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ARCHIVIO STORICO
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| TITOLO: |
L'amore non basta |
| AUTORE: |
Stefano Maggi |
| GENERE: |
Racconto |
Un giorno d’estate scomparve. Era partito, approfittando delle vacanze, per una spiaggia che distava circa tre ore d’auto dalla sua città; in seguito non si seppe più nulla di lui. Niente male. Questo sarebbe proprio un incipit perfetto nel caso dovessi scrivere un racconto su Franco. Certo bisognerebbe aver voglia di farlo, ed esserne capaci anche. Ma un principio di quel genere sarebbe davvero efficace, me lo devo scrivere da qualche parte. Pensavo questo mentre ero seduto su una sedia nel piccolo terrazzo di casa mia. Guardavo i tre alberi frondosi che avevo di fronte e i palazzi rossi più indietro, all’orizzonte. Durante l’inverno i rami nudi di quei tre alberi da cortile lasciano allo scoperto il frammento di periferia che ho davanti a casa. Ma quel giorno era estate e riuscivo a scorgere solo i palazzi rossi, quelli più alti. Non potevo credere che lo avesse fatto sul serio, e quasi sorridevo alle foglie verdi, di nascosto, come quello che la sapeva lunga. Occorreva coraggio, sentirsi andare a fuoco, una buona dose di egoismo e crudeltà anche. Mi piaceva pensare al coraggio, e Franco aveva quello della peggior specie, che non ti aspetti, che non lo avresti detto mai. Possedeva da sempre la capacità di stupirmi, era e non sembrava, tendevano tutti a sottovalutarlo, un cavallo che bookmaker immaginari non avrebbero dato nemmeno piazzato. Questa era la sua freccia vincente, la pistola di riserva nascosta nella manica e quando la gente se ne accorgeva era troppo tardi, restava a bocca aperta a ripetere stupita, “Chi l’avrebbe mai detto, Franco!”. Godeva a vincere di sorpresa, e doveva vincere spesso, perchè era in guerra, in continua lotta con se stesso. Vidi parecchie volte l’inquietudine nei suoi occhi, percepivo bene l’energia che lo sconvolgeva dentro e la invidiavo, la odiavo, l’ammiravo. Era qualcosa in più, un surplus dell’anima per il quale non dormire la notte, con il quale tormentarsi e io so quanto avrei voluto quel tormento, quella passione. “Sento come se le dita mi formicolassero, la notte, e non sono capace di darmi pace”, mi diceva spesso. Verso la fine di quel mese di luglio, pochi giorni prima di quell’afoso e pensieroso pomeriggio, in cui dividevo le mie riflessioni con i tre alberi del cortile, parlai per l’ultima volta con Franco. Non sarà quella definitiva, perché tornerà, è così che fanno quelli buoni. Venne a trovarmi a casa come era solito fare da quando mi stavo ristabilendo dopo un banale incidente stradale. Tanto stupido quanto doloroso, e le visite di Franco alleviavano sia il dolore che la noia. Suonò una decina di volte il campanello, era uno dei suoi “numeri” preferiti, perché sapeva che nelle condizioni in cui ero impiegavo cinque minuti buoni per andare ad aprire. Gli urlai qualche bestemmia attraverso il citofono e lui ne rimandò indietro qualcuna, erano molto originali le sue: la mia vicina di appartamento doveva averle sentite tutte. Lo feci entrare e a parte le scemenze le sue parole furono come sempre affettuose, gentili, di interesse sincero. Mi faceva piacere che fosse lì. Lo vidi molto stanco, dissimulava un turbamento che senza dubbio portava con sè, e non era la prima volta che avevo quell’impressione. Si buttò sul divano e sembrò sprofondarci dentro magro com’era. Tutto pareva più grande se paragonato a lui, perfino io mi sentivo un gigante, ma anche quello era un trucco, un’illusione che Franco usava per batterti sul tempo. “Mi sembra che stai meglio, oggi hai l’aria di un settantenne”, disse dalle profondità del mio sofà. “Grazie, sì miglioro di minuto in minuto, tu invece? Oggi non avevi altro da fare che venir qui ad insultarmi?”. “Oh certo che avevo altre cose da fare, pensare. Oggi è il mio primo giorno di ferie e mi son ritrovato con un sacco di tempo per pensare. Niente di più pericoloso per uno come me”. Lo disse senza guardarmi, fissava la finestra aperta sul cortile e non era affatto ironico. “Racconta, cosa ti è successo?”