Un giorno d’estate scomparve.Era partito, approfittando delle vacanze, per una spiaggia che distava circa tre ore d’auto dalla sua città; in seguito non si seppe più nulla di lui.
Sparito. Nel nulla. E dire che l’avevano cercato in tanti: parenti, amici… Amici? Ne aveva? E l’avevano poi cercato davvero con impegno? In fondo Pietro passava inosservato: era buono, preferiva non disturbare nessuno, cercava sempre di cavarsela da solo.
Da quando era morta anche la madre la sua vita si svolgeva tra lavoro, casa, e lunghe passeggiate. Non che prima fosse diverso. Qualche volta in bicicletta, molto spesso a piedi, lungo la spiaggia, sia d’inverno che d’estate. Il mare lo rilassava, lo aiutava a dissolvere i pensieri più tetri e quel movimento di andirivieni delle onde lo rendeva sereno. Quando tornava a casa, il rumore del mare nelle orecchie lo faceva sentire meno solo. Quelle stanze vuote, impolverate, con un odore di stantio che traspirava dai muri umidi, sembravano meno squallide perché lui sentiva solo l’odore del mare… sui vestiti, sulla pelle, tra i capelli. Come adorava quell’aroma salmastro! Per questo aveva smesso di lavarsi. Lo faceva solo per tornare al lavoro, quando doveva indossare la maschera di persona per bene, gentile, educata e pulita. Nel fine settimana, invece, la barba cresceva, i capelli erano arruffati, sporchi, gli abiti stazzonati. Puzzava. E il suo alito, quello, non sapeva di mare, ma di vino. In quel lasciarsi andare si era accorto che tutto diventava più semplice con un bicchiere di vino, anche scadente, che aveva il potere di scendere nell’animo e di riscaldarlo.
Il lunedì mattina diventava sempre più difficile tornare alla normalità… ma quale era la normalità? Quelle facce assonnate e stropicciate, quei sorrisi tesi, quei gesti forzati?
Andando in ufficio passava di proposito davanti alla stazione per vedersi riflesso nei barboni accampati sulle panchine, per terra, sotto i portici.
Vedeva se stesso nell’uomo dall’età indefinita rannicchiato, come nel grembo materno, su un misero pezzo di cartone e coperto da altro sporco cartone.
Pietro si vedeva nella donna ancora addormentata che teneva stretta a sé una borsa di plastica che conteneva tutta la sua vita, la sua casa, le sue ricchezze.
Era lui il barbone che si stava lavando alla fontana, togliendo dal viso le ragnatele di una notte scomoda e fredda, parlando con un piccione e condividendo con lui una misera colazione di pane e acqua. Anche Pietro si sentiva lurido, con le scarpe bucate e le suole lisce, i pantaloni strappati
tenuti in vita da uno spago, un cappotto troppo ampio e logoro per scaldare membra sempre più intorpidite.
Erano suoi quegli sguardi, a volte minacciosi, a volte sereni, quei sorrisi tristi o sdentati, quei gesti osceni, quei discorsi biascicati, irriverenti o veritieri, fatti di verità che nessuno osa mai dire né ascoltare.
Era lui il barbone che scendeva barcollando da un treno di pendolari dopo aver rubato un po’ di calore e fiato umano in uno scompartimento stipato di sguardi di disapprovazione.
Pietro più guardava quei miserabili più desiderava essere nei loro panni, nei loro miseri, logori e puzzolenti panni. Voleva lasciarsi alle spalle le ipocrisie, i falsi valori, la solitudine provata in mezzo a decine di persone, le amicizie di comodo, il superfluo, lo spreco. Era sicuro che nessuno avrebbe sentito la sua mancanza. Non avrebbe spiegato perché nessuno avrebbe capito.
Aveva scelto l’estate, pensava sarebbe stato più facile adattarsi a quella vita iniziando dalle notti sotto le stelle, dalle giornate riscaldato dal sole. E non era andato nemmeno tanto lontano da suo paese: ciò che cercava era a portata di mano.
…. Per tutti era scomparso da un mese, nessuno si era accorto che quell’involucro di stracci con dentro un’anima che dormiva accasciato sul selciato era Pietro.