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ARCHIVIO STORICO
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REGAL0 DI COMPLEANNO - 3° Premio a pari merito "La forza della parola, l'espressività dell'immagine" |
| AUTORE: |
Ernesto Chiabotto |
| GENERE: |
Racconto |
Il signor Mario scese alla fermata dell'autobus e respirò l'aria fredda della sera. Stare in giro a quell'ora poteva sembrare una decisione non troppo saggia, ma il medico, nel pomeriggio, l'aveva rassicurato sulle sue buone condizioni di salute, dicendo che avrebbe sottoscritto qualsiasi documento per arrivare alla sua età in quel modo. Aveva compiuto da pochi giorni settantasette anni; dimostrava molto meno dei suoi anni, ma si sentiva vecchio, pur facendo di tutto per non darlo a vedere. Considerava le riflessioni su se stesso, dei pensieri troppo intimi per essere condivisi con altre persone, fossero pure i parenti o gli amici più cari, anzi soprattutto con costoro riteneva necessario questo pudore. Aveva vissuto con questo principio da sempre, era ritenuto da tutti un uomo molto riservato, ma nessuno sapeva che l'abitudine a tale riservatezza era legata a un segreto che risaliva alla sua infanzia. Ed era per questo segreto, che quella sera avrebbe fatto una visita che rimandava da molti anni e che avrebbe reso quel giorno, un giorno speciale. Era sceso alla fermata all'imbocco della piazza rotonda, posta all'incrocio di due viali alberati. Su due quarti della piazza, come ai suoi tempi, si affacciavano i negozi, le cui vetrine erano accese a mostrare le merci. Erano più di sessant'anni che non metteva piede in quella piazza e quanto erano cambiati i negozi! Le luci, un tempo quasi fioche, appena necessarie al bisogno erano ora invece sfavillanti, quasi esagerate, vista la modestia del borgo. Si rivide, ragazzino, con i pantaloni corti, nonostante la neve gelata per terra, attraversare la piazza e correre dal tabaccaio a comprare i "Toscani" per il nonno, che gli lasciava sempre il resto perché potesse comprarsi le caramelle al latte che gli piacevano tanto. Ora la neve in città non cadeva più, non si potevano più costruire nelle aiuole al centro della piazza i pupazzi di neve facendo a gara per renderlo il più grande e adornato. E poi oggi i ragazzi di dieci anni le caramelle non le mangiano più, almeno a sentire i suoi nipotini, così attenti alle carie e all'igiene orale. Lui da bambino non sapeva neanche cosa fossero queste cose e mangiava ignaro e felice tutte le caramelle che poteva, altro che storie! Ritornò al presente, scosso da un leggero brivido per il freddo e guardò davanti a sé, volgendo le spalle alle vetrine. Il palazzo era rimasto uguale ad allora; attraversò la strada e arrivò al portone. Dio come si sentiva emozionato! Davanti a quella porta di vetro e ferro battuto, la stessa di allora, se non fosse stato per il colore della vernice leggermente più scura, si chiese se fosse davvero il caso di fare ciò che aveva in mente, che aveva desiderato da una vita, se non pretendesse troppo da se stesso per affrontare una prova così dura. Forse la riluttanza che aveva mantenuto per tanto tempo ad arrivare fin lì, era stata in realtà una ragionevole protezione per il suo equilibrio così fragile nonostante le apparenze di vecchio saggio, chissà? Decise che se, suonato il campanello, avesse sentito una voce ostile, avrebbe lasciato perdere, sperando però in cuor suo che questo non accadesse, che anzi rispondesse una donna (non gli era possibile immaginare un uomo rispondere al citofono, chissà perchè), la cui voce somigliasse a quella di sua madre. Fermo davanti alla pulsantiera, moderna, luccicante, diversa da quella in legno da quattro soldi dei tempi in cui era bambino e doveva alzarsi in punta di piedi per suonare il campanello giusto, inforcò gli occhiali da lettura e inspirò profondamente. Iniziò a leggere i cognomi sui campanelli, ma questi non gli dicevano nulla, non