ARCHIVIO STORICO
TITOLO: L'Attesa
AUTORE: Mariuccia Squintani
GENERE: Racconto

C’è un posto dove il silenzio non ritempra l’anima, ma ti avvolge come una tunica stretta e si ferma alla gola chiudendola. E’ la sala di ritrovo di una Casa di Riposo. Sono tutti lì gli anziani, seduti sui divani addossati alle pareti: circa quaranta persone che non si guardano in faccia, ostinati nel loro silenzio.
“Buongiorno a tutti” dico a voce alta, cercando di sfoderare uno dei miei migliori sorrisi.
La maggior parte alza la testa senza curiosità e senza sorriso. Qualcuno risponde al saluto meccanicamente e torna subito a guardare nel vuoto.
Mi sorridono invece Bianca e Pietro, due novantenni che fanno parte di quel diecipercento di autosufficienti.
E’ contenta di vedermi Bianca perché le porto i giornali e perché mi fermo subito a parlare un po’ con lei, dopo averle dato due bacini sulle guance ancora piuttosto paffute.
E’ contento di vedermi Pietro perché…”a parte mia nipote, lei è l’unica persona con la quale parlo, sa?” mi dice quest’uomo alto, sempre vestito bene, molto compunto e con una gentilezza d’altri tempi.
Poi passo da tutti, distribuisco bacini e cerco di intavolare qualche breve conversazione che però, nella maggior parte dei casi, diventa un soliloquio.
Alcuni mi ringraziano, mi fanno auguri generici e poi mi danno la mano, quasi avessero fretta di tornare ai tarli della loro mente.
Quando da casa mia sento l’urlo dell’ambulanza che si reca a nord, penso a tutti loro, povere creature in attesa.
Ogni tanto qualcuno manca all’appello ed è sempre Bianca che mi informa sottovoce. La sensazione è che me lo riferisca con un certo sollievo…anche per questa volta mi è andata bene…Ricordo che mia madre, ottantacinquenne, diceva: “Mei lù che mi!” (meglio lui che io). La paura fa impazzire e credo che, non a caso, la maggioranza degli ospiti della Casa, abbia scelto l’alzheimer: meglio fuggire dalla realtà. Chi invece, come Bianca, ha ancora la mente lucida, deve aver per forza trovato una specie di antidoto ai pensieri terribili. Forse  facendo la capo-clan e divertendosi a scandalizzare tutti. E’ temuta e disprezzata  nello stesso tempo, ma è ancora autonoma e ben salda sulle gambe per cui offre i suoi servizi a chi si trova in difficoltà momentanea. Ad esempio, Gina ha tutt’e due le mani fasciate a causa di strane piaghe che non guariscono e allora ha accettato l’offerta di Bianca: “Te la lavo io la faccia, senza aspettare il giro delle inservienti…certo ti costa un euro… ma io vengo subito quando mi chiami”
I servizi sono i più disparati: aiutare a vestirsi, spezzare il pane, tagliare la carne, ecc. e il listino prezzi è fatto su misura, a seconda di quello che chi ha bisogno può aver raccontato a Bianca sul suo passato.
Poi arrivo io e Bianca mi chiede di comprarle una gonna o una camicetta. “Ce li ho i soldi, eh?” mi dice sottovoce,  mettendo una mano al lato della bocca. Mi afferra per il braccio e poi mi mostra, dentro un sacchetto di plastica, un portafoglio con 50 euro. “Però…”penso “lavorato sodo eh?”
Anche Pietro, che è gentile e paziente, parlando di Bianca ha un moto di repulsione: “Ma lo sa che suo marito si è impiccato?” E’ un po’rosso in faccia, quasi fosse una cosa che tiene dentro da tempo e che ora proprio non può più trattenere “…ed è colpa sua” continua , alzando l’indice destro, mentre il rossore è già arrivato alla radice dei capelli candidi a spazzola “…perché se un marito si impicca, è sempre colpa della moglie!”, poi abbassa il braccio, guarda lontano e mormora :”Poveretto…chissà quante gliene ha fatte passare!”.
Decisamente meglio cambiare discorso e così lo invito a raccontarmi di quando era Capitano in Marina, in tempo di pace e in tempo di guerra. Ora sorride e si passa una mano sulla fronte e poi sui capelli corti mentre con l’altra tiene saldo il bastone semi-appoggiato alla panchina.