. “Niente Leo, non è successo un bel niente. Credo sia questo il guaio”. “Se vuoi parlare un po’…”, gli dissi. “Già, parlare”, si fece molto serio. “ Ho qualcosa dentro Leo, c’è qualcosa di tremendamente forte dentro di me e non so come farlo uscire. Mi terrorizza e mi piace allo stesso tempo. Parlo poco, anzi, passo giorni interi senza parlare con anima viva e mi sembra che al mondo non ci sia nessuno con cui valga la pena di farlo. Ho paura sai Leo? Ho paura perché devo fare qualcosa ma non ho ancora capito bene cosa”. “Faccio fatica a seguirti Franco”. “Lo so, non ci capisco niente nemmeno io. Io vedo quello che c’è intorno a me e non credo di essere il migliore. Incontro amici in giacca e cravatta, alcuni mi parlano di macchine, altri di lavoro, di famiglia, vogliono arrivare tutti primi e non li biasimo. Non voglio criticare nessuno, non sono meglio di loro. Vedi Leo, io non so come spiegarlo, ma vorrei tanto provare a fare qualcosa di diverso”. “Ma cosa?”, lo interruppi. “Non ne ho idea, è questo il punto. Vorrei tanto provare a fare qualcosa di diverso, è una spinta che viene dallo stomaco, sono obbligato a farlo. Lo so che quello che sto dicendo non ha senso. Vorrei solo andare un po’ più in la, più a fondo, rendermi conto che quello che ho nella testa sia un mucchio di stupidaggini e tornare calmo, com’ero una volta. Mi disgusta fare il presuntuoso, e merito di sbattere il muso contro qualcosa di più duro di me. Ma oggi, queste giornate, dov’è l’emozione, dove il rischio? Non riesco più a fingere che queste domande non mi riguardino”. “Comincio a capirci qualcosa. Me l’aspettavo da te un giorno o l’altro. Non ti sarai mica offuscato il cervello con tutti quei discorsi che facemmo sul vivere alla Hemingway?”. “Lascia perdere Hemingway, ho già abbastanza vite da invidiare. A volte provo nausea per quello che vedo intorno a me. Tempo fa accesi la televisione dopo settimane che la tenevo spenta e non riuscivo a credere a ciò che stavano dicendo al telegiornale della sera. La prima notizia capisci? Il fatto principale della giornata era che un calciatore italiano professionista si era rotto una gamba, e tutta la nazione era in ansia per la sua partecipazione ai mondiali. Quel giorno andarono a fargli visita anche le più alte cariche dello stato. Subito dopo venne annunciata la cattura di uno dei più grandi capomafia. Alla giornalista brillavano gli occhi. L’Italia intera, istituzioni e forze di polizia in testa, grondava orgoglio e soddisfazione. Era latitante da 43 anni. Quarantatré anni che lo cercavano e lo avevano trovato l’altro ieri a casa sua. Io non avrei nemmeno dato la notizia, me ne sarei vergognato. Lo so Leo, sto divagando, non so più quello che dico. Non mi va bene niente, mi sento stretto con questa gente, con questa realtà bonacciona e raffazzonata, che si accontenta di tutto tranne che dei soldi e si calma con l’amore. A me l’amore non basta, forse me l’hanno rubato, io non riesco a vivere solo di quello”. Aveva il fiato grosso come se stesse correndo, lo stava facendo eccome, veloce come la luce. “Non guardarmi storto Leo. Ti ho già detto, forse ho la testa piena di idiozie ma devo provare, devo sbagliare, voglio rischiare. Altrimenti, non ho né capo né coda”. Parlò così e si alzò di scatto dal divano. Ricordo perfettamente come mi guardò, come allungò la mano per stringere la mia. Disse solo, “Guarisci nonno, che quando torno ti insegnerò a guidare come si deve. Vado a riposarmi un po’ al mare, chissà…”. E io, maledetto io, non riuscii a dire una sola parola. Lo guardai girare l’angolo del salotto, infilare il corridoio e sparire da casa mia. Mi aveva scosso dai piedi in su, come fa il terremoto. Così se ne andò, come niente fosse, giocando ancora una volta con la sorpresa, lasciandosi dietro bocche aperte. Non ho idea di dove sia ora, dopo un anno, di certo lo immagino lontano. Amava l’est, mi piace crederlo laggiù, oltre il Danubio, il Dnepr, il Volga, libero e solo. Che immagine ridicola e romantica, ne riderebbe di sicuro. Doveva essere davvero pesante il fardello che portava con sé, per spingerlo a mollare tutto quanto in maniera così forte e crudele. Certo quel tormento, il suo senso di sfida, credo di comprenderli ogni giorno di più. Che strano modo, di salvarsi la vita.
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| BIOGRAFIA DELL'AUTORE |
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Mi chiamo Stefano Maggi, sono nato a Bologna il 27/10/1977 e ho quindi 29 anni quasi compiuti. Dopo il liceo scientifico mi sono laureato in Scienze Geologiche all’Università di Bologna e attualmente lavoro come geologo presso uno studio privato della mia città. Mi mantengo con questo lavoro e, il giorno che decisi di iscrivermi a Geologia, nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo. Tranne me. Mi piace scrivere di situazioni reali, possibilmente accadute per davvero e vissute in prima persona. Mi piace la realtà e tutti i suoi incredibili risvolti. Ho cominciato a scrivere nel settembre 2004. Scrivo poco, un po’ per mancanza di tempo e soprattutto perché non mi escono fiumi di parole così facilmente. Quando escono però, è una gran bella sensazione.
Il racconto di STEFANO MAGGI è stato scelto tra i partecipanti al "GIOCO DI META' MAGGIO" come vincitore.
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