gli evocavano alcun ricordo, finché non arrivò a rileggere due cognomi che ricordava, gli unici due superstiti di un tempo lontano e questo lo rincuorò. Dette uno sguardo verso l'inizio del viale alla sua destra, dove vi erano i piccoli negozi della Pina, la lattaia, con quel gran seno che lui, ragazzino ingenuo, pensava fosse un attributo necessario per fare quel mestiere, e poi, attigua, la merceria delle sorelle Rinaldi, due vecchine curve come giunchi e sorde come campane, che in un caos indescrivibile riuscivano a trovare qualsiasi cosa cercassero la mamma o la nonna. Non c'erano più, sostituiti tutti quanti dalle vetrine del grande supermercato di una compagnia straniera. Alla fine si decise, pigiò il pulsante che corrispondeva alla posizione del vecchio campanello di casa e attese. Aveva già pronta la risposta, l'aveva preparata e messa a punto scrivendosela a biro su un block notes per poi impararla a memoria. Il cuore gli batteva forte; che stupido, pensò, per una risposta citofonica! Ma non rispose nessuno. Sentì invece della banale domanda, "chi è?", a cui si era preparato, lo scatto dell'apertura del portone. Era chiaro che chi aveva aperto, attendeva il ritorno di qualcuno, dando per certo che poco prima dell'ora di cena non potesse essere altri. Allungò il dito per suonare ancora, poi, esitando, lo ritrasse, cambiò nuovamente gli occhiali ed entrò nell'androne. Sarebbe salito e avrebbe dato la sua spiegazione di persona, da perfetto estraneo a chi abitava "casa sua". Buffo, a suo modo. Prese l'ascensore, gradita novità, che avevano sistemato nella tromba delle scale, risparmiandosi quattro piani a piedi, meglio così. Una volta li faceva di corsa, ma ora… L'ascensore si fermò, ma prima ancora che si arrestasse, l'uomo vide appoggiate al vetro prima due manine, poi il viso di una bimba che poteva avere non più di quattro anni, che subito sparì in direzione di casa. - Mamma, mamma, non è papà, è un signore! - le sentì gridare con voce infantile, mentre si allontanava di corsa. Una bambina così piccola! Accidenti, proprio non ci voleva, era una coincidenza dolorosa! L'emozione gli serrò la gola. Quando uscì dall'ascensore e vide sulla porta di casa la bambina, che aveva trovato rifugio nelle braccia della mamma, tutto il bel discorso che si era preparato si perse nei meandri della sua testa ed egli non riuscì a fare altro che rimanere davanti all'ascensore guardandole senza dire nulla. La donna, dopo aver atteso qualche istante, ruppe il silenzio imbarazzato e lo salutò, cortese, ma decisa: - Buonasera, cerca qualcuno? L'uomo si riprese e avvicinandosi, invece di risponderle si presentò: - Buonasera signora. Mi chiamo Mario Fantini. E' tanto tempo che volevo venire e mi scuso per il disturbo, ma le assicuro che non le chiederò altro che pochi minuti e… - Ah! La ringrazio, ma non mi serve nulla, davvero – lo interruppe lei, credendolo un piazzista o qualcosa del genere – e a minuti arriverà mio marito per cena, perciò abbia pazienza, ma… - Non ho niente da venderle, signora, glielo assicuro – riprese l'uomo serio. – le chiedo solo un minuto, il tempo di spiegarle perché sono qui, poi deciderà lei cosa fare. La prego. C'era una grande sofferenza nello sguardo di quel vecchietto, le parole avevano il tono di una supplica, così la donna non ebbe il coraggio di chiudergli la porta in faccia e tornare alle sue faccende. La bambina le cinse il collo in un abbraccio, sembrava tranquilla. Fece un cenno di assenso. Così Mario le raccontò che quella era la casa dove lui e la sua famiglia avevano vissuto fino a sessantacinque anni prima, proprio nel suo appartamento, lui, suo fratello più piccolo e i suoi genitori. Erano in affitto, la mamma a casa con i figli e papà che tornava a casa la sera, e loro lo attendevano per cena, come si usava ai suoi tempi e come anche oggi facevano lei e la bambina. Erano una famiglia modesta ma felice e avevano abitato lì