Me lo vedo proprio Pietro giovane, vestito in divisa di marina, caspita doveva essere davvero un bell’uomo così alto, con i lineamenti regolari e la schiena ancora diritta nonostante il bastone. Si rattrista un po’ quando parla della moglie che era tanto buona ma è morta giovane a causa di brutto male, così niente figli e un gran rimpianto per aver passato più di cinquant’anni senza di lei.
E poi c’è Teresa, piccola, magra, appoggiata anche lei a un bastone. Quando sorride sembra di colpo ringiovanire di trent’anni. Parla a raffica, mi racconta tutta la sua vita in due ore senza mai fermarsi e io sono affascinata dalle immagini che mi evoca.
Una vita fatta di piccole e povere cose, in un paese poco lontano, dove tutto ruota attorno al campanile e dove l’Arciprete, Don Armando, personalità forte e lungimirante,  è stato anche cappellano sul fronte di guerra in montagna.
Una sera, sul tardi, Don Armando fa chiamare Teresa, la sartina, la quale accorre subito. Con sua sorpresa, insieme a  Don Armando,  c’è anche Sandro, il suo fidanzato che il giorno dopo deve partire per il fronte russo. Usciranno dalla canonica marito e moglie e la mattina seguente, l’addio è un dolore profondo che lacera l’anima.
Passano tre anni senza nessuna notizia. Tutti, in paese, le dicono che deve smetterla di sperare perché quelli che ce l’hanno fatta, sono già tornati. Molto meglio per lei decidere a dichiararsi vedova di guerra, almeno coi soldini della pensione mangerebbe qualche volta di più.  Invece una mattina, ecco che se lo trova davanti all’improvviso e allora finalmente la vita diventa luminosa anche se si fa fatica a tirare avanti: il lavoro è poco e i soldi non ci sono mai. Sandro ha ripreso a fare il falegname come prima, ma la vita non è tenera con lui, si ammala quasi subito e Teresa diventa vedova molto giovane.
Dopo la morte del marito, Teresa decide di accettare l’offerta di una famiglia benestante che vive in città. Fa la domestica, ma anche la segretaria e la baby sitter. Cresce Carlo, il loro figliolo che ora è l’unica persona che ogni tanto la viene a trovare e che paga anche buona parte della retta della Casa di Riposo.
Quando Carlo è ancora un bambino, Teresa fa un’amicizia molto importante, la sua vicina di casa Sofia.
Hanno più o meno la stessa età e sono spesso sole tutt’e due. Teresa perché i suoi datori di lavoro sovente sono all’estero e Sofia perché ha un figlio che è andato ad abitare a Roma e il marito, per lavoro, è quasi sempre in trasferta. Così passano tanti pomeriggi a chiacchierare e i discorsi spaziano tra la vita e la morte. Le due fanno un patto: la prima che muore farà in modo di comunicare all’altra come si sta nell’Aldilà, comparendo in qualche modo sotto forma di animale “gentile”. Si insomma, non tigri, serpenti che incutono paura, ma animali graziosi e mansueti.
Gli anni passano. Sofia e suo marito cambiano città, vanno a Roma vicino al figlio e alla sua famiglia. Per un po’ si tengono in contatto, qualche telefonata, qualche lettera, più spesso cartoline. Poi, come spesso accade, le comunicazioni si diradano, c’è sempre meno da raccontarsi. Teresa comincia ad essere malferma sulle gambe, ha settantacinque anni e Carlo sta cercando di convincerla che è arrivata l’ora, per lei, di riposarsi.
Una notte sogna una colomba che, col becco, batte sul vetro del davanzale. Teresa apre la finestra e vede sul davanzale una dolce colomba bianchissima.
“Sei tu Sofia?” le chiede. La colomba sorride con il becco aperto, fa un ampio volo ridendo e ridendo ancora e poi se ne va. Al mattino telefona a Roma e ha subito la conferma: Sofia è morta nella notte.
“Teresa, facciamolo anche noi questo patto!” le dico ancora incantata dal racconto.
“Va bene” mi risponde “Ma, mi raccomando, un animale gentile!”
Un giorno mi chiede di portarla al cimitero perché vuole farmi vedere una cosa.
