Per me il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza è stato un vero trauma. Fin da piccola sono sempre stata una sognatrice, una di quelle bambine che si incanta davanti alla finestra ad osservare la pioggia che cade fitta sul terreno. I bambini sono la testimonianza vivente della spensieratezza, inconsapevoli delle responsabilità degli adulti. Gli anni delle scuole elementari sono per me indimenticabili. Ho trovato amici favolosi che hanno riempito di una vivacità così spettacolare le mie giornate da conservarla ancora oggi nei ricordi più belli. Ho imparato molte cose non solo nei libri ma anche grazie alle relazioni amicali, soprattutto ho scoperto in me un amore mai appagato. Dal primo istante in cui ho scritto il mio nome ho capito che io e la penna diventavamo una cosa sola di fronte ad un foglio bianco. Scrivere mi faceva sentire forte e libera di viaggiare con la fantasia. Finite le scuole elementari mi convinsi che crescendo sarei cambiata e che non mi sarebbe più stato possibile sognare. Ne avevo una gran paura, temevo che un giorno, posando lo sguardo davanti allo specchio, scoprissi di non essere più io. La verità è che avevo una paura esagerata di crescere. A dodici anni scrivevo: “ Già l’idea di crescere, di sposarmi e di farmi una famiglia mi fa paura, ma soprattutto mi fa paura l’idea di diventare grande. Mia madre dice che diventare grande significa crescere non solo di altezza e di età, ma anche di pensieri e ragionamento. È questo che mi spaventa. Diventare grande è il sogno di ogni adolescente. Molti si chiedono: che faccia avrò? Sarò bello/a o brutto/a? avrò un ragazzo/a? ma io mi chiedo: come diventerò grande?” In prima media alla paura di crescere seguì una totale mancanza di autostima. Mi sentivo diversa dagli altri, perché credevo che loro fossero più bravi e capaci di me in ogni cosa, anche in un piccolo gesto come salutare o sorridere. Mi sembrava, che loro avessero corazze indistruttibili, fossero monumenti maestosi, opere perfette. IO NON ERO NIENTE di fronte a tanta magnificenza. LORO erano capaci di farsi accettare con facilità perché privi di qualsiasi difetto. MENTRE IO mi sentivo così piccola e insignificante, come un bruco che non potrà mai diventare farfalla. Inoltre mi ritenevo esteticamente bruttina: troppo alta, troppo magra e nella mia faccia non rilevavo niente di attraente e aggraziato. Avevo il viso troppo lungo, la fronte troppo alta, gli occhi di un color marrone nauseabondo e i capelli…oh i capelli! Né lisci né ricci prendevano la piega che più gli piaceva, il problema era che non prendevano mai quella giusta. Conclusione: ERO SEMPLICEMNTE SBAGLIATA. Così ben presto mi convinsi di essere inadeguata e mi ritirai in solitudine. Credevo di poter star bene da sola ma, come disse il grande filosofo Aristotele, l’uomo ha bisogno di stare con gli altri. Quando mi resi conto di stare male, contemporaneamente mi accorsi che i miei compagni di classe avevano preso l’abitudine di evitarmi. Oramai era troppo tardi. Lo vedevo dai loro atteggiamenti. Nessuno conversava con me a ricreazione, nessuno si confidava, nessuno mi chiamava per partecipare a qualche attività, nessuno mi abbracciava, nessuno mi prendeva per mano, nessuno mi manifestava il suo affetto. NESSUNO. Solo la natura si comportava con me come con qualunque altra persona: il vento non evitava di accarezzarmi i capelli, le foglie scricchiolavano musicalmente sotto i miei piedi, il freddo così come il caldo si faceva sentire. Condividevo con i miei coetanei solo i bisogni primari come mangiare, bere, dormire. Il resto non mi apparteneva e non era cosa di poca importanza. Non ricevevo sorrisi amici nè nemici. Per me non esprimevano né parole dolci né amare. NON RICEVEVO MAI ATTENZIONI DAI RAGAZZI, nemmeno dai meno ricercati. Questo, nella fase che stavo passando, era insostenibile. Non lottai e mi sentii definitivamente invisibile. A tredici anni scrivevo: “La solitudine non è una cosa bella, è come un marchio. Rimane lì, immobile, decisa e sofferta Impressa sul volto”. Ma io che avevo fatto di male per meritarmi un così amaro destino? Per sopportare quel peso che quotidianamente mi portavo appresso non potei far altro che immaginarmi un amico. Si chiamava John e lui c’era sempre. Era con me quando mi sentivo inutile o sola, quando dormivo, quando raramente mi rapportavo con gli insegnanti o i miei compagni. Ma naturalmente non bastò a colmare quel vuoto perenne. Così decisi di occupare la mia testa in qualcosa di più concreto e presi a leggere. Soltanto quando leggevo riuscivo a distrarmi dal triste spettacolo di me stessa con cui ero costretta a convivere tutti i giorni. In tale occasione mi dimenticavo della realtà per perdermi nelle storie più affascinanti; le vicende di amore, di gioia, di dolore… dei protagonisti delle storie che leggevo mi coinvolgevano tremendamente. Così finivo per diventare la dolce novizia di vent’anni Serena in “La suora giovane”, l’attraente e depressa Madame Bouvary, la