fino a poco prima che iniziasse la guerra, poi si erano trasferiti e da allora non era mai più tornato nemmeno nel borgo. Tutto ciò che chiedeva alla sua cortesia era di poter tornare a vedere l'appartamento della sua infanzia, come le aveva accennato prima, pochi minuti s'intendeva, poi avrebbe ripreso la strada per tornare a casa. Era un desiderio che aveva da tanto tempo e sapeva come sono i vecchi, tornano un po' bambini e si impuntano, tanto più che non si sa quanto rimane da vivere. Comprendeva, ovviamente che avesse avuto timore di fare entrare in casa un estraneo, perciò aveva con sè un documento (e tese la mano per porgerle la carta d'identità) che lei poteva tenere fin quando non fosse uscito. Oppure egli avrebbe potuto aspettare sul pianerottolo o nell'androne al pianterreno fino a quando non fosse arrivato il marito. - Sono una persona perbene, signora. – concluse con un filo di voce – Le assicuro che non ha nulla da temere da me. La donna rimase con la carta d'identità in mano, sorpresa dalle parole e ancor più dal tono pacato con cui il vecchio aveva presentato se stesso e il motivo della sua visita. Non sapeva cosa dire. Dette uno sguardo distratto al documento che aveva in mano, attese un'insistenza che non arrivò, poi rilesse il nome e l'età, si rassicurò e riconsegnò la carta al suo proprietario. - Si accomodi – disse, accennando un sorriso – non posso concederle molto tempo, ma non la farò ritornare un'altra volta, ormai è qui. Mi scuso per il disordine, ma sa com'è, questa pulce è un terremoto! Mario sorrise alla bimba chiamata in causa, che si nascose gli occhi con le manine, ringraziò, riprese il documento senza premere perché lei lo tenesse ed entrò. L'appartamento appariva completamente diverso da come se lo aspettava, molto più piccolo di quanto ricordasse. La concezione più moderna della divisione degli spazi aveva fatto sì che qualche muro, quello della cucina, per esempio fosse stato abbattuto e le stanze fossero disposte diversamente da come erano nei suoi ricordi, ma la ristrutturazione non aveva confuso la sua memoria. L'uomo non era andato oltre un passo dalla soglia d'ingresso e già l'emozione lo stava travolgendo. Era nella piccola entrata, (quanto piccola, mamma mia, tre passi ed era finita, e sì che lui ricordava d'averci fatto corse a perdifiato!), dove lui e Leonardo giocavano a pallone con una palla fatta con il sacchetto dei grissini pieno di carta di giornale, con la mamma che li sgridava per farli smettere. Ma loro un'ora dopo ricominciavano come se niente fosse. Alla sua sinistra si apriva la cucina, dove mamma lo aiutava con i compiti, mentre cuciva qualche vestito per papà, per risparmiare i soldi del negozio; era il luogo ove si accoglievano i famigliari più stretti come la zia Caterina, la sorella di mamma, che andava a trovarli tutte le domeniche e portava sempre i gianduiotti della Venchi Unica. Non ricordava nient'altro di lei perché era troppo piccolo, quando morì. Era in quella cucina che vide suo padre piangere sconsolato perché licenziato e dove anni dopo aveva visto invece ridere abbracciato a mamma, perché il negozio che avevano aperto quasi per disperazione andava bene e potevano campare decorosamente. - Perché quel signore piange, mamma? – Chiese la bimba. La donna, invece di rispondere, la strinse a sé e la baciò, facendole cenno con il dito di stare zitta. Allora Mario si sentì in dovere di parlare, per non causare eccessivo imbarazzo e cercando di trattenere la commozione iniziò a raccontare di come, anche se era tutto cambiato e anzi ne approfittava per farle i complimenti per la bella casa e il buon gusto che traspariva dai particolari, ogni angolo evocasse un episodio della sua infanzia. - Sa come siamo noi vecchi, – sorrise – non ci ricordiamo ciò che ci è successo ieri, ma le cose di tanti anni fa, sono stampate qui – e si battè una mano sulla fronte – e a volte diamo loro un valore che al