ARCHIVIO STORICO
TITOLO: Quando penso non dipingo
AUTORE: Zino Boccuzzi
GENERE: Favola


-“Questa, nonno, è pettè”!-
Non l’ho neanche sentita avvicinarsi la mia nipotina Maria Vittoria, lo scricciolo della mia famiglia, tre anni a dicembre, intento com’ero a pestare sulla tastiera del computer.
-“E’ pettè”!- m’ha ripetuto porgendomi un quadratino di carta con su uno scarabocchio fatto a penna biro. -“Grazie amore”!- le ho detto, sperando in un bacino o anche in una carezza ma lei é già distratta dal pappagallo in balsa che tengo su un ripiano della libreria e il bigliettino é ormai per lei un fatto del passato, dimenticato, magari neanche mai avvenuto.
–Come ti chiama”?- e con l’indice grassottello indica il colorato volatile eternamente ammiccante fermo fra “ La storia del Teatro italiano” e il Vocabolario d’inglese. –“Cico”-  tento di risponderle io ma lei , assolutamente dimentica della argomento “pappagallo” e tantomeno del suo nome, facendo lo slalom fra gli innumerevoli giocattoli sparsi per il mio studio, non attende risposta e corre già dalla nonna per porle nuove domande, per vivere altre emozioni, per appagare la sua immensa sete di novità, per sfuggire alla noia di un nonno troppo seduto, non abbastanza veloce a fornire risposte alle sue infinite curiosità. Non ha tempo, lei, di perdersi in lungaggini! Lei ha da vivere!
Con un sorriso guardo il bigliettino che mi aveva portato. Una serie di ghirigori a circondare il tentativo di un piccolo cerchio e, tutt’attorno, alcuni svolazzi con vaghe pretese arabesche. Bello, mi provo a pensare, ma che avrà voluto dire? E’ l’immagine di un viso oppure il concretizzarsi pittorico di un qualche pensiero che magari, in quel momento, le stava attraversando il  cervellino? Lei il concetto della scrittura ancora non ce l’ha e quindi, ipotizzo, questo potrebbe essere il tentativo di comunicare con me, trasmettendomi quello che ormai non esito a definire un vero e proprio messaggio disegnato. Ma allora, dico io, se così fosse vorrebbe dire che lei ha pensato, prima e durante (stento a credere appena dopo) la stesura del suo scarabocchio, a quello che aveva da dirmi; non importa, a questo punto, cosa! Importa che volesse farmi partecipare a quello che lei, non c’è dubbio, stava sicuramente immaginando?!
D’altronde cos’erano i suggestivi graffiti rupestri ritrovati nei secoli se non tentativi, riusciti, di trasmettere testimonianze, esperienze, racconti di caccia, di pesca o di altro, sicuramente di idee da trasferire ai loro contemporanei e, grazie al Cielo, anche a noi posteri, attraverso l’arte pittorica o scultoria?
Avviene anche a cervellotici capitani d’industria che, al tavolo di concertazioni, oppure mentre parlano al telefono, nel mentre magari si abbandonano a pensieri propedeuticamente indispensabili a chissà quali grandi progetti imprenditoriali, avviene, dico,  che si dilettino a scarabocchiare geroglifici, magari più graficamente organizzati di quelli della mia Maria Vittoria, ma pur sempre sgorbi apparentemente senza senso. Oppure che il senso ce l’abbiano ma recondito, magari ancora allo stato embrionale di chissà quale capolavoro di tecnica o di ingegneria, lasciando nel buio inconsapevole noi comuni mortali tanto quanto il nonno di fronte agli scarabocchi della sua nipotina.
Mi rifiuto di pensare che in quei momenti di pur spontanea, inconscia ed elementare creazione artistica quei capitani d’industria avessero mandato in franchigia il loro cervello, lasciando l’azione creativa solo alle mani, cioè solo al loro corpo.
Anche la Scienza  ha potuto ormai accertare che per l’uomo, se vivo, è impossibile non pensare; cioè che la mente umana, e forse anche quella animale, non resta mai, neanche per un istante, priva di quell’alchimia, che io definirei impropriamente elettronervosa, che tiene in continua attività le cellule deputate all’immaginazione, all’ideazione, cioè al pensare: neanche durante il sonno e, come qualcuno ha potuto scientemente provare, addirittura neanche durante la tragica situazione conseguente al coma profondo.
Ma allora, io dico , come si può immaginare che proprio nelle adiacenze della creazione pittorica o, più semplicemente grafica possa avvenire all’uomo di  staccare la spina dal cervello e riuscire a generare, come un automa, una sia pure elementare forma di ideazione artistica manuale cui appartengono il disegno, la pittura o la scultura? Si potrebbe ipotizzare che ciò possa equivalere ad un continuo staccarsi e riattaccarsi dell’anima al corpo? Un passare ripetuto dallo stato vegetale, assente, a quello animale, vigile e presente?