pastorella Pamela, oggetto di attenzioni da entrambi le parti del visconte nel Il visconte dimezzato…potevo essere chiunque tranne me stessa. Mentre in prima media la situazione era sopportabile in seconda si creò un clima molto difficile. A poco a poco mi scomparì quasi del tutto l’appetito e divenni magrissima, persi le poche amiche che avevo, solo una mi invitava qualche volta a casa sua ma solo quando le faceva comodo. Tra i compagni della mia adolescenza, così restii e distanti, ce n’era uno particolarmente scorbutico e antipatico. Nonostante il suo carattere presuntuoso, però, si trovava sempre al centro di ogni chiacchiera, discussione o gioco. E la cosa che più mi meravigliava era che, lentamente ma inesorabilmente, divenne una specie di “guida” a cui tutti sottostavano e al quale nessuno osava ribellarsi. In seconda media facemmo una gita di tre giorni in Campania. Ricordo ancora perfettamente il bellissimo golfo di Napoli. Sul tardo pomeriggio del primo giorno di viaggio, l’autobus si fermò vicino alla costa e i professori ci fecero scendere per osservare il tramonto. Quando vidi i colori lucenti dei raggi del sole intrecciarsi e mescolarsi in diverse sfumature per poi sprofondare nel mare, rimasi come stregata. In quella frazione di secondo la mia inquietudine e l’amara malinconia che provavo ogni giorno mi sembrarono sciocche e senza senso di fronte a tanta bellezza. “L’uomo” pensai “ spesso è stolto poiché a volte si dimentica della vera gioia di vivere. E perché anch’io rinuncio a vivere? soltanto per un senso di inadeguatezza? in fondo, l’esistenza è così precaria e breve anche se spesso sembra angosciosa e lunga.” Al ritorno da quella gita, in autobus, scoprii di avere la febbre. Subito venni coperta e fatta distendere su due sedili affinché potessi affrontare meglio il viaggio. Stranamente un ragazzo carino di nome Manuel e molto conteso tra le ragazze fu gentile con me e in seguito mi accorsi che si era preso una cotta per me. Prima di scoprirmi ammalata sedevo accanto ad una mia amica a cui piaceva Manuel che si stava appunto contendendo con un’altra mia compagna di classe. Ad ogni battuta che lui faceva entrambe ridevano mentre io cercavo di non farlo per rimanere nell’ombra. Lui era molto ironico e divertente nonostante il mio atteggiamento, senza che me ne rendessi conto, cominciai anch’io a ridere. E più ridevo, più lui continuava a fare battute. Quando dovetti distendermi rimase vicino a me e ogni minuto mi chiedeva come stavo. Tornata a casa pensai molto a quello che mi era accaduto ed improvvisamente provai una sensazione nuova, mi sentii inspiegabilmente soddisfatta con il cuore colmo di gioia. “Forse- pensai- non sono così orrenda.” In terza media cambiai classe per il cambio degli orari del tempo prolungato. La verità era che non sopportavo più quella situazione. Anche se dentro di me sentivo che stavo cambiando, stavo crescendo. E così fu. Il mio carattere venne fuori a poco a poco, come una rosa che sboccia a primavera. Si manifestò apertamente in prima superiore dove trovai amiche favolose. Oggi ho scoperto che quella timidezza così umiliante in realtà era eccessiva sensibilità; che non solo non riesco più a starmene zitta in disparte, ma addirittura amo parlare e scherzare con tutti. Anzi, a volte alcuni mi trovano perfino stressante e mi implorano affettuosamente di smetterla ma è più forte di me, non ci riesco. Ho capito anche che il miglior modo per farsi accettare dagli altri è essere semplicemente me stessa e accettare gli altri come sono. Nessuno è migliore di qualcun’altro e ognuno è speciale nella propria diversità. Ironia della sorte, a quindici anni mi sono presa una bella cotta per quel ragazzo tanto antipatico della prima media. Purtroppo da questa storia sono uscita delusa e profondamente ferita. Da questa e altre esperienze comunque ho capito molte cose su di me e su chi mi circonda. Sul mondo ho capito che passano i secoli, la scienza fa progressi e la tecnologia rivoluziona modi di vivere . Le nuove generazioni si dimenticano di quanta fatica sostenevano i loro progenitori nel lavoro dei campi, esposti alle intemperie di ogni stagione. Oggi perfino si lamentano di lavorare qualche ora in più del solito o di non poter avere ciò che desiderano anche se superfluo. E finiscono per dimenticarsi non solo delle vecchie usanze ma anche di cosa sia davvero importante. E questo è molto brutto. L’unica cosa che possiamo fare è cercare di essere felici per quello che abbiamo, pensare che c’è sempre qualcuno più sfortunato di noi e goderci questo spettacolare e sconvolgente viaggio che è la vita. Di me ho capito di avere pregi e difetti come tutti, che sto bene quando sono me stessa, che non devo più nascondermi agli altri. Soprattutto ho capito che anche crescendo, anche quando sarò adulta e forse avrò dei figli, niente e nessuno mi ruberà la mia parte sognatrice. In ognuno di noi rimane sempre un bambino.
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