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ARCHIVIO STORICO
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| TITOLO: |
Il treno sulla collina |
| AUTORE: |
Simonetta Pozzati |
| GENERE: |
Racconto |
Avvezzo a quella domanda rispondeva sempre con la solita battuta: “Mi sposerò il giorno in cui arriverà il treno a Refrontolo!” Un pugno di abitanti immersi nel verde delle colline. Poche case circondate da preziosi vigneti perfettamente allineati, ciliegi, noccioli, albicocchi, intervallati da meli, peschi, castagni. E poi orti e piccole cantine dove spremere i chicchi d’uva inebriati dal profumo e dalle promesse che quel liquido così familiare regalava ogni anno a giovani ragazze dalle gote arrossate e ai loro timidi pretendenti resi duri e loquaci con risatine stracolme di bestemmie. Gli anni sono passati trasformando quelle piccole cantine mal illuminate in fiorenti aziende dove i piedi scalzi sono stati sostituiti da presse meccaniche. Gli sguardi sudati e i cuori palpitanti da una serie infinita di laboratori computerizzati e analisti in camice bianco. E fuori dove ci si incontrava la domenica pomeriggio sul muretto sberciato della parrocchia di Don Marcello parlando del futuro, della rabbia per i divieti imposti dalla famiglia e dei doveri nei confronti del lavoro o della scuola serale, dove tutti coltivavano lo stesso sogno: guadagnare presto abbastanza soldi per comprarsi un’Alfa Romeo decappottabile e portare a spasso una ragazza tutta curve come Marina, la figlia del fornaio, che la dava a tutti tranne che a loro, adesso si estendeva piatto e grigio come il dorso di un cetaceo, il parcheggio comunale a pagamento. Il frinire delle cicale, uniche testimoni di gemiti soffocati sulla paglia quasi asciutta dei fienili, ha lasciato il posto al trillo volgare di cellulari sempre accesi. E le ragazze…Dove sono finiti quegli sguardi che celavano la colpa di un pensiero appena abbozzato dietro la ciocca di capelli arricciati col ferro riscaldato? E le loro risate acute quando in coppia con l’amica o la cugina passeggiavano ancheggiando, giusto quel poco per far dimenticare a quelle facce foruncolose la differenza stridente con le dive del cinema le cui silhouette imperavano sulle nuove riviste femminili? Ancora bambine hanno movenze da donne vissute. Piccole Barbie in carne ed ossa che parlano sboccate come un uomo stanco della vita, pronte ad alzare una barriera fatta di gridolini e minacce di denuncia se il povero imbecille di turno, colmo di rabbia e desiderio le stringe a sé trasformandosi da preda in predatore. “L’avete voluta voi l’industria, il consumismo, la globalizzazione…” Parole pronunciate con fatica dalla bocca di Tonino, amara per il fumo e il disincanto, l’unico uomo rimasto celibe a Refrontolo. Non aveva mai giocato con le bambole né aveva rubato alle sorelle più grandi vestiti o indumenti intimi per vivere di nascosto un’identità diversa. Aveva sognato pure lui di far salire a bordo di un coupè rosso fiamma la bellissima Marina. Di portarla per quelle strade così sinuose tra colline verdi smeraldo che in autunno si trasformano in arazzi d’oro brunito, per strapparle un sorriso, un bacio, una carezza. Ma la bella figlia del fornaio prima che le rughe aggredissero il suo viso abbronzato aveva preferito diventare l’amante di un ricco industriale. Alle colline di Refrontolo aveva preferiti tetti grigi e anonimi di una grande città, famosa per il ritmo frenetico che si respira ed un dolce che ormai servono tutti a tavola anche se non è più Natale. Poi c’erano stati i primi baci, le prime carezze, i goffi accoppiamenti all’ombra dei castagni. Sonia, Giulia, Letizia. Nomi, corpi e sospiri ma mai nessuna in grado di strappargli una promessa, la stessa che alcuni anni dopo le avrebbe portate all’altare avvolte in vestiti confezionati con le proprie mani. “Mi sposerò il giorno in cui arriverà il treno a Refrontolo!” Ridevano i suoi amici con i capelli diradati, i figli all’università e le mogli diventate una foto sbiadita tra le pagine bianche di un libro mai scritto. Alla fine lo invidiavano perché malgrado l’automobile da 100.000 euro in garage, le scarpe griffate e l’orologio in oro e caucciù al polso, avevano perso l’amore per le cose semplici, il vino fatto in casa aspro e opaco, le stanze con il soffitto basso e l’angolo ammuffito. Poi un giorno il sindaco neoeletto per ringraziare quella piccola comunità aveva organizzato una fiera. L’avevano sempre fatta a Pieve di Soligo, quasi una città in confronto. Lui non era di quelle parti e non sapeva quanto difficile fosse trovare una superficie abbastanza piana e vasta per ospitare le giostre, la bancarelle con lo