ARCHIVIO STORICO
TITOLO: Vita breve di M., lettore - 3° Premio Parole...per crescere 2007
AUTORE: Carlo Frizzi
GENERE: Racconto


Fin dalla più tenera età ho letto. Prima ancora di parlare, credo. Non ho ricordi che precedano le passeggiate nel posteggio dietro casa, appeso alla mano di mio padre, a compitare - seguendone i rilievi con l' indice - lettere e numeri delle targhe. Lui a dire una lettera, io a individuarla e percorrerla con il ditino sempre più sudicio, esultando ad ogni successo.
Ricordo anche lo stupore, e la gioia, quando capii che quei singoli segni neri si potevano combinare, e che dalla combinazione sortivano raggruppamenti sempre diversi. Ma più ancora mi emozionai al comprendere che le combinazioni erano nomi di cose, e che leggerle voleva dire chiamarle, ottenerle, conquistarle. E poi, ma questo avvenne più tardi, realizzai che potevo avere ancora di più, che la parola "tavolo", ad esempio, mi portava alla mente non un tavolo solo, ma dieci, cento, e io non avevo che da scegliere tra i tanti quello che più si addiceva all' occasione. Ero ricco, ricchissimo. Presi a sdegnare i libri illustrati, che indirizzavano e costringevano l' immaginazione e, di tutti i tavoli, mi obbligavano a sceglierne uno soltanto.
Così crebbi leggendo. Sempre. Ovunque. Qualsiasi cosa.
Sento ancora gli urli di mia madre che chiama invano per la cena. "E' la decima volta, sei sordo? Quei libri te li brucio…". "Ora vengo…" e non andavo. Tornare dalla foresta di Maracaibo, dalle Sunderbunds, o dai ghiacci del Canada, per un piatto di pasta? Non era cosa. Così finivo relegato in bagno, con il piatto poggiato sopra la vasca, a meditare sulle mie colpe. Meditavo poco in verità, almeno fino a quando mia madre non scoprì la piastrellatura di libri occultati sotto la lavatrice, e io dovetti ritornare agli ingredienti dei detersivi e ai bugiardini dei farmaci.
A sedici anni un rovinoso incidente mise fine alle ambizioni sportive: attirato da un libro aperto sulle ginocchia del passeggero di un' auto, continuai a sbirciarlo pedalando a più non posso a fianco della vettura, e non mi avvidi dello spartitraffico. Tre interventi e vari mesi di rieducazione rimediarono, solo in parte, al disastro: mesi meravigliosi, null' altro da fare che sfogliar libri. Sì, certo, c'era il dolore, la gamba non voleva saperne di guarire; ma io respingevo sdegnato tranquillanti e ipnotici. Dormire? Non era mai l'ora…
Quando il primario assistette alfine ai miei primi passi e mi predisse una rapida dimissione, il mio pianto fu scambiato per commozione e felicità per la ritrovata salute. Tra fisioterapisti festanti e infermiere sorridenti, si consumava il mio triste addio a quell' immersione piena e totale nella lettura.
Studiai, certo. Senza fatica, né passione. Detestavo l' obbligo, sviavo. E m' imbarazzava raccontare ad altri ciò che leggevo. Leggevo per me, come sempre, e trovavo puerili gli interrogatori cui venivo sottoposto. Così fui uno studente scostante, burbero e neghittoso. Quando un conoscente, che sapeva della mia voracità, mi propose un posto da correttore di bozze, non esitai.
Già, gli amori. Non furono molte le donne che si interessarono a questo zoppo erudito. Le poche che giunsero fino al letto si avvidero presto che i miei ardori, all' inizio scambiati per entusiasmo e passione, miravano soprattutto a concludere rapidamente l' amplesso, sì che io potessi riprendere senz' altro indugio le amate letture. Più d' una volta, al riaprire gli occhi dopo l'estasi, l'amante mi colse a sbirciare il libro aperto sul comodino.
Seguivano scenate, e addii burrascosi. Ma il rimpianto durava poco: sui corpi nudi delle fugaci innamorate non c'era - per me - nulla da leggere.
E poi, adagio, venne la stanchezza. (Non una fatica d' occhi: la natura mi aveva regalato un occhio miope ed uno presbite; io li alternavo all' opera, solo modificando la distanza dalla pagina, e non mi stancavo mai). Da impenitente ghiottone, avevo letto troppe storie, e le trame non mi avvincevano più. Sempre più spesso mi coglieva una noia da reiterazione e, sbuffando, lasciavo a mezzo il libro. Già sapevo, nulla o poco riusciva più a sorprendermi.
Così cominciai a giocare: non divoravo più con l'appetito dell' adolescente, piuttosto piluccavo, saltabeccando ora a caso, ora seguendo associazioni e suggestioni, incrociando trame, epoche, autori. Assemblavo, spezzavo, ricucivo, non c'erano più libri, ma una lettura infinita fatta di combinazioni innumerevoli. Oppure traevo auspici dalla pagina o dalla parola che mi capitava sotto gli occhi e mi facevo guidare, nelle decisioni della vita, non dagli astri, ma dalle letture. Cercavo e trovavo spiegazioni della realtà nelle viscere dei volumi: divenni aruspice di libri, libromante.
Ma soprattutto mi appassionavano gli inizi. Il magico istante in cui si passa da zero ad uno, dal bianco del foglio alla prima parola, mi riportava a quell'attimo di sospensione del respiro che, da adolescente, provavo dopo una dura salita, all' uscire nel sole e nel vento del colle, affacciandomi ad una vista del tutto nuova. Divenni un lettore di primi capitoli, poi di prime frasi. Ormai mi appago dell' incipit, ben di rado volto pagina: vago, dove il pensiero e i ricordi mi portano, grato all' autore per il suo primo suggerimento, ma senza più seguirlo per il resto del libro.
Poi venne questo male. Inciampi, debolezze, formicolii: non ci volle molto a diagnosticarmi una paralisi progressiva e inesorabile.
"Non sarà facile, la coscienza sarà conservata sino alla fine…" mi spiegò il neurologo riluttante.
"E la vista?"
"Beh, anche quella, naturalmente"
"Ah, grazie" sorrisi.
Lo lasciai a stupirsi del mio sollievo, e zoppicai rapidamente verso casa. Dovevo organizzarmi. Il tempo stringeva.
Non è stato complicato - la tecnologia in questo aiuta -  trasformare la casa in una specie di juke-box librario, che posso azionare dal letto (oggi - ancora - con l' indice): i volumi scelti fluiscono a me lungo un sinuoso tapis roulant, squame di questo serpente che mi avvince ancora alla vita. Ho già installato - lo sperimenterò tra poco, temo - anche un voltapagine meccanico, capace anche di avvicinare od allontanare il libro dagli occhi dell' ormai paralitico lettore. Un paziente amico, da un anno in qua, fa spola per il rifornimento, di settimana in settimana, tra la mia stanza e la vicina biblioteca. Non so se il paradiso, quand'anche esista ed io l' abbia meritato, sarà più piacevole.
Questa settimana per la prima volta ha tardato ("impegni di lavoro, la famiglia, abbi pazienza, domani…") ed io ho esaurito la scorta. Non lo biasimo, so di essere divenuto un egoista insopportabile.  Così, in sua attesa, ammazzo il tempo (ma non è invece il tempo, lui, che mi inchioda?) con queste povere note, nient' altro che un "esercizio per mantenere il più a lungo possibile la funzionalità degli arti superiori e la motricità fine delle mani", come mi ha ordinato di fare la bionda infermiera che giornalmente si occupa del mio corpo sempre più immobile.
Resto dunque ad aspettare che il male salga, arrampicando lungo il midollo. Ogni mattina avverto nelle membra una sua nuova vittoria.  Ma so (il neurologo l' ha giurato)  che quando - come una lenta marea - invaderà il centro del respiro ponendo fine alla mia esistenza terrena, avrò ancora gli occhi aperti, a fissare, con la consueta emozione, la mia ultima prima pagina.


Postfazione del curatore

Quando, la mattina del 27 novembre 2006, entrai da M. con il carico settimanale di libri, non ebbi risposta al mio saluto. Lui giaceva nel letto, un po' inclinato tra i cuscini che lo sostenevano, reggendo questo tremulo manoscritto tra le dita aggricciate della mano sinistra. La testa era china in avanti, come per un ultimo sforzo di lettura, ma gli occhi semichiusi, spenti. Non vidi sofferenza sul suo volto, anzi le labbra sembravano disegnare un pallido, stanco sorriso, quasi un ammicco. L' indice della mano destra, deformato dalla malattia, era immobilmente puntato sulla prima parola del testo, come fa chi cerca d' intendere il significato di un passaggio ostico e si arrovella per comprenderne le implicazioni. E nel contempo mi sembrò di cogliere, nell' estremo gesto dell'amico, un invito, un' esortazione ad addentrarmi nella lettura del suo primo ed ultimo scritto. Fine, principio. Naturalmente ho letto, con il cuore commosso e la coscienza che rimordeva, trovando il racconto della sua passione intenso ed emozionante; ma troppo forse mi condiziona l'affetto fraterno che provavo e provo per lui. Altri, più esperti e neutrali del sottoscritto, diranno se la sua breve biografia (che ho mantenuto anonima ben conoscendo la ritrosia del compianto amico), meriti l' attenzione di ulteriori lettori.

BIOGRAFIA DELL'AUTORE

Aggiungo un post scriptum, è un racconto del racconto.
M. è mio figlio Giovanni, 4 anni, lui legge le targhe per strada.
E' anche Pietro,13, lui non viene mai a tavola, e nemmeno spegne la luce
alla sera. Perchè legge.
Io, invece, piastrellavo di libri il pavimento del bagno sotto la
lavatrice, e leggevo Salgari.
Ma M. è anche Marcello (appunto), l' amico che si alza alle 5 del
mattino per leggere in santa pace, mentre i figli ancora dormono.
Poi è Mario, un signore con la sclerosi multipla che trasportai dal
letto alla sedia e viceversa, per qualche anno. Poi smisi, un mattino M.
non si era più svegliato.
Ma c'è anche Irene, collega di lavoro e poetessa, a lei ho rubato
l'ultima immagine del manoscritto. E Silvia, "l'infermiera bionda", che
se non c'era lei a stuzzicarmi io mica scrivevo, e men che meno
partecipavo al concorso. Poi ci sono compleanni, gambe rotte, miopie e
presbiopie (anzi ipermetropie, mi corregge M., ma io pizzico la erre,
come faccio a dire ipermetrope?..), arrivi su colli montani e comodini
lussureggianti di libri. Unicuique suum.

Scherzi a parte, nella vita faccio poche cose.
Lavoro come neuropsichiatra infantile in Val Pellice, ho da molti anni
una moglie di fatto, sempre la stessa, e da un po' meno tempo tre figli.
Racconto un sacco di storie, un po' per lavoro, ma soprattutto per far
addormentare loro. Le devo inventare ogni sera, il piccolo vuole solo
"storie che non ho mai sentito...".
Invece non ne scrivo (quasi) mai.
Nel tempo che avanza leggo libri e vado in montagna, ogni trentun
dicembre sommo gite e libri, e dal  risultato vedo se è stato un anno
buono o così così.
Altro di rilevante?
In terza media ho partecipato e vinto - con la Scuola Olivetti di Torino
- al quiz televisivo "Chissà chi lo sa?" (il premio erano libri..), più
recentemente ho passato qualche anno in Mozambico a fare il medico, e
questo è tutto. Beh, no: ho pure centrato l'ambito terzo premio al
Concorso "Parole per crescere 2007"!...