ARCHIVIO STORICO
TITOLO: Elogio dell'ombra
AUTORE: Tania Bocchino
GENERE: Racconto


Una parte di noi non è concreta. Sappiamo di essere corpo, impastati nella materia siamo misture di elementi. Il nostro essere tangibile è corpo: un insieme di linee che ci danno forma e rilievo. Ciò che però lo trasforma, da semplice organismo a complesso individuo, appartiene all’astratto, al mondo dei sensi e dei sentimenti.     
E’ un figlio incorporeo, nutrito della nostra stessa vita, partorito con il dolore straziante del travaglio, eppure astratto, impalpabile. Esso ci consacra suoi legittimi predecessori, genitori in carne e spirito e fa del nostro vissuto, con le sue pene e i suoi entusiasmi, la propria eredità biologica, lascito prioritario al retaggio genetico.
Quando la mano tocca il corpo sono calore, consistenza, emozioni che percepisce. Qualcosa che esiste nel mutevole, nell’incompiuto, nel fugace. Ne rimarrà solo il ricordo. Intensa, viva memoria di un tempo che lascerà il posto, con il passare degli anni, a un sfocata, tiepida dissolvenza. E nel ricordo, mai preciso e certo, la realtà assume sembianze diverse, non è più presente e nemmeno cronaca attendibile, ma un molle amalgamarsi di stati d’animo, percezioni e desideri che hanno tramutato il vero in relativo e l’onirico in verità. 

I.
Su questo letto il mio corpo sembra perdere il proprio peso. Solitamente resta immobile: braccia e gambe abbandonate sulle lenzuola. Ne invento movimenti e forza attraverso la leggerezza del pensiero, ma questo non basta ad affrancarmi dalla mestizia della materia. Prego che egli senta le mie mani che lo accarezzano anche quando esse giacciono tra le coperte scomposte, nell’attesa che egli le sollevi e se le avvicini, guidandole come fossero mani sue, mentre la mia mente che viaggia, esplora e vive un’esistenza priva di barriere, libera dalla zavorra della debolezza muscolare, dei miei arti inerti, smaniosi di movenze, implora il corpo di seguirla. Suppliche vane. Sono le braccia di lui che mi voltano su un fianco e appoggiano la mia gamba flessa sopra le sue, per sentirci avvinghiati oltre che vicini.   
Egli è Cristo, un profeta e un uomo, figlio e padre, è la mia volontà di lasciare il letto disfatto, alzarmi in piedi e camminare, pur sapendo di non poterlo fare. Ripenso al passo di Hans Küng, che evoca raffigurazioni di un Cristo uomo, trasfigurato in vari personaggi con identità differenti, da tanti teologi, filosofi, artisti, in tanti tentativi di dare un volto al bisogno di fede. Nel mio desiderio di attribuirgli la fisionomia di colui che fa della propria esistenza la forza trainante della mia, ne distinguo l’innato slancio alla compassione e l’insegnamento dell’amore, come documentato da testimonianze storiche prima che religiose. Egli è  la libertà del mio pensiero, frammenti di gioia, un’ode alla vita; egli è il pranzo della domenica insieme, il pane-corpo sull'altare, la remissione dei peccati; egli è una culla in cui dormire, una coperta per avvolgere un neonato, il pastore che, credendo di apprendere, insegna. Con lui mi sembra di amare di più il mio corpo, il ripudio, provato tante volte in questi ventinove anni, diventa commovente perdono e gratitudine.

II.
Quante lacrime ho ingoiato in silenzio, rinchiusa dentro una stanza per non essere vista, in tutti questi anni! Immaginavo i passi che mi avrebbero condotta lontano da quelle mura, ma ogni visione si scontrava con l’amarezza di udire un tramestio di ruote accompagnare i miei spostamenti. Perché ho compiuto molti passi nella vita, però mai camminando. Ho sentito la pressione esercitata dai piedi sul pavimento, il freddo del marmo, la levigatura del parquet, la durezza inorganica della roccia, attraverso le immagini: visioni di dimore viste in sporadiche occasioni o frequentate assiduamente, case in rovina e macerie; immagini di scogli, di ghiaia, di gradini di pietra e calce che, dal loggiato del grande palazzo in cui vivevano i miei nonni, in una graduale ascesa tra i muri affrescati e l’odore persistente dei vecchi tendaggi e di quello che usciva dalle stanze rimaste chiuse per anni e mai arieggiate, conducevano alla soffitta e ai suoi misteri di porte sprangate e pertanto inaccessibili.
Riporto alla luce, nella fioca illuminazione della camera, passi che mi hanno permesso di percorrere notevoli distanze pur restando spesso ferma in un luogo, ma lasciando la mente liberarsi dal corpo per trovare spazi nuovi da sperimentare e da cui apprendere: l’incauto incedere spinta dal desiderio, quando alla necessità veniva anteposta la brama di sapere e di scoprire.
I passi vacillanti quando da bambina i muscoli non ancora troppo deboli mi concedevano brevi e talvolta rischiosi tragitti sulle mie gambe, quelli perentori che hanno battezzato ogni tappa della mia crescita biologica, quelli sinuosi della femminilità e infine quelli diventati orme, non hanno nulla da invidiare ai passi vigorosi e sicuri di tante robuste presenze che ho avuto accanto in questi anni.

III.
Nell’ordine, a me familiare, delle geometriche relazioni tra gli oggetti e gli eventi, un fenomeno cattura la mia attenzione, tramutando la penombra in suggestività: dalla lampada si irradia sul letto una luce appena sufficiente a scorgere le nostre sagome scure. Poco distante, dove il margine dell’ombra segna il confine con l’arruffìo indifferente di cianfrusaglie e di libri letti ma non ancora riposti, l’oscurità si fa più densa e diventa buio negli angoli della stanza, dietro le tende di seta, nei rosoni che disegnano sul soffitto strutture immaginarie.