zucchero filato, o i cigni in plastica portatori di fortune: tigri giganti in peluche e finti cellulari made in Taiwan. Alla fine aveva deciso di ridimensionare la festa ma di farla ad ogni costo. Aveva invitato alcuni giostrai riluttanti a sistemare i loro pesanti tir nei pressi del parcheggio comunale, quasi a ridosso della chiesa. Il camping con le roulotte sarebbe sorto qualche passo più in là. La notizia era stata colta da tutti in modo distratto, come una mosca che si posa per caso sul bordo del proprio bicchiere. Ci fu comunque qualcuno al bar che pretese d’intavolare una discussione animata sulla necessità di quella iniziativa: “Che ce ne facciamo a sessant’anni delle giostre? I nostri figli lavorano in azienda e i nostri nipoti guardano Sky o giocano con la playstation. Rischiamo solo di portarci a Refrontolo degli sporchi zingari che verranno a rubare nelle nostre case mentre noi dormiamo!” A quelle parole si erano uniti altri avventori facendo sì con la testa e commentando frasi piene di rancore rese ancora più acerbe dall’ennesimo bicchiere di prosecco. “Guardate! Laggiù!” fece Mario, il proprietario del bar. Stava stappando una bottiglia offerta da Gino, che diventato nonno per la prima volta, aveva invitato tutti i suoi amici di un tempo, gli stessi che cinquant’anni prima si riunivano sul muretto sberciato di Don Marcello. Mancava Roberto, morto tre anni prima di cirrosi. E Giovanni consumato da un cancro ai polmoni lo scorso inverno. Ma gli altri, Michele, Antonio, Santino, Ernesto, Giuseppe e Angelo erano arrivati, come sempre. Mario aveva lo sguardo stranito. Teneva la bottiglia sospesa. Gino, il festeggiato si stava innervosendo. “Cosa c’è? Vuoi rovesciarci addosso quel ben di Dio?” Non sopportava che si sprecasse nemmeno una goccia, nella sua cultura significava sfortuna. E lui non ne aveva bisogno, non in quel momento di gioia. “Porca troia, è nato mio nipote! Siamo tutti riuniti per festeggiare e questo qui non ci serve da bere!” Il gruppo si stava avviando silenzioso verso l’uscita. Erano diventati sordi al richiamo del vino, delle battute volgari, di quella brutta imitazione della felicità messa su a suon di compromessi più o meno leciti. “Che fate? Che cazzo sta succedendo?” Gino, piccolo di statura era corso dietro ai suoi amici. Non aveva invitato Tonino. Ci aveva pensato ma poi si era detto che lo aveva sempre fatto e ora era colpa sua, dei suoi numerosi rifiuti, di quella sua cocciutaggine a rimanere povero pur di non vendere la terra e la vecchia casa dei suoi, se non gli aveva telefonato. Fuori nel piazzale i pochi giostrai avevano acceso le luci e riempito l’aria di una musica assordante. Gino smise di urlare perché i suoi amici, compagni da sempre di bevute si erano trasformati in muti spettatori. Avevano fatto barriera con la bocca spalancata e le mani abbandonate lungo i fianchi. Si era dovuto far spazio creandosi un varco tra le anche massicce di Angelo e quelle ossute di Antonio. A mano a mano che il suo respiro diventava regolare, la sua faccia contrita aveva perso i lineamenti della rabbia. Una nuova luce, un motivo semplice ma sorprendente lo stava investendo di una gioia dimenticata. Qualche metro più in là, un uomo stava acquistando dei biglietti. Girava le spalle a tutti ma era chiaro che si trattava di Tonino. Stava parlando alla cassiera. Una donna formosa, sui cinquant’anni che malgrado le rughe e lo sguardo smaliziato, testimoniava una bellezza antica. Tonino continuava a parlarle fitto fitto e lei a sorridergli. Poi accadde qualcosa d’incredibile. La donna ingombrante nel suo vestito a fiori era uscita dalla cassa e accettando la mano di Tonino era salita con lui a bordo del piccolo treno.
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| BIOGRAFIA DELL'AUTORE |
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Nasce a Mestre-Ve nel 1965 ma da oltre dieci anni vive a Dosson di Casier (TV) con il proprio compagno, le due figlie ed un gatto di nome Martino. Dopo una lunga esperienza lavorativa nel settore delle spedizioni marittime sceglie di rinunciare alla carriera per dedicarsi alla famiglia. Scopre così una grande verità: rimanere a casa dal lavoro non significa recuperare più tempo per se stessi. Alla nascita della sua seconda bambina ha 37 anni e decide di dare una svolta alla propria vita. Scrive il suo primo racconto breve e viene classificata tra i primi dieci in un concorso letterario. L’anno dopo compone il suo primo romanzo che uscirà entro il 2007. S’intitola “Madre Moglie Amica 24 ore non-stop!” e una parte dei ricavi verrà devoluta all’Associazione Telefono Rosa.
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