tempo ci era sfuggito; beh, forse non ne aveva per niente, ma il tempo gliel'ha donato. È il sentimentalismo, in fondo, che ci muove tutti, artrite permettendo! La donna rise alla battuta, posò la bimba, che corse davanti alla televisione accesa in cucina e chiese se poteva offrirgli qualcosa; non avevano molto in casa, ma vista l'ora, un aperitivo poteva prepararlo. Le aveva già dato fin troppo disturbo, disse Mario rifiutando con garbo l'offerta, piuttosto avrebbe visto volentieri le altre stanze, se permetteva. La donna acconsentì e accompagnandolo aprì quelle porte che chiudevano non soltanto altre camere, ma decine di ricordi, episodi, aneddoti e immagini che l'anziano ospite, con voce pacata, riportò alla luce dalle profondità della memoria. Ecco, sul davanzale della finestra verso la piazza egli era tornato bambino, doveva avere non più di tre anni ed era seduto a guardare fuori la neve che cadeva e le rare auto che correvano per strada. La nonna lo teneva per mano e accarezzandogli i riccioli, gli raccontava storie fantastiche sulla neve e gli insegnava i nomi delle cose che lui indicava con il ditino. Dove c'era ora il tavolino con il computer del marito avevano una vecchia poltrona rossa e lui, più grandicello, leggeva una vecchia edizione de "Le mille e una notte", con le avventure di Sinbad il marinaio, che egli riviveva in sogno con papà e mamma, perché da solo sarebbe stato impossibile anche soltanto da immaginare. E altri mille ricordi si affollavano, alcuni divertenti, altri molto meno, come quando la mamma, esasperata dall'ennesima marachella dei due discoli, li inseguiva armata di battipanni e lui e il fratellino fuggivano dalla punizione rifugiandosi sotto al lettone dei genitori. Non sempre il passato evoca malinconia, disse sorridendo il vecchio alla donna che ascoltava affascinata e divertita. Poi Mario si affacciò all'altra stanza e si fece serio rimanendo in silenzio sulla soglia, invece di entrare. Era la camera da letto della giovane coppia, ma al tempo suo era il "salotto buono", quello dove la mamma non voleva che entrassero per paura che rovinassero qualcosa. Descrisse l'arredamento dell'epoca, con la credenza e il grande specchio, il tavolo con le gambe tutte storte, le alte sedie imbottite su cui lui e il fratellino si arrampicavano facendo finta che fossero alberi, la vetrinetta con i soprammobili di porcellana, cui la mamma teneva tanto. Era vietato accedere alla stanza senza la mamma, quindi, con il fascino del proibito, quella camera esercitava su di loro un'attrazione irresistibile e ad ogni occasione la violavano eccitati, per poi essere puntualmente puniti, quando venivano scoperti. - Questa stanza – disse ad un tratto Mario, con un filo di voce – è anche legata, purtroppo, ad un fatto tragico, un dolore immenso soprattutto per me; lo porto dentro da tutta la vita. Detto questo, impallidì, allarmando la donna, che chiese se si sentiva bene, se voleva sedersi, magari bere un sorso d'acqua, anzi se attendeva un attimo andava a prenderlo\. Mario avrebbe avuto bisogno di tutto ciò che gli era stato offerto, ma mentre la donna si allontanò per andare in cucina, capì che non poteva lasciarsi scappare l'occasione. Era venuto per un motivo preciso. Così entro nella stanza, aprì la finestra che dava sul cortile e mentre un refolo d'aria fresca gli soffiò sul viso, con inaspettata agilità, saltò sul davanzale e si mise in piedi, affacciato sul vuoto. Erano al quarto piano, di fronte il panorama fantastico di una collina punteggiata di luci, con la Basilica di Superga alla sommità della collina più alta, illuminata sul nero dello sfondo; sotto, quindici metri più in basso, lo stesso cortile dove sessantacinque anni prima, aveva trovato la morte il fratellino, che si era lanciato proprio da quella finestra. La donna ritornò con il bicchiere d'acqua in mano e cacciò un urlo, spaventata. Fu un attimo: lei corse verso la finestra nel disperato tentativo di fermarlo, ma Mario fu più veloce e, fatto un profondo respiro, si gettò nel vuoto. Fatti pochi metri di caduta libera, sentì dentro di sé quella strana energia che aveva quasi dimenticato, non esercitandola da tantissimi anni e iniziò a rallentare. Planò verso il balcone di Marcello, il suo amico del cuore, al terzo piano della scala attigua, poi poco più in là, verso quello di Lorenza, la sua prima simpatia, allora si diceva così. Per quella ragazzina aveva sentito per la prima volta uno strano, piacevole struggimento e sarebbe stato a guardarla per ore, mentre d'estate lei stava seduta sul balcone a leggere Il Corriere dei Piccoli e, di tanto in tanto, regalargli teneri sorrisi. Poi, sempre più a suo agio a volteggiare nell'aria, sorvolò il tetto del basso fabbricato sul quale i piccioni andavano a mangiare le pagnotte bagnate che lui e Leonardo gettavano dal balcone, nonostante le urla della mamma, solo per divertirsi a veder la zuffa che i pennuti facevano attorno a quel cibo piovuto dal cielo. Ci era anche salito decine di volte a recuperare il pallone con il quale lui e la sua cricca, giocavano nella via polverosa di terra battuta, emulando le gesta dei campioni del Grande Torino. Infine, mentre ritrovava il sorriso e gli si apriva il cuore, dolcemente atterrò nel cortile, nei pressi del passo carraio aperto. Soltanto la donna aveva visto ciò che era accaduto; era rimasta affacciata alla finestra, con il suo bicchiere in mano, ammutolita per lo sbigottimento di veder un uomo volteggiare come un aereo di carta invece di precipitare. Il signor Mario, semplicemente, la salutò, con un cenno della mano, si sistemò il cappotto e la sciarpa e uscì dal passo carraio. Ebbene sì, sapeva volare. Non aveva mai capito come e perché fosse stato dato proprio a lui un dono così straordinario. E non l'aveva mai rivelato a nessuno, se non a una persona, suo fratello. Ricordava ancora la sorpresa di Leonardo, quando l'aveva visto librarsi per la stanza proibita, il luogo ove anche per lui era avvenuta la scoperta. - Ma come fai a volare? – chiese sgranando gli occhi - Lo insegni anche a me? - Non lo so come faccio - rispose Mario – però adesso imparo per bene e poi te lo insegno. Ma mi raccomando, non dobbiamo dirlo a nessuno, neanche a mamma e papà. Promesso? Aveva promesso, con la solennità di un bimbo di cinque anni e aveva mantenuto. Poi come capita tra fratelli avevano litigato. Non sapeva se per questo Leonardo aveva fatto di testa sua e aveva tentato di imitarlo nel modo più sbagliato e tragico, invece di aspettare. Non sapeva se per colpa sua, perché lui sapeva volare, il fratellino era morto, ma questo era ciò che si era sentito nel cuore per tutta la vita. Per quella disgrazia più che per la guerra erano andati via da quella casa. Ed era per questo che non aveva mai più provato a volare, rinunciando a qualcosa di unico per una vita ordinaria. Non si era mai pentito di questa sua scelta, che gli era parsa doverosa per rispetto al fratello. Ora aveva fatto quel volo che avrebbe voluto fare insieme con lui ed era come gli avesse fatto un regalo per i suoi settant'anni, quelli che Leonardo avrebbe dovuto compiere proprio quel giorno. Lasciò scendere le lacrime senza trattenerle, mentre camminava verso la fermata. Poi l'autobus arrivò e lui salì per tornare a casa, finalmente sereno.
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| BIOGRAFIA DELL'AUTORE |
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Sono nato e vivo a Torino dal 1958. Da allora amo questa città in cui ambiento i miei racconti. Mi occupo di farmaci, ma se dovessi descrivere il mio lavoro, avrei difficoltà, pur garantendo che è assolutamente legale. Mi distraggo leggendo, scrivendo, cucinando benino, praticando sport il più possibile, coltivando le mie amicizie e curando i miei amori. Sogno spesso e a colori.
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