi fissa, solleva appena una freccia dalla faretra, con una domanda nello sguardo.
Non posso parlare, lo tradirei: non voglio altri martiri, non lui. Basta un battito di ciglia, un ammicco per altri impercettibile. Poi i miei occhi tornano al cielo. Un minuto, e Flavio è lontano, in coda ai commilitoni vocianti.
Ma ora so che, prima che albeggi, quando le palpebre delle sentinelle saranno pesanti e il loro capo crollerà per la lunga veglia, dall'oscurità della notte verrà per me - dalla sua mano amica - ancora un dardo, l'ultimo.