Avanza piano nel praticello del piccolo cimitero e poi conta a voce alta le colonne davanti alle lapidi incassate nel muro. “una, due, tre…ecco dev’essere qui…guardi lei in alto per favore perché io ci vedo poco…guardi dove c’è scritto Sandro Damiani” “Si, l’ho visto” e indico una lapide con due madonnine ai lati e chiusa davanti con un vetro. “E’ suo marito no?” “Sì, ma guardi subito lì vicino”
Vedo un’altra lapide identica, la foto di una donna giovane, la data di nascita…il nome, Teresa Dotti, manca solo la data della morte…
“Ecco vede, così alla Casa di Riposo non dovranno pensare a niente perché ho già sistemato tutto io…certo nella foto è un po’ più giovane, ma che importa!”
Ride con quel suo sorriso sbarazzino che le strizza gli occhi.
Qui alla Casa di Riposo Teresa è conosciuta come una persona dal carattere accomodante, che cerca di dare il minor disturbo possibile, così per le inservienti è diventata la zia, la nonna, la tata con la quale scambiare due chiacchiere tra  una corsa e l’altra per le stanze. Cerca anche di aiutare per quel che può, innaffia i fiori del giardino, rassetta la sua stanza… c’è anche Antonia che è in carrozzella e un giorno desidera uscire dal portone per andare in giardino. Ma il portone è stretto e Antonia non ce la fa a passare, così Teresa appoggia il bastone sull’avambraccio e afferra le maniglie sul retro della carrozzella. Chissà com’è…”qualcuno mi ha spinto” dirà poi …fatto sta che improvvisamente la carrozzella prende un po’ di velocità grazie a una discesina dopo il portone e Antonia si trova catapultata contro il cancello di entrata mentre Teresa è a terra prona e il bastone, dopo un ampio volo, è atterrato a metà strada tra lei e la poveretta incastrata nel cancello.
Nessuno si è fatto male sul serio per fortuna e alle inservienti scappa un po’ da ridere mentre Teresa si sente umiliata. Difficile arrendersi al pensiero che il proprio corpo non risponde più come si deve mentre la volontà di fare è ancora grande.
Poi c’è un’altra caduta: Teresa si rompe il femore e insieme a quello qualcos’altro si rompe dentro, definitivamente. Al ritorno dall’Ospedale, è sospettosa. “Mi rubano i vestiti” mi confida. Sorride pochissimo, la dentiera non le sta più a posto, innervosendola. Perde anche completamente l’udito. E’ talmente sorda che non serve neppure gridare. Si impegna moltissimo a leggere sulle labbra, ma a volte non ne ha proprio voglia. Come se non bastasse, Bianca mi riferisce in gran segreto che Teresa ha un cancro allo stomaco.Chissà se è vero, potrei chiedere alle inservienti, ma non mi va.
Ora è in carrozzella, magrissima, due occhi grandi da daino, un grosso cuscino sistemato sotto le cosce; dalla gonna spuntano due gambine a penzoloni grosse come il bastone di Pietro.
“Grazie signora che è venuta a trovarmi” mi dice muovendo tutti i muscoli della faccia senza denti come se fosse un cartone animato. “lei è sempre molto gentile” e persino il naso sembra essere libero da qualsiasi osso o cartilagine.
Ci sono cose che si guardano sempre ma non si vedono mai. E’ proprio vero: me ne sono accorta ieri mattina quando, come al solito, a bordo della mia auto, mi sono immessa nella strada principale. Subito sulla destra, c’è una piccola impalcatura di ferro adibita alla pubblicità e questa volta, sguardo e mente hanno registrato un necrologio: Teresa Dotti, vedova Damiani, di anni 86.
Ho dovuto accostare e fermarmi un attimo. E così te ne sei andata, Teresa. E adesso? Adesso attendo notizie dall’Aldilà.
BIOGRAFIA DELL'AUTORE

Sono nata a Milano nel ’47. Vivo a Bologna da trentacinque anni e sono pensionata da due, dopo aver lavorato nel campo della contabilità. Avevo giurato che, una volta in pensione, mi sarei dedicata ai miei hobby tra i quali la scrittura ed ora, che sono anche nonna da pochi mesi, vedo che continuo a combattere con il tempo. Ma va bene così!