No, no, mi rifiuto di pensare che Maria Vittoria abbia creato il suo capolavoro in uno stato di “obnubilazione cataplessica catartica” e che abbia fatto tutto ciò senza sapere, o perlomeno intuire, quello che andava creando per il suo nonno!
Perché non chiederglielo?
Distrarre la mia nipotina dai suoi trastulli per condurla a me è impresa ciclopica per cui, armato del suo disegnino, vado in cerca di lei. Come supponevo la trovo indaffarata a tentare di riattaccare la testa ad una bambola e sicuramente non disposta a darmi retta. Offrirle il mio aiuto, in questo momento, equivarrebbe a disprezzare la sua capacità chirurgica di fronte ad un così semplice intervento, ed è anche inutile avvertirla che la testa che vorrebbe riattaccare è di un’altra bambola, più piccola di quella che tiene in mano, e che, qualora lei mi chiamasse ad un consulto medico, dovrei dichiarare il caso assolutamente disperato.
Attendo pazientemente un suo momento di distrazione e, deciso, le metto davanti agli occhi il suo disegno e le chiedo che cosa volesse significare.
-“E’ la tua faccia, nonno, coi papelli”!- e riprende imperterrita il suo atto operatorio.
Bisogna sapere che io, in questo periodo, nel disperato tentativo di apparire “à la page”, si, un po’ più giovanile, mi rado completamente la testa, e questo non ha mai entusiasmato Maria Vittoria che spesso mi aveva chiesto, in passato, del perché io non avessi i “papelli”.
Cos’era avvenuto dunque in quella testolina?
Sicuramente, cronologicamente, per prima cosa la decisione di intervenire su una scelta del suo nonno da lei disapprovata, e poi di farlo mediante un messaggio disegnato, regalandomi i “papelli” identificati  dagli arabeschi svolazzanti attorno al tentativo di viso umano.
Ma allora, dico io, deve aver ben pensato, ed anche parecchio la mia nipotina prima di produrre quel disegno, ed anche durante?!
E dunque ciò sembra contrastare in maniera evidente con le prime due affermazioni di Avigdor Arikha, e cioè “Quando penso non dipingo” e “Quando dipingo non riesco a pensare”! A meno che lui non si riferisse ad una sua personale difficoltà a produrre le due azioni descritte. Non vorrei con queste mie asserzioni dissacrare il pensiero dell’illustre pittore israeliano, ma, devo dirlo, mi fa specie che un artista così grande non riuscisse ad esprimersi manualmente con la pittura quando stava pensando e, di contro, non riuscisse a pensare quando stava dipingendo!
Ma se riesce a farlo perfino la mia nipotina Maria Vittoria, dico io!
Posso essere parzialmente d’accordo con Avigdor Arikha  quando esprime la sua terza affermazione” La pittura nasce laddove finiscono le parole” perché, proprio nel caso  della mia nipotina, lei ha dovuto far ricorso al disegno per convincermi a farmi ricrescere i capelli, non disponendo ancora di una loquela convincente, cioè di sufficiente facilità di parola.
Personalmente penso che sia impossibile rinunciare all’apporto indispensabile del pensiero nel momento della creazione di un’opera d’arte. Se mi provo ad immaginare Gustav Klimt che dipingeva il suo “ Campo di papaveri”  senza una adeguata partecipazione dell’anima, dell’amore ( anche questi sublimi prodotti della mente umana), ebbene mi sembrerebbe di spogliare sia l’artista che il suo quadro di quel valore aggiunto che fa la differenza fra un bel lavoro d’artigianato ed un capolavoro artistico.
-“Questa mattina - ah, li ho ancora qua, come una vampa negli occhi - su ai Parioli – tutti quei papaveri - la gioia - non la volevano dare a nessuno. L’avevano, l’avevano per sé, la gioia d’avvampare al sole, così in tanti insieme - e il silenzio, su quel loro rosso scarlatto, pareva stupore - stupore!”-
Così Luigi Pirandello descrive nella sua opera teatrale “Diana e la Tuda” l’emozione di un artista di fronte ad un miracolo della natura. A me pare veramente impossibile che Klimt, di fronte ad un analogo spettacolo che poi gli ispirò il suo “Campo di papaveri” abbia potuto, anche per un solo istante, spegnere nella sua testa la divina, straordinaria luce del pensiero.

 

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