Che dalla volta fosca
non filtrasse chiarezza
                     
                           si accertò per soddisfarla
 
ma  avvezzo alla vista
le chiese di voltarsi
con le spalle rivolte
all’aria fresca
d’autunno.

Egli è entrato nella mia vita quando ormai credevo di essere destinata a un’esistenza solitaria, circondata dai fantasmi delle esperienze altrui che io non avrei mai potuto comprendere, ma soltanto intuire. Stava giungendo l’autunno con il suo bagaglio di memorie dolorose e il sentore di dover nuovamente affrontare lunghi mesi di premure, nel silenzio opprimente della casa. La mia malattia rende pericolosa anche la più piccola infezione e con gli anni ha barattato la spensieratezza con le responsabilità.
Egli mi domanda chi fossi prima del nostro incontro. Muta gli rispondo ogni volta che egli diventa il mio respiro ed io il suo, ogni volta che osservo nei suoi occhi una familiarità imprevista ed egli penetra nei miei, in quell’affondare in carne e anima che è l’atto dell’amore.
Ero diversa, la passione per la Scienza addomesticava la fiamma che adesso invece mi consuma, l’animale reso docile si sarebbe accucciato tra il muro e il pavimento e infine, con gli occhi stanchi, si sarebbe arreso. Ora invece scalpita, scuote la stanza.
Egli prende le mie braccia e se le adagia intorno al collo. Lentamente unisco le mani, stringo l’una all’altra affinché non scivolino e l’enorme sforzo si tramuta in un abbraccio. Non ho più paura, né sento sofferenza; sono guarita pur essendo ancora malata. 

Ne seguì con diletto
Il radicarsi del tronco
Nel declivio spoglio
di molle argilla
giovane avvallamento glabro
tra pendici gemelle.

e stillò acre umore di mandorle
         come a deporre armi
prima di chinarsi ad assaporarne
fragranza

                e umidi tepori di terra.

Io lo amo, senza dubbi né rimpianti. Lo amo come, in poche circostanze, ho amato la mia vita: con incontenibile trasporto e meraviglia. Talvolta però ho paura. Temo che la mia casa possa assumere sembianze di prigione. Negli anni ho imparato a vivere di viaggi inestimabili e lunghissimi, in terre in cui non ho mai posato i passi, e nello spazio esiguo tra quattro mura ho accolto l’intero mondo. Mi chiedevo perché dicessero di me che, nonostante le privazioni, ho esperienze analoghe a coloro che sono liberi di muoversi. Adesso lo so. Nell’intercapedine tra la parete e i mobili abita la saggezza dell’India, oscura eppure presente, e sul pavimento striscia l’umiltà dei paria; tonalità calde dell’Africa dipingono i punti cardinali e sono orizzonti in cui si abbatte l’urlo di caccia dei Masai, come una tempesta di sabbia. Ma basta affacciarsi alla finestra per scorgere il Mediterraneo, con l’aroma di spezie e sinuosità di anfore di terracotta, poi nel tenue fascio di luce che dai lampioni si dissolve nella nebbia, ecco affiorare il paesaggio nordico, i fiordi, il manto nevoso, mentre dai cespugli un frullo d’ali evoca immagini di gabbiani, di fenicotteri e di pappagalli variopinti. Un tuffo tra le ninfee di Monet e l’estro del pittore sconvolge con forme e colori la monotonia del recesso.
Vorrei guidare il mio amato per aiutarlo a vedere ciò che io vedo. Vorrei condurlo dentro il quadro, tra la tela e il dipinto, ma il mio mondo è visibile anche da coloro che non abitano il mio corpo? Come farò a rendere le finestre semplici fessure da cui sgusciare con la mente?

La udì fremere
                   in accordo dissonante
E pensò fosse timore
 ‘si che il tremore le scosse
il ventre con forza.

Mai bocca era scesa a dissetarsi
                Che credeva aride
le esili labbra
               schiuse all’orale.


Questa comunione esalta il piacere, celebrandone tenerezza e sublimità e sviluppando nuove e alternative forme di movimento non esclusivamente corporeo, in un percorso di maturazione verso la consapevolezza che i limiti fisici non possono in alcun caso intaccare l’illimitatezza mentale.

Le mie gambe fluttuano, sono esili zampe di fenicottero, levità di ninfa, prive di peso volano, volano, volano via. Il sonno s’appresta ad offuscare i sensi e il sesso diventa affetto in confortevoli ondeggiamenti di sopore.

Desiderò intatta
Tale bellezza di sorgente
al contempo dissacrata
la purezza ingombrante

dove
 
lamenti       
                   toccanti
riempissero gole
con echi incauti,
urgenti.

Siamo esseri imperfetti ed incompiuti, brandelli del primordiale impasto che nella dinamicità del vivente hanno assunto sembianze distintive consacrando la nostra storia e tramutandola in leggenda.

 

BIOGRAFIA DELL'AUTORE

Sono nata nel 1978.  Frequento l’Università, sono iscritta al corso di Laurea in Scienze Biologiche.
Sono affascinata dalla spiritualità, dall’analisi della psiche umana, dai meccanismi complessi, ma avvincenti delle relazioni interpersonali, dai legami che uniscono le nostre esperienze con quelle di altri.  
Sono inoltre iscritta a diverse associazioni che si occupano di temi inerenti la disabilità – essendo io disabile – e tento di collaborare alle varie iniziative, in particolare impegnandomi nei progetti per la Vita indipendente.