TORNA ALL'ELENCO
TITOLO: L'ULTIMA GIUSTIZIA
AUTORE: Costantino Simonelli
GENERE: Racconto


Roma, ottobre 1864

Seduto sul suo scanno, con le braccia appoggiate ai bordi del tavolino ingombro di pennelli e barattoli di tinture e pinze e piccoli martelli e chiodi e pezzi di raggi d’ombrello, mastro Titta sfogliava il suo registro. Un grosso registro con la copertina nera, a cui aveva aggiunto, con colla di pece e attaccandole al dorso, pagine, volta per volta che quelle vuote andavano finendo. Ogni tanto, sfogliandole, si fermava a leggere l’ordine di sequenza, la data e le tre o quattro righe a fianco, scritte di suo pugno con caratteri minuti e precisi:

“Numero 218. Quattordici di marzo dell’A.D. MDCCCXXXVI., ore otto.
Giornata nuvolosa e ventosa, ma tepida.
La cerimonia è stata allestita sullo spiazzo del Pincio. Ottimo luogo. Di quelli che io preferisco.
Tale Lorenzo Lucherini, di anni trentotto, colpevole d’aver ingiuriato e poi violentemente percosso e reso quasi zoppo l’ illustre prelato Mons. Adalberto Corsati, per motivi dall’accusato non dichiarati. Molto popolo ad assistere Poco clero e niuno dignitario. Rifiutato conforto religioso. Passato per impiccagione semplice”.


E poi, a margine dell’ultima riga, una sigla:                      
“L.B.F.” Lavoro ben fatto.
Mastro Titta, intingendo il dito indice tra le labbra e continuando a sfogliare, arrivò all’ultima pagina.
Nell’ultimo spazio vuoto, c’era da scrivere l’ultima “giustizia”.
Esitò un poco su quella pagina ultima.

                                      ********************************
Mastro Titta, al secolo Giovanbattista Bugatti, figlio di legnaiolo carbonaio, di professione boia ufficiale dei papi, aveva imparato pure a leggere e scrivere per confrontarsi bene con quel suo mestiere. E, frequentando sentenze e cardinali, s’era pure imbattuto in un latino che aveva dovuto cominciare almeno a masticare.
Erano quasi sessant’anni che faceva questo “secondo” mestiere.
Il primo, quello che doveva preservarlo dall’astio della gente, era quello di aggiustatore e riverniciatore di ombrelli. E, da giovine, lo sapeva fare bene, quasi benissimo. Aggiustava e  ricolorava gli ombrelli con grande passione.
Però ora pensava e ripensava all’adesso: a quella sua doppia obbligata funzione e a quei suoi troppi ottanta e passa anni. E al fatto che, per la prima volta, dopo l’ultima male officiata operazione, s’era sentito un poco vecchio.
Non che sputasse nel piatto dove aveva mangiato. Per quel suo secondo mestiere era diventato famoso, temuto e tenuto in conto pure dal Papa che mai lo aveva voluto vedere. E neanche la curia più stretta. Ma, ogni tanto, per interposte persone, gli mandavano a dire “quanta opra difficile, ardua e meritoria” lui compisse in nome della giustizia. E si allegava sempre a questa approvazione mondana, una piccola ricompensa tutta terrena, fatta di tre quattrini di moneta romana per ogni sua prestazione.
Un’inezia di ricompensa, a conti fatti, per un servizio che nessuno aveva cuore e stomaco di offrire.
“Perché - loro dicevano - prestare mani alla morte è opera vile”.
Mastro Titta fece pensiero a quanti lo odiassero dal profondo del loro cuore, e si disse che dovevano essere una moltitudine. Almeno adesso, negli ultimi tempi, in cui il popolo s’era stancato di quello spettacolo.
I primi tempi, no. Prima, dovevi vederli, lasciare i loro affari, le loro occupazioni quotidiane od il loro perdere il giorno nel nulla fare; riconciliarsi, marito e moglie ed amante, padrone e servo, vecchio carcerato e carceriere, per venire a gustarsi, minuto per minuto, atto per atto, quelle scene. Certe volte gli sfaccendati si ritrovavano con gli affaccendati e gli uni e gli altri raccattavano per strada le mogli e pure i bambini e se li trascinavano appresso; perché i più occhi possibile potessero vedere come s’amministra la giustizia. E vedere anche come mastro Titta muoveva le mani attorno al collo del condannato, e, separandogli i pizzi della camicia, quasi glielo accarezza quel collo, in un moto di pietà e di perfidia.
E poi, a testa staccata dal resto del corpo, la prendeva dal cesto, l’acciuffava per i capelli e la mostrava. Non ha sofferto! E la mano, guidata dall’intenzione di Dio, ha ben fatto.
In sessant’anni d’attività aveva dovuto cambiare anche i modi di far trapassare la gente.
Prima c’era stata la scure, poi la forca con l’impicco a corda singola e a doppia corda, poi, dopo la rivoluzione franciosa, era tornata di moda la lama che mozza di netto la testa. 
Mastro Titta aveva voluto diventare scrupoloso padrone di tutto lo “strumentario”. Come un qualsiasi valente artigiano che, alla fine, mostra l’opra sua prima a se stesso, e si dice addosso che ne resta orgoglioso. Poi agli altri, e si aspetta che di lui ognuno dica che ha fatto un’opra a regola d’arte.
Certo, l’altro mestiere, quello dell’apparenza, languiva non poco. Alla lunga, chi per un verso, chi per un altro, erano la maggior parte le famiglie cui mastro Titta aveva finito per dare un dispiacere. E non si aveva animo, poi, di portare ad aggiustare l’ombrello alla stessa persona che, anni addietro, aveva tolto lo scannetto di sotto i piedi d’uno zio o d’un fratello.
Tanto più che, per giusta prudenza, mastro Titta la propria casa e la propria bottega la teneva in Borgo, quartiere sulla sponda ad occidente del Tevere, a ridosso di tutta la sequenza dei palazzi pontifici. Zona curata con particolare riguardo, di giorno e di notte, dagli sbirri del Papa.
E non è che lui s’azzardasse spesso a passare all’altra sponda. Quando lo faceva, quasi sempre all’alba, era per una ragione ben precisa. E allora passava il ponte con indosso il suo mantello scarlatto da cerimonia e con, ai lati, una bella schiera di guardaspalle.
 
Stava assorto su quell’ultima pagina, mastro Titta, quando sentì uno scalpiccio di fuori. E poi tre colpi sulla porta, bene assestati e distanti tra loro.
Era Gioacchino, un suo pronipote, figlio d’una cugina e divenuto da poco suo aiutante.
Il battere alla porta in quel modo era un segno convenzionale di riconoscimento.
Per eccesso di prudenza, mastro Titta guardò dallo spioncino, dopo di che tolse la spranga e aprì la porta.
- “Entra”.
- “Disturbo, zi’ Ti’?”
- “Entra”
- “So’ venuto a divve ch’ho riposto l’arnesi nel fondaco e che ve portavo la chiave”
- “Vabbè, vabbè, posala là. Ma me la potevi da porta’ puro dimani ammatina… Che m’hai da di’ Gioacchi’?”
La domanda era una provocazione, ed era posta con voce asprigna, rugosa, da vecchio scorbutico quale lui era diventato. Titta, fissando negli occhi il nipote, accennò a prendergli e stropicciargli il pizzo del gilè.
     - “Daje, su… che m’hai da di’?”
Gioacchino era un ragazzone alto tozzo e tutto d’un pezzo, dagli zigomi sporgenti e dalle guance rubizze. Tanto era grosso che sembrava che qualunque vestito indossasse gli stesse stretto e finisse per ingessarlo. Questo aspetto esteriore spesso lo faceva sembrare un po’ ingenuo ed un poco imbambolato. I suoi occhi, perlopiù indifferenti a qualsiasi cosa, in certe occasioni, tuttavia, sapevano illuminarsi di un’arcana malizia che, per sua sfortuna - ma per fortuna dell’interlocutore - non riusciva facilmente a dissimulare.
Era quello che si dice un libro aperto. Ma non per questo ci si poteva esimere dal giudizio sui vari capitoli. Alcuni, quelli dettati dalla sua natura, scritti bene. Altri, dettati dall’ambiente - e tra questi, non trascurabile, una certa perfidia educativa della madre - scritti veramente male.
- Ma no, mastro Tì’ …gnente… ma che v’ho da di’?
- Gioacchi’, mo’ nun me fa’ finta da esse tonto, nipote bello - ed una pacca sulla spalla assestata con poca tenerezza di zio - Avrai sentito… er vocicchio… doppo la funzione… tutta quella pipinara che s’era messa a brontola’… Ce stavi puro te, no? Me stavi là de fianco, appiccicato como ‘n pupo a la zinna de su’ madre…
- Ma sì … ma…
- E nun te c’ho sempre detto io che, doppo ch’avemo “calato”, s’hanno da appizza’ l’orecchi pe’ senti’ la voxxe nobiles et la voxxe populi? Pe’ sape’ che se dice dell’opra allistita. Tocca sentì quello che dice er fijo der Papa - Dio lo mantenga - e quello che dice er fijo dell’urtima mignotta. Tocca da senti’ tutto, fijo mio! Tocca da spizzasseli tutti, uno a uno… Ma tu ce lo sai bbene, ce lo sai, eh?!
Gioacchino si aggiustò il colletto della camicia. Per prendere tempo pareva contarsi da sopra a sotto, più volte, tutti i bottoni del gilé. Poi sbottò.
- E de fatti …
- E de fatti… ma de che?!
- Essì, mastro Ti’… Perché ce lo sai puro te che c’aveva da di’ la pipinara, ve’? Tutto ‘sto restà ‘n faccia ar condannato, già bell’e che annicchiato, colla capoccia e le mano drento ar ceppo… tu, a guardallo così, co’ ‘na faccia da ‘ntronato… E sì che lui quasi piagneva e che strepitava co’ li piedi per aria e che diceva: “E daje, annamo, e tiratela ‘sta cordicella”. E tu gnente, quasi stralunato, a guardatte tutto ‘ntorno… e poi. .. e poi a cerca’ ‘n posto ‘n cielo pe’ l’occhi tua… Ma pe’ guarda’ che?
- E nun ce l’hai capito, no, ch’era ‘n vortacielo er mio… un mancamento… Aoh, ce stavo pe’ svenì!
- Essì, zi’ Ti’. Ma allora perché, prima de fatte lassà dar sentimento, nun m’hai detto: “Tirala tu, ‘sta corda”? Io te stavo là appizzato… che quasi t’areggevo! Perché a la ggente …a li nobbili .. a li plebbei… ‘sta cosa j’è sembrata proprio ‘na cattiveria…
- Na cattiveria eh...? Proprio ‘na cattiveria…
Gioacchino - che, in fondo, era un bravo giovinotto - dopo lo sfogo s’era quasi rimpicciolito. Come un pallone che dopo lo sfiato si sente sgonfiato, aveva messo le mani attaccate al corpo ed aveva serrato le gambe, aspettando dallo zio, maestro e padrone, una qualche sgridata o punizione, a cui non si può dire che, nel lungo tirocinio di aiutante boia, questi non lo avesse abituato.
Mastro Titta, invece, s’era messo a guardarlo con uno sguardo tenero e abdicante, che è solo dei vecchi quando accettano di avere torto. In fondo non aveva creduto mai che Gioacchino, con quelle fattezze e con quel suo morbido carattere, potesse sostituirlo nel ruolo di boia. Era stata la madre Properzia, in nome della lontana parentela, che, in mancanza di meglio e di altri talenti da scoprire nel figlio, l’ aveva pregato più volte di tenerselo a fianco. A lui, lo zio odiato da tutti, ma con una posizione di rispetto. Aveva insistito, fino a quando, lui, a cui cominciava a pesare il legno di allestimento, non aveva ceduto.
E Gioacchino era stato uno di quei cagnolini che si allevano sin da piccoli: affettuoso e grato, attento e scodinzolante, quando c’era stato da apprendere una certa pulizia nel mestiere. E non s’era neppure schifato di tirare su le teste tagliate. Aveva quello sguardo da inserviente che riordina la scena dopo l’atto.
Ma pensare che poi potesse avere il petto ed il cuore per tirare la cordicella… no, quello no. Quella era tutta un’altra cosa.
Mastro Titta uscì dai suoi pensieri come s’esce da una nuvola di pioggia.  E, ritrovandosi davanti Gioacchino più contrito che mai per aver dubitato della perizia dello zio, lo prese di petto.
- Ma tu ce lo voi da fa’ davero er boja, ar posto mio?
Gioacchino non ebbe modo di replicare. Suo zio, vecchio, curvato da un ingobbimento fatale e piccolo di statura, tirò fuori una forza insospettata e con questa lo rigirò di peso spingendolo verso la porta.
- Mo’ vai, va… S’arivedemo dimani, che t’ho da di’ ‘n po’ de cose… cose ‘n sacco ‘nporanti.
Rimasto solo, mastro Titta gironzolò un po’ per la bottega, con passo nervoso. Si stropicciò le mani più volte, e poi, con la determinazione di rinvigorita energia di vecchio, liberò completamente il desco di finto ombrellaro che era. Buttò giù tele, assicelle e cianfrusaglie varie. Tiro fuori dal cassetto il calamaio, la penna ed il registro con la copertina nera.
L’uno lo pose con delicatezza ad un angolo e si assicurò che rimanesse in equilibrio ben saldo, l’altra, la penna, se la mise tra le dita e poi portò la punta ad inumidirsi tra le labbra.
Aprì il registro all’ultima pagina scritta. S’accorse che c’era abbastanza spazio per poter scrivere più della solita nota. L’ultima aggiunta di fogli gli concedeva almeno due pagine.
Guardando l’ultima data e ritornando con la mente a quella in cui era nato contò ottant’anni.
Si meravigliò di essere campato fino ad allora, così tanto. E gli sembrò quasi un’ingiustizia.
Poi, intinse la penna nel calamaio e - come faceva ogni volta che iniziava una scrittura - delicatamente provò il tratto della penna a margine del foglio.
La scrittura gli sembrò più tremante del solito, ma la principiò allo stesso modo di sempre. 

Numero 516. A.D. MDCCCLXIV. Papa e Re Sua Santità Pio IX. Dieciotto di Ottobre, ore nove.a.m. Giornata che s’annuncia, dal tepore, di quasi ritorno tardivo dell’estate. Oggi, in Piazza del Popolo ho officiato la funzione di giustizia del condannato Garmeglia Enrico, nativo di Casale Monferrato, di anni diciannove, reo confesso di associazione alla società segreta altrimenti detta “Giovane Italia” e colto in flagranza di cospirazione contro lo Stato Pontificio. Tale Garmeglia pare sia soggetto di pericolosa corrispondenza con ambienti sovversivi che tramano contro Dio e contro l’ordine costituito La sua flagranza di reato è stata confirmata dal suo improvvido grido all’atto della cattura: “Viva l’Italia repubblicana”.

A questo punto mastro Titta volle darsi una tregua. Per dare asilo nella mente ai suoi pensieri più reconditi.
Dopo l’officio, quasi a confessarsi e scusarsi, aveva scritto sempre rigorosamente e puntigliosamente la regola sul suo registro.
A volte - come adesso - aveva azzardato anche il motivo di tanta inclemenza.
Ma mai che si fosse esposto fino a pensare al senso vero di certa giustizia.
Peraltro non s’era mai creduto d’avere i numeri in testa per ragionar di politica.
Per lui, oltre i confini delle ragioni del Papa, c’era il demonio che amministrava con furbizia ed arroganza le cose del mondo. E, per Mastro Titta, quando mai non ci fosse stata più la protezione della Chiesa, lui, il demonio, avrebbe potuto operare a suo piacimento, sempre e dovunque come un anti-Cristo.
Quella mattina, però, quella faccia di ragazzo che s’era portata al patibolo, sbraitando e  dimenandosi tra le guardie dragone del Papa…

Riprese a scrivere.
Io non capisco perché questo ragazzo - al cui l’essere uomo fatto dava segni esteriori, ma non prove, solo quella peluria quasi posticcia che gli ricopriva il labbro superiore e di cui lui ostento faceva - questo ragazzo, io non capisco perché continuava a gridare frasi che ripetevano la parola “libertà”, come se gli fosse di salvezza e di consolo. C’era la folla (poca, invero, e quasi tutta assoldata dai papalini e dai franciosi) che ci martoriava le orecchie, a me ed a lui, col grido “Fai la giustizia, Mastro Ti’,  e falla presto”
Controllato il marchingegno che mi competeva, feci cenno al priore della congrega della Misericordia. Questi, incappucciato, si apprestò avanti col crocefisso e lo portò d’appresso alla bocca del condannato Salmodiava il solito canto con tale tetra assonanza di suoni grevi, che m’è stato sempre difficile capirne le parole. Altri confratelli, di lato, rispondevano collo stesso tono.
Il ragazzo baciò il crocefisso più volte e, nell’atto di farlo, alfine, con gesto repentino, lo strappò di mano al confessore e se lo strinse nella morsa dei denti.
La marmaglia principiò a sbraitare: chi rideva e chi urlava, chi alzava sulla schiena i figli perché vedessero la curiosa scena, chi dibatteva col vicino. Il capitano dei dragoni fu lesto: strappò dalla bocca del giovine il crocefisso e mi si fece di fianco sussurrandomi in un orecchio: “Mastro Ti’, datte ‘na mossa”.
Io lo volevo fare. Dissi a Gioacchino di aiutare le guardie a sistemargli la testa e le mani nel ceppo. Avrei rinunciato pure al rito di buona creanza e di mia pulita coscienza: quella di offrirgli l’ultima presa di tabacco. Ma quando, sistemato nel ceppo, il giovine ragazzo cominciò a strepitare ed urlare e piangere col pianto d’un bambino e gridare che lui non voleva morire…
Allora m’è venuta una specie di voltacielo, un quasi senso di angoscia dentro, un non so che cosa.
La folla, alle mie orecchie, s’è, come d’incanto, ammutolita. Guardavo e li vedevo brigare tra loro, il priore ed il capitano delle guardie, che, ogni tanto, nella concitazione del loro parlare, interrompendosi per attimi, di sbieco, davano occhiate a me, interrogative. Ma io non li sentivo. Non so, ma m’è venuto di volgere gli occhi al cielo. Mi sono detto che, nella mia lunga vita, Iddio non m’aveva concesso il privilegio o il peso d’accudire figli. Quasi come se lassù fosse scritto che il mio officio era di conferire morte e non vita Ma che se, invece, fosse stato… che giustizia era questa?
Attesi per attimi lunghissimi una qualche risposta dall’alto. Ma, forse, più da dentro di me medesimo me l’aspettavo questa risposta .
Invece, a mano a mano che questa risposta non arrivava, ritornai piano piano ad udire il mormorare della gente. Che cominciava a diventare tumultuoso. E diceva: “MastroTitta è ormai un vecchio rimbambito, pensa all’anima e non sa più separare una testa dal corpo. Così come fa e pensa, è diventato inutile.”
Un moto d’orgoglio, uno schiaffo alla dignità d’una professione durata sessant’anni e passa. Una vita comunque dedicata.
Un moto di rabbia. Tirai la corda e la lama scese. Lei perfetta, a perpendicolo, lucida, scintillante, fredda e senza sentimenti
.

Mastro Titta non mise nessuna sigla di autovalutazione in calce al lavoro di quella mattina. Scrisse solo due parole: “Qui finisce”. E firmò.
Chiuse il registro dopo aver asciugato lo scritto con carta assorbente, facendo attenzione che l’inchiostro, talora esuberante, non avesse prodotto alcuna macchia.
L’indomani mattina si promise di essere il più delicato possibile, ma anche il più risoluto, nel convincere il nipote Gioacchino che non era per lui il mestiere di boia.
 

 


BIOGRAFIA DELL'AUTORE

Costantino Simonelli vive a Campobasso dove esercita la professione di medico. Ha scritto da sempre poesie; di queste ha pubblicato due raccolte:"Aspettando Godot" e "E poi l'oltre". Da alcuni anni si รจ dedicato prevalentemente alla scrittura di racconti