Ricordati Signore che l’uomo è come l’erba, come il fiore del campo. Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore…
Roberto si consolò un po’ ascoltando il prete che intonava il canto di commiato a sua madre, perché significava che la messa era finita e che non avrebbe più dovuto subire omelie di circostanza. Per la verità era la prima volta, in quarant’anni, che partecipava a un funerale, perché la sua mamma, prima, e sua moglie Sara, poi, gliel’avevano sempre proibito per evitargli sofferenze inutili. Sapeva, tuttavia, che quello era il momento delle condoglianze e si dispose a stringere la mano dei pochi amici venuti.
Condoglianze, az…, condoglianze, az…, condoglianze, az…, condoglianze, az…, condoglianze, az…. Qualcuno si fermava ad abbracciarlo, bloccando la fila, e tutti interpretavano quel az…come il ringraziamento alle loro espressioni di cordoglio. Forse era così, ma non ne era, neppure lui, così sicuro. La moglie lo guardava ogni tanto, ma non gli diceva niente, impegnata com’era a ringraziare a sua volta. Roberto ricambiava gli sguardi di Sara e le era riconoscente, perché in lei rivedeva sua madre, e quella cassa chiusa lì davanti gli faceva meno male.
La sua mamma, Galatea, morta in ospedale divorata dal cancro, urlando come un’ossessa, mentre lui se ne stava a casa per ordine di Sara, che non voleva che il marito si consumasse in un’assistenza vana, dato che la moribonda non capiva più…
Galatea era rimasta incinta a quarant’anni. Durante la gravidanza aveva perso il marito, stroncato da una pancreatite, e non si era più sposata, avendo giurato a se stessa che non avrebbe avuto altro scopo nella vita, se non quello di far crescere il suo Robertino nel miglior modo possibile. E il miglior modo possibile per lei significava una cosa sola: proteggerlo. Così Roberto aveva trascorso l’infanzia e la giovinezza senza uscire mai, fra casa, scuola (sempre istituti privati) e studi medici. Era stato visitato dai migliori specialisti, dal pediatra allo pneumologo all’internista al cardiologo, e la madre non fu soddisfatta finché non gli fu diagnosticata una pericolosa forma d’asma, i cui attacchi imprevedibili lo costrinsero a portare sempre con sé un nebulizzatore contenente una medicina preparata appositamente dal farmacista. Di amici neanche a parlarne, con tutte le malattie che c’erano in giro. Quanto all’alimentazione: latte e biscotti al mattino, per il calcio, pasta e carne a mezzogiorno, perché non mancassero i carboidrati e le proteine, mentre per cena c’era sempre la verdura, anzi, per essere più precisi, il minestrone. Da quando era finito lo svezzamento, Galatea aveva fatto mangiare a suo figlio, ogni sera, due abbondanti piatti di minestrone surgelato: Findus, perché delle sottomarche non si fidava.
Stranamente, col minestrone la docilità di Robertino, che si era sempre sottoposto alle visite mediche senza fare storie, cominciò a subire delle preoccupanti eccezioni. Il bambino strepitava, non lo voleva, e così la madre, per invogliarlo a mangiare, pensò bene di dargli dopo l’ultimo cucchiaio, una tavoletta di cioccolato fondente Lindt, cacaosettantacinquepercentominimo.
Per trent’anni, finché non si era sposato, Roberto aveva ingoiato, sera dopo sera, quintali di zuppa bollente, su cui ancora parevano galleggiare, sciogliendosi lentamente, innumerevoli tavolette nere. Galatea non si spiegava come mai il figlio soffrisse tanto spesso di crisi di vomito, e dei medici che attribuivano il disturbo a una sorta di allergia acquisita al minestrone e alla cioccolata diceva che non capivano niente. Le fibre erano necessarie e nessuno meglio di lei sapeva quello che ci voleva perché il suo bambino stesse bene. Fatto sta che la sola idea del minestrone e della cioccolata finì col provocare in Roberto un senso di nausea irrefrenabile, e fu questo il motivo per cui Sara, che per il resto andava perfettamente d’accordo con Galatea, gli consentì di cenare con della semplice verdura lessa, ferme restando tutte le altre prescrizioni che la suocera le aveva raccomandato consegnandole il figlio il giorno delle nozze.
Roberto aveva sposato quella donna prosperosa e imponente perché sotto sotto, in qualche angolo buio della mente, aveva pensato al momento in cui sua madre sarebbe morta e lui avrebbe dovuto appoggiarsi a qualcuno che continuasse a proteggerlo e a sostenerlo. Così, gli sguardi apprensivi di Sara durante le condoglianze non lo disturbarono, anzi gli fecero capire che nulla in fondo era cambiato e che ancora per molto tempo qualcuno l’avrebbe incalzato al mattino, mentre si vestiva, ricordandogli quali erano i suoi doveri e quali precauzioni avrebbe dovuto prendere per non ammalarsi e per non farsi male.
Non aveva finito di dire l’ultimo az… che già quattro robusti signori vestiti di grigio portavano la bara fuori dalla chiesa, dove il carro funebre aspettava col motore acceso.
Sara pretese da un riluttante secondo cugino che li accompagnasse, perché il dolore per una perdita così crudele era troppo forte e Robertino avrebbe rischiato di fare un incidente.
Roberto percorse il breve tratto di strada che separava l’entrata del camposanto dall’obitorio toccandosi il nebulizzatore nel taschino della giacca e reggendosi al braccio della moglie. Le era grato per avergli risparmiato fino a quel momento di vedere quel che rimaneva della sua mamma, ma ora la bara sarebbe stata aperta e lui, il figlio, non avrebbe potuto sottrarsi all’ultimo bacio.
Fu infastidito, dopo la semioscurità del tardo pomeriggio invernale, dalla luce al neon, e cominciò a sudare per via della maglia a maniche lunghe che la moglie gli aveva imposto per proteggerlo dai primi rigori di novembre: in quell’obitorio faceva caldo.
S’avvicinò alla cassa di legno che l’impresario delle pompe funebri, solerte e gentile, si accingeva ad aprire. I cavalletti di ferro arrugginito rendevano vano ogni tentativo degli aiutanti in grigio di dare un po’ di decoro all’epilogo penoso.
Il coperchio venne alzato, egli si piegò per baciare quella cosa che volevano fargli passare per sua madre, e proprio in quel momento, dal corpo ormai avviato al disfacimento si sprigionò un odore che aveva quasi dimenticato.
Minestrone surgelato e cioccolato fondente, dunque era questo l’odore della morte.
Preso dal panico, si guardò intorno, ma perse ogni speranza alla vista di uno spazio vuoto e incrostato sul muro, antica sede di un lavandino rimosso; improvvisamente gli si parò dinanzi l’immagine della moglie che lo rimproverava quando dimenticava di camminare con le pattine sul pavimento di casa...... e vomitò nella bara.