La donna cerca qualcosa da fare, ma qui nulla sembra dipendere da lei. Pensa di
rivolgersi al ragazzo e chiama piano il suo nome, nessuna risposta. Alza leggermente la voce:”Oreste!” sente una sedia spostarsi, al piano di sopra, poi arriva il figlio, saltando gli ultimi gradini e sfilandosi l’auricolare.
- Che cos’è? - gli chiede, indicando l’oggetto
- Oh, il gioiellino! E’ fantastico – il ragazzo estrae dal taschino della camicia l’iPod e
glielo mostra – posso ascoltare tutta la musica che voglio, la scarico dalla rete, mi
fa compagnia. Mi hai chiamato, che c’è?
“Nulla di particolare, anch’io desidero compagnia” vorrebbe dirgli, ma teme di averlo
disturbato e imbastisce una richiesta.
- Potresti mostrarmi ancora la casa, per favore?
Appena arrivata a casa e subito lasciata sola, l’uomo era andato al lavoro, promettendo di tornare presto, il ragazzo era andato a studiare nella sua camera. Qui, nel soggiorno, con una rivista in grembo, prova una pungente sensazione d’estraneità. Non un solo oggetto le appartiene e la connette con un ricordo.
- Certo, vieni mami.
Oreste la prende delicatamente per un braccio, forse pensa che debba essere guidata e la conduce di sopra, in un’ampia camera da letto.
- Ho posato qui la tua valigia, troverai tutti i tuoi vestiti nell’armadio, è tutto a posto
perché è venuta la Caterina e ha lustrato per bene, come piaceva, come piace, a
te.
Lei ha già sentito quel nome, probabilmente è l’angelo che li aiuta a tenere la casa
ordinata e accogliente. Così quella è la sua camera, lì dormirà con l’uomo. Deglutisce impercettibilmente al pensiero.
- E questa – continua Oreste, spingendola verso la parte opposta dello stretto corridoio – è la mia camera, o tana, come l’ hai sempre chiamata tu, si tratta solo di un altro approccio agli spazi e agli oggetti.
– Con un gesto indica i libri sparsi, il computer acceso sulla scrivania, il letto per metà coperto di indumenti e CD, una chitarra appoggiata al muro e tre diverse racchette da tennis in un angolo.
Si lascia condurre negli altri spazi, mentre il ragazzo continua a parlare, sorridendo, di fatti che lei non conosce. Ha avuto modo di osservare che padre e figlio parlano sorridendo e lei ha capito che non deve intenderli alla lettera, perché amano scherzare, minimizzando le difficoltà. Hanno modi sbrigativi, parole asciutte che alludono a progetti in corso, una complicità serena.
Quando li aveva visti la prima volta, l’uomo aveva solo detto: “Ehi, ma quanto ti sei fatta aspettare?” poi le aveva accarezzato i capelli prima di attrarla a sé e il ragazzo aveva quasi pianto abbracciandola:”Mamma, mami, che bello!”
Ma lei non sapeva ancora chi fossero e non capiva cosa provasse per loro. Piano, piano aveva imparato tante cose. Leggeva giornali, scriveva lunghi elenchi di quel che osservava dalla finestra della camera; appuntava parole chiave e cercava di costruire piccoli pensieri compiuti; faceva ginnastica ogni giorno e, soprattutto, aiutava in cucina. Le piaceva più di ogni altra cosa. Non c’era compleanno della Comunità che non venisse festeggiato con un suo dolce.
- Come faremo senza di te? – chiedeva Sara, l’infermiera più giovane e simpatica
che, a suo modo, stava preparandola al commiato.
- Come farò io, piuttosto – rispondeva lei, con un nodo alla gola.
- Puoi andare a casa – aveva detto la psicologa, una mattina, all’improvviso – verrai
a trovarci ogni mese, puoi cavartela, non avere paura.
Invece aveva avuto, ed aveva ancora, una paura enorme.
- Vedrai che sarà molto più bello, fuori – diceva Sara - andrai a fare compere, devi
rinnovare il guardaroba, hai dei vestiti che non ti donano, basta con questo nero e
grigio, mettiti dei bei colori, truccati e, prima di tutto, tagliati i capelli! Sembri mia
nonna! Insomma, hai un bel marito, un figlio fantastico, un giardino che io me lo
sogno…
- Lascia scorrere il tempo, non pretendere troppo da te, trama e ordito, un filo alla
volta – puntualizzava la psicologa.
Ma lei non avrebbe voluto lasciare quel posto, i compagni di cammino e la persona che li aiutava a ritrovare e ordinare i loro pezzetti di vita sparpagliati che affioravano come ninfee su uno stagno, senza un ordine preciso.
- Adesso scendo in soggiorno e cerco qualcosa da leggere – dice ad Oreste.
- Brava, presto arriva papà e pensa alla cena, ha voluto lasciarti il tempo di prendere
confidenza con la nostra casa e – aggiunge trattenendole il braccio – non
preoccuparti, mami, andrà tutto bene, ci aiuteremo. E’ bello averti di nuovo a casa.
Ho una felpa che aspetta le tue cure, come tutto il resto, qui.
Lo lascia al suo studio e scende nel soggiorno. E’ una vecchia casa tra le risaie, con
piccole camere, libri e fotografie ovunque; l’uomo le aveva raccontato che l’aveva costruita il suo bisnonno e lui era nato e cresciuto lì, guardando il riso crescere ogni giorno.
- Verrai a trovarmi? – con un nodo alla gola lei aveva chiesto a Sara.
- Certo, mi sembrerà di andare in Cina. - ma lei aveva le idee geograficamente un
po’ confuse, perciò si era semplicemente unita alla risata dell’infermiera, senza
capire.
Il soggiorno si apre sul giardino, dalla finestra si scorge un cespuglio di rose, ormai sfiorite e un paio di betulle che sembrano chiacchierare tra loro. Presto arriverà il freddo, pensa la donna, forse anche la neve e in questa camera si accenderà il camino, un cesto, lì accanto, è già pieno di ciocchi di legno.
Lei che cosa farà qui? Difficile snidare pensieri addormentati, sistemare tasselli di vita come un puzzle, fingere di ricordare, dover dire dei sì non convinti, amare. Fingere?
I divani sono chiari, sul tavolo di quercia, dei fiori che l’uomo e il ragazzo le hanno fatto trovare in segno di benvenuto. Accarezza le rose e le sistema meglio nel vaso, poi ritrova la cucina. Chiara, semplice, ordinata. Capisce intuitivamente dove siano riposti gli utensili e, quasi senza accorgersene, comincia a preparare un dolce.
Proprio nella cucina della comunità, era arrivato, veloce e affilato come una lama, il primo ricordo, un bimbo che giocava sul pavimento sbattendo un mestolo, una donna giovane che diceva:”Facciamo una sorpresa a papà, prepariamo la torta di mele.”
Un’altra volta, stava preparando gli gnocchi, le mani affondate nella farina, il calore delle patate a scottare le dita, una voce: ”Oggi gnocchi, domani trippa!” e l’immagine di un uomo anziano, un’altra casa, un altro tempo.
La psicologa aveva detto che persone e voci del suo passato l’avrebbero visitata ancora.
Ne avevano parlato a lungo, avevano fatto confronti, visionato filmini e fotografie.
Poi, annunciati brevemente dalla psicologa, erano arrivati l’uomo e il ragazzo, inattesi e sconosciuti.
In comunità due parole non venivano quasi mai pronunciate: ricordi e incidente. Neanche l’uomo e il ragazzo le avevano mai usate e lei gliene è segretamente grata.
Qualcosa attira la sua attenzione su una mensola, una fotografia, una donna vestita da cuoco, cappello e grembiule immacolati, un bel sorriso, davanti ad un tavolo coperto di torte e biscotti, sormontato da uno striscione con la scritta “Le torte di Mami”. Un concorso, probabilmente.
- Hai vinto il primo premio, ti abbiamo presa in giro per mesi – le dice Oreste, entrato
senza far rumore e intento ad osservarla – che cosa ci prepari, si possono avanzare richieste?
La donna vorrebbe rispondere ma il figlio è già sparito – Torno dopo basket, piuttosto tardi, lasciatemi qualcosa.
Così non ci sarà a cena, sarà sola con il marito, poche le occasioni in cui lo sono stati.
Lei non sa, si sente confusa e incerta, non immagina cosa farà, lascerà decidere a lui.
L’uomo la guarda sempre negli occhi, talvolta le cerca le mani, gliele stringe poi
l’abbraccia e la bacia. Ha un buon profumo, non è brutto, sembra invitarla a fidarsi di lui.
Lei, anche ora, cerca un pensiero che l’aiuti, mentre mescola e mescola, zucchero,
burro, albumi montati a neve.
Un sospiro lieve l’attraversa mentre compie gesti antichi.
Vorrebbe arrivasse un’idea, qualcosa di soffice come una coperta calda di affetto.
Potrebbe restare in attesa e affidarsi alla simpatia del ragazzo, oppure chiamare la
psicologa e arrendersi.
Partire da quella cucina, che sente amica, per arrivare chissà dove, seguendo tracce di farina e zucchero, come Pollicino, o rinunciare .
- Affronta un problema alla volta – diceva la psicologa.
- In fondo al tunnel c’è la luce – scherzava la saggia Sara
Paura, incertezza, domande. Niente di nuovo, solo lavoro per i giorni che verranno.
La donna sorride tra sé, forse può provare.
Preparerà